Il colpo di Stato in Venezuela, l’assedio di Cuba, l’attacco all’Iran e le mire sulla Groenlandia e il Canada (tramite l’Alberta) non dovrebbero stupire più di tanto. Le guerre, l’espansionismo più articolato ed esteso del globo, i cambi di regimi e le ingerenze in Stati sovrani perpetrati dagli Stati Uniti, dalla loro costituzione in poi, formano un elenco di più pagine. La differenza sta in Donald Trump, un presidente che non nasconde le mire espansionistico-imperialiste del proprio Paese dietro macchinose o fantasiose acrobazie, ma con un’arroganza quasi innocente ci dice che gli USA si prendono quello che vogliono come sempre hanno fatto; e questo spiazza l’ipocrisia statunitense ed europea.
Gli americani amano le guerre forse più di qualsiasi altro popolo al mondo e non pare esserci dubbio che l’avere trasformato il Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra sia stata una mossa felice. Pete Hegseth, attuale Segretario, al momento della sottoscrizione del proprio incarico ha sottolineato che: “Noi andremo avanti nell’ottica dell’attacco e non solo della difesa. Massima letalità, non tepida legalità. Violenza dirompente, non politicamente corretto. Noi creeremo guerrieri, non solo difensori”.
Nel corso del tempo i cittadini americani sembra si siano fabbricati ad uso proprio la connotazione di popolo pacifico; in realtà da quando sono diventati una nazione indipendente, sono stati in guerra e, non c’è dubbio, coltivano una memoria di guerra collettiva di cui vanno fieri. Mentre in altri Paesi si fanno saghe mangerecce e feste canore e campestri, ogni anno in diversi Stati della federazione statunitense e in date diverse sono riproposte da volontari le più importanti battaglie combattute; veri e propri spettacoli in cui si commemorano, celebrano e vengono interpretate come in un teatro all’aperto le guerre condotte dagli USA e si mantiene alto nel popolo il mito del combattente. E non c’è un minimo ritegno nel ricreare le stragi d’indiani degenerate in un genocidio che ha portato all’eliminazione del 90% della popolazione nativa. Gli indiani (o meglio coloro che li rappresentano) soccombono tra applausi, gridi di giubilo, ovazioni e foto.

Battaglia di Bushy Run contro i nativi indiani. Campo indiano. 2 agosto 2025
Il patriottismo è stato fortemente alimentato dal cinema, che ha contribuito potentemente al mito del soldato americano vittorioso e alla potenza degli USA nel mondo da porsi sempre, questa, al di sopra di ogni altro potere. Il Dipartimento della Difesa e Hollywood hanno lavorato in strettissima collaborazione. I film di guerra (anche splendidamente diretti e recitati) sono stati un Leitmotiv ad ampissima diffusione per decenni, e alla Seconda guerra mondiale è stato riservato il posto d’onore. In effetti, è stata una guerra facile da capire partendo dall’attacco giapponese a Pearl Harbor.
Prima della Seconda guerra mondiale gli USA erano un pigmeo sulla scacchiera internazionale. Dopo c’è stato il balzo e la trasformazione da potenza regionale minore in superpotenza mondiale e questo ha portato al cambiamento nel modo di vedere, vedersi e essere degli statunitensi rispetto al proprio Paese e al mondo. È il potere militare che ha permesso loro di dettare l’ordine mondiale fino ad oggi. Non è casuale che in faccia alla Casa Bianca ci sia il World War II Memorial. Nella Seconda guerra mondiale gli USA aspettano fino all’ultimo prima di entrare nel conflitto. Sono ancora un Paese giovane e hanno soggezione di fronte agli europei. Agli imperi d’Europa preferiscono l’isolazionismo. Chi bene capisce le loro potenzialità sono le menti acute dei britannici, battuti dagli americani (con il decisivo aiuto della Francia), imbattibili nel costruire sottili tele di ragno in cui avvolgere amici e nemici. Una Germania che insidia i commerci USA è un tasto perfetto e la forte propaganda mossa da Wilson e promossa da Bernstein convince anche i più renitenti a entrare in guerra. Ed è proprio l’industria di guerra che salva un’economia traballante e spinge poi gli USA a potenziarsi inarrestabilmente in tale senso.
