
C’è dentro un secolo di narrativa a stelle e strisce secondo i gusti personalissimi – e liberi, in un settore dominato da interessi commerciali e diventato feudo di agenti col coltello tra i denti – dell’autore. Quaranta opere di altrettanti autori che diventano spunto per raccontarne la vita, le spigolature, i successi e le frustrazioni, con un caveat: ogni scrittore di un certo livello sogna di vergare il GRA, ovvero il Grande Romanzo Americano, l’epopea della sua generazione. Hic Rodhus hic salta: un obiettivo che diventa la cartina tornasole della sua ambizione e, spesso, del suo scontento.
Successi, insuccessi e luoghi (poco) comuni di quaranta autori letterari Usa
Pur contrario alle etichette, Cennamo è costretto dalla logica dei capitoli ad applicarle. Ci sono i realisti-minimalisti come John Fante (impossibile trascurare “Aspetta primavera, Bandini”), Raymond Carver, Richard Ford, Bret Easton Ellis con il folgorante “Meno di zero”. Gli ultimi avanguardisti del romanzo postmoderno, tra cui Thomas Pynchon, Don DeLillo, Paul Auster. E uno dei beniamini del bookblogger. David Foster Wallace: innovativo, pop, in lui la distanza tra pensiero e parola scritta è così breve che diventa in “Infinite Jest” un flusso di coscienza. Scrive giustamente Cennamo, che quel tomo è l’”Ulisse” degli anni Duemila: tanti ce l’hanno sul comodino o aperto con nonchalance sulla scrivania del salotto, ma si sono arresi a pagina 10. Obtorto collo, nello scaffale della tradizione ebraica finiscono Saul Bellow e Philip Roth, il cui “Pastorale americana” è stato incoronato GRA dai lettori del blog. Nei romanzi – e soprattutto nel suo alter ego Nathan Zuckerman – Roth inserisce tratti sgradevoli di narcisismo, misoginia, eros e thanatos, sesso e ossessioni. E’ irriverente, dissacrante con l’ebraismo, caustico con il (fallimentare) sogno americano. Perché non gli hanno mai assegnato il Nobel? Cennamo ha una teoria: troppo dirompenti per il politicamente corretto le rivelazioni dell’ex moglie Claire Bloom sulla sua vita privata, un po’ come è accaduto alla parabola artistica di Woody Allen.

Il canone della letteratura femminile secondo Telegraph Avenue
Cennamo dedica un capitolo al nuovo canone della giovane letteratura femminile: Emma Kline, Rebecca Kuang, Raven Leilani, menzione speciale per Tiffany McDaniel, “un genio assoluto”. Ma il capitolo forse più interessante è quello del genere oltre il genere, che smonta gli stereotipi: contiene giganti, racconta epopee. James Ellroy che con “LA Confidential”, “Dalia Nera”, “American Tabloid” affronta mezzo secolo di storia statunitense, JFK e Hoover, il maccartismo e Hollywood, intrecciando saga familiare e affresco politico. Cormac McCarthy, il cantore per eccellenza dell’America rurale e del western moderno che si fa apocalittico. Don Winslow che nella monumentale trilogia di Art Kellerman – “Il cartello”, “Il potere del cane”, “Il confine” – mette a nudo l’anima americana dove nessuno è davvero innocente ma nemmeno del tutto colpevole, mentre i ruoli tra poliziotti, narcotrafficanti, prostitute e sicari, sfumano e si sovrappongono, e i lettori piangono per tutti. Fino all’immenso Stephen King: altro che il “maestro dell’horror”, è il Re del Bene contro il Male, del riscatto contro la sopraffazione, dell’underdog – quello vero – che sfida le convenzioni sociali in qualsiasi forma. King è il Flaubert d’oltreoceano, e il suo “It” è un romanzo di formazione che non fa rimpiangere Mark Twain. Certo: nei magnifici quaranta di “Telegraph Avenue” non ci sono Ernest Hemingway, William Faulkner, John Steinbeck, Erskine Caldwell, Francics Scott Fitzgerald, Truman Capote. Ma questa è un’altra storia o, forse, un’altra strada.