Le due guerre mondiali vinte favoriscono il senso di onnipotenza che ha la sua cassa di risonanza nel cinema e che concentra sul soldato statunitense il merito della vittoria finale della Seconda guerra mondiale, eliminando dalla memoria i 27 milioni di morti sovietici immolatisi per sconfiggere la Germania in Europa e i circa venti milioni di morti cinesi sacrificatisi per sconfiggere i giapponesi nel Pacifico. L’essere usciti da due guerre mondiali con il loro Paese indenne (mentre gli altri Paesi in conflitto contano le macerie) e con un’economia di guerra e civile grandemente potenziata crea un balzo enorme nelle coscienze e si radica la convinzione, già sottoscritta da Wilson nel 1917, circa la missione sacra affidata agli USA i cui valori sono superiori a tutti gli altri e giustificano qualsiasi intervento e mezzo per imporli.
Tale impegno ha portato, dopo la guerra, a duecentomila soldati americani insediati nelle più di ottocento basi disseminate strategicamente all’estero (in parte in Centro e Sud America, soprattutto in Europa, Asia occidentale e orientale) e che consentono di intervenire in poche ore in ogni parte del pianeta. Ogni anno per sostenere questa macchina da guerra e permettere il turn over sono arruolati e addestrati oltre seicentomila nuovi soldati, sono mantenute undici navi portaerei (più di quelle di tutto il mondo messe insieme) e undicimila aerei militari per un costo di 916 miliardi di dollari annui di contro ai trecento della Cina e ai cento della Russia (dati USA del 2025).

Fine 1945. Sopravvissuti vagano per Hiroshima polverizzata (da Hoffmann, The life picture collection)
Prima nazione al mondo a possedere l’arma atomica, gli USA la sperimentano su un Giappone già sulla via della resa e, mentre il mondo ricorda con orrore la distruzione e i morti civili di Hiroshima e Nagasaki, l’aereo Enola Gay che sganciò la bomba su Hiroshima è esposto nel National and Air Museum di Washington come emblema di orgoglio nazionale e continuamente visitato da gruppi organizzati e famiglie che enfaticamente ricordano l’impresa che spazzò via due città e i loro abitanti, malgrado le proteste (regolari quanto inutili) presentate dal Giappone.
Se la Grande guerra si concluse per gli States con un armistizio, la Seconda terminò con una resa senza condizioni. Questo ha permesso agli USA occupazioni territoriali che durano da ottanta anni e la costruzione di basi militari che in Giappone (area del Pacifico) e Germania (area europea) sono le più imponenti del globo. La deterrenza rappresentata dal possesso dell’atomica sembra in un primo momento insufficiente quando, nel 1950, dopo avere subito per volontà imposta dagli USA, lo smembramento del proprio Paese, i coreani del nord entrano (sostenuti dai propri fratelli meridionali) nella Corea del Sud che gli americani hanno posto sotto il proprio dominio. Il generale Douglas McArthur si batte per utilizzare venticinque atomiche e chiudere la partita con Corea, URSS e Cina. Sembra certo, tuttavia, che Stalin abbia l’atomica dal 1949 e questo pare un argomento convincente a frenare gli States. La Corea è punita in maniera atroce (circa tre milioni di morti in massima parte civili, su trenta milioni di abitanti, tra coreani del nord e del sud), dovrà mettere da parte gli irredentismi e sottomettersi alla spartizione in due Stati.
Ancora una volta, lasciatisi alle spalle carneficine e macerie, gli statunitensi trovano ad aspettarli le loro città intonse e le loro case con giardino. Questa volta, per di più, sono riusciti a fare votare le Nazioni Unite in favore dell’intervento armato, trasformando uno dei più sanguinosi conflitti del XX secolo in una guerra sotto l’egida del diritto internazionale (la Corea del Nord fu considerata l’aggressore). Tuttavia, la guerra di Corea segna una battuta d’arresto nel panorama di onnipotenza americano. Non si sono riusciti ad annientare i nemici come nel 1945. La Corea del Nord è rientrata nei propri confini, ma non si è arresa. Per di più è iniziata la corsa al nucleare. All’Unione Sovietica (1949) seguono il Regno Unito (1952) la Francia (1960) la Cina (1964) Israele (1965 anche se mai ufficialmente ammesso) l’India (1974) il Pakistan (1998) la Corea del Nord (2009).
La NATO diventa lo strumento più importante per proteggere i propri interessi nel mondo, mentre gli Stati Uniti, ossessionati dal comunismo, sostengono e promuovono sanguinose dittature in nome di valori che poco hanno da invidiare al più feroce stalinismo in quanto a morti, distruzioni e annientamento dell’essere umano. Lo spirito del combattente non si è mai sopito nello spirito statunitense. Nati da una guerra, pur egemoni mondiali, senza guerre non si sentono in pace e non è un caso che trenta presidenti su 45 (Grover Cleveland e Donald Trump sono stati eletti due volte ciascuno) provengano dall’Esercito. Eppure la creazione di un esercito permanente aveva trovato all’inizio forti opposizioni.
L’esperienza dei britannici che, con un esercito costituto, sparano sui propri coloni in rivolta contro le tasse sul suolo americano, dando il via alla Guerra d’indipendenza, resta una paura reale ed è alla base del secondo emendamento della costituzione. Tutti i cittadini hanno il diritto di essere armati, di modo che con le proprie armi possano combattere anche contro l’esercito dello Stato se questo diventa una minaccia. La guerra di secessione, con bandiere e divise, è una delle guerre più celebrate nei giochi campestri degli statunitensi, ma non sono dimenticate quelle di espansione. Quando, cacciati gli inglesi, il Paese dichiara l’indipendenza, Washington regna su una piccola parte di territorio. Gli indiani nativi si ribellano alle espropriazioni americane; la Francia e la Spagna occupano rispettivamente la Louisiana e la Florida e tutta la parte sul Pacifico che va dal Canada al Messico. Gli inglesi sono in Canada, che nel progetto costitutivo americano doveva diventare il 15esimo Stato dell’Unione.

Guerra di secessione, Battaglia di Chancellorsville, Giochi di guerra all’aperto 2008
È con loro che si combatte nuovamente una cruenta guerra (1812-14) che vede la distruzione di Washington e i britannici mantenere il dominio del Canada (che diventerà Stato sovrano solo recentemente, nel 1982). Altre guerre di espansione si aprono, mentre si riesce a evitarne trattando la compravendita d’importanti territori quali la Louisiana (Francia), la Florida (Spagna), l’Oregon (Inghilterra). Il Messico indipendente, che si è liberato della Spagna dopo una lunga guerra, è attaccato. La battaglia di Fort Alamo (Hollywood ha fatto un mito di David Crockett) è uno dei giochi di guerra più cari agli statunitensi ed è al primo posto come attrazione turistica. Quello che non è raccontato è che gli americani, appropriatisi di quelle terre, vi instaurarono la schiavitù che il Messico aveva abolito. La conquista del Montana contro gli indiani è una pagina sanguinosa anch’essa celebrata in giochi rituali e che immortala il famoso generale George Armstrong Custer, uno dei più feroci massacratori d’indiani, nel ruolo di un eroe che sacrificò la vita per la Patria. Custer perse e fu ucciso, ma questo ritardò solo di un niente il genocidio e l’annessione delle terre indiane oramai svuotate di abitanti. Nei giochi di guerra, comunque, non si sottilizza e, nello specifico, alcuni di questi hanno luogo proprio nella riserva indiana dove è seppellito Custer nell’assenza più totale di rispetto per la memoria collettiva di chi nella riserva ancora vive.
Finito con il territorio nazionale, che oramai va dall’Atlantico al Pacifico, gli USA si scoprono imperialisti. Ingaggiata la guerra con la Spagna del 1898, pongono fine alla presenza spagnola non solo nelle Americhe, ma anche in Asia e Pacifico e acquistano la sovranità su Puerto Rico, Guam, Filippine, Cuba e diverse altre isole. Per motivi di profitto (costo dello zucchero) e strategico (le ritengono utili per la propria sicurezza), inoltre, provano a fomentare prima un colpo di Stato e poi definitivamente invadono le Hawaii (alle quali i britannici avevano dato l’indipendenza) annettendole come 50esimo Stato. William McKinley, il Presidente che diede il via all’imperialismo americano con il solo scopo del potere e del profitto è stato riabilitato da Trump come l’uomo d’affari che fece ricca l’America.
Sul Vietnam i giochi di guerra sbiadiscono davanti a un Memoriale discreto su cui nessuno ha voglia di soffermarsi e che pochi visitano. È una cicatrice che porta i nomi di 58mila soldati che persero la vita nella giungla vietnamita per una sconfitta senza appello nata da una guerra fatta scoppiare dagli USA su una provocazione del tutto inventata (l’incidente del Golfo del Tonchino) e che vide orrori culminati nella strage di Mỹ Lai. Il Vietnam porta anche cambiamenti sostanziali nel rapporto Dipartimento della Difesa/Hollywood. Non è più possibile rappresentare il soldato americano come un eroe buono e vittorioso. In un’America spaccata, il veterano invalido (Tom Cruise in Nato il quattro luglio) e quello traumatizzato (Silvester Stallone in Rambo) sono i nuovi protagonisti e invitano a riflettere, anche se al vertice USA e sul piano internazionale nessuno pare mai essere disposto a tirare le somme e ad imparare dalle sconfitte. Entrare in guerre da cui non si saprà come uscire per avere male calcolato le proprie capacità, col XXI secolo sembra diventato normale. Afghanistan e Iraq, sono altri conflitti ancora una volta iniziati sulla menzogna, impossibili da vincere e difficili da chiudere. Centinaia di migliaia di civili innocenti sono stati barbaramente massacrati e migliaia di soldati statunitensi, per di più, hanno perso la vita.
La guerra d’Ucraina segna una svolta. Per la prima volta gli statunitensi non combattono direttamente, non perdono uomini e non si ritirano fuggendo, ma possono comunque voltare le spalle agli alleati (come già in Afghanistan e Iraq) per di più guadagnandoci economicamente. Il riarmo dell’Europa, e così quello speculare del Giappone e della Corea del Sud, va a beneficio delle casse USA. Inutili le rimostranze dei giapponesi che invocano la loro costituzione (scritta e imposta dagli americani) che impedisce al Paese del Sol Levante di riarmarsi. Quando si è un Paese occupato non c’è margine. Già si prefigurano che sarà chiesto a loro di combattere sul terreno quando la Cina volesse riprendersi Taiwan.

Anche nei giochi di guerra machiavellici, tuttavia, si possono fare errori. I giapponesi, come i coreani (per stare nel Pacifico) certo non hanno dimenticato né hanno voglia di dimenticare. Considerano Taiwan marginale e pensano che con la Cina si possano fare accordi e vivere in pace, mentre volentieri vorrebbero vedere ritirare gli USA. Più mascherato è il sentire tedesco. Forse unico Paese in grado di creare una vera macchina da guerra in Europa, la Germania dovrebbe essere la punta di diamante contro la Russia sul terreno, ma l’avere dovuto ingoiare per ottant’anni il ruolo del colpevole senza condizioni, (privati del diritto di difendersi dai crimini pure perpetrati dagli Alleati sul proprio popolo, dagli stupri di massa a Berlino, alle decine di migliaia di prigionieri di guerra mai restituiti, fino allo smembramento del proprio Paese), è acqua che da qualche anno ha iniziato sempre più a scaldarsi. E se odio e voglia di rivalsa montano, questi guardano più a Ovest che a Est..

Impiccagione simulata di un indiano nativo in corso di giochi di guerra del 2017 in Westmoreland, Westmoreland County Historical Society Reenactment (da Medium 2017)
Quel che resta dei discendenti degli indiani nativi d’America, chiusi nella riserva, osserva i giochi di guerra mentre con gli occhi della mente vede libere praterie lontane. Scriveva Manzoni ‘Verrà un giorno….’.
Fonti
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Frank B. Linderman et al., Plenty-coups: Chief of the Crows, Lincoln (Nebraska), Bison Books, 2002;
Stephen Biddle, Military Power – Explaining Victory and Defeat in Modern Battle, Princeton, Princeton University Press, 2004;
John Bolton, Surrender Is Not an Option: Defending America at the United Nations, NY, Thereshold Editions, 2007;
Charles R. Hooper, The Next American Revolution: How To Demand Congressional Reform Now, Johnson City (Tennesse), Watauga Press, 2010;
Jennifer D. Keen, World War I: The American Soldier Experience, Lincoln (Nebraska), Bison Books, 2011;
Natalie D. Baker, “Making It Worse than What Really Happened”: Social Chaos and Preparedness as Problematic Mythologies in Disaster Communication in Frontiers in Communication, Volume 1 – 2016, 10 May 2016;
Manfred Berg, Woodrow Wilson: Amerika und die Neuordnung der Welt, München, C.H.Beck GmbH&o. Verlag, 2017;
Wayne E. Lee et al., The Other Face of Battle: America’s Forgotten Wars and the Experience of Combat, Tantor Audio (Audiobook), 2021;
Young-Kwan Yoon, “Korean Reunification” in The Oxford Handbook of South Korean Politics, 36, Oxford, Oxford University Press, 2023;
Manfred Berg, Das gespaltene Haus: Eine Geschichte der Vereinigten Staaten von 1950 bis heute, Stuttgart, Klett-Cotta Verlag, 2024
Matsumoto Seicho, Point Zero, London, Bitter Lemon Press, 2024;
Maurizia Leoncini, Dalla guerra di Corea per la supremazia del Pacifico a Ucraina e Medio Oriente;
Pierre Haski, Amerika: Warum die USA fast immer im Krieg sind, Dokumentarfilm, 2025;
Massimo Fini, “Il nuovo Giappone e il suo antico odio verso gli USA” in Il Fatto Quotidiano, 15/02/2026.
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