Sua lesa Maestà, la difesa europea

Dalle inutili duplicazioni alle impossibilità tecniche, tutte le ipocrisie che sono state dette sulla difesa europea oggi non sono più ammissibili. Il tema della difesa dell’Europa deve essere affrontato seriamente e liberamente, senza pretesti e apriorismi, siano essi interni o esterni al Continente. Le lancette della Storia non tornano indietro e il mondo nuovo che va delineandosi non avrà pietà per chi infila la testa sotto la sabbia. Che si discuta, che ci si scontri e ci si confronti, ma, per piacere, che la si smetta di incolpare sua lesa Maestà, la difesa europea

“Il paradosso è che cinquecento milioni di europei chiedono a trecento milioni di americani di difenderli da centoquaranta milioni di russi”. Difficilmente si sarebbero potute trovare parole più adeguate di quelle pronunciate di recente dal premier polacco Donald Tusk riguardo la difesa dell’Europa. Di tutti i temi del dibattito strategico degli ultimi ottant’anni, tanto negli ambienti politici quanto nell’accademia, nessuno è stato più artificialmente sabotato della difesa europea. L’intento di queste righe non è tanto quello di presentare la creazione di una difesa comune europea come uno scenario preferibile (per quello sono già reperibili opinioni ben più autorevoli di quella di chi scrive), quanto quello di smontare quelle motivazioni che cercano da decenni di descrivere la difesa europea come tecnicamente irrealizzabile con il solo scopo di non affrontarne le scomode implicazioni politiche.

Un po’ di storia

Sin dal fallimento della proposta di una Comunità Europea di Difesa (CED) nel 1954, la sicurezza dell’Europa e dei suoi Stati è stata totalmente subordinata alla NATO e, fintanto che la Guerra Fredda è durata, nessuno ha proposto o supportato sostanziali innovazioni in tal senso. Si potrebbe obiettare che l’Unione Europea Occidentale (UEO), costituita a seguito del fallimento della CED, abbia rappresentato, a modo suo, una forma di difesa europea, tuttavia si può tranquillamente affermare che l’UEO sta alla CED come il Trattato di Lisbona sta alla Costituzione Europea del 2005: un dietrofront per salvare le apparenze. Il tema della difesa europea tornò poi ciclicamente in auge dagli anni Novanta in poi, prima rispetto alla questione delle guerre di dissoluzione della Jugoslavia e poi durante la cosiddetta “Euroforia” (quel periodo di grande entusiasmo a seguito dell’accelerazione del processo di integrazione tra il 1992 e il 2005). Fu in quegli anni che, per la prima volta, iniziò a diffondersi una formula che avrebbe fatto la fortuna dei detrattori della difesa europea per i successivi trent’anni: le “inutili duplicazioni” con la NATO.

Il mantra delle inutili duplicazioni

Per comprendere la narrativa che ha sorretto il tema delle inutili duplicazioni è necessario guardare al mondo e all’Occidente così come si presentavano tra l’inizio degli anni Novanta e la fine degli anni 2010. Una volta collassata l’Unione Sovietica, nel 1991, la NATO si trovò improvvisamente privata della propria ragion d’essere. Venuto meno il nemico alle porte contro cui il mondo libero si preparava a combattere, furono in molti a pensare che l’Alleanza Atlantica avesse ormai assolto il proprio compito storico. E invece, complice l’immobilismo europeo durante la dissoluzione della Jugoslavia, la NATO trovò una nuova raison d’etre, quella di cornice multilaterale securitaria responsabile per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Se fino a pochi anni prima il termine Occidente non aveva significato altro che l’opposto di Oriente (e quindi del blocco socialista), adesso la stagione dell’unipolarismo a guida americana individuava in un termine geografico una missione globale. Dunque, l’Occidente come faro per le democrazie e la NATO come suo guardiano. Di conseguenza, se l’Europa era parte di un Occidente unito nel perseguimento e nella esportazione della democrazia, che necessità c’era di creare una struttura dedicata esplicitamente alla sicurezza europea? Per quello c’era già la NATO che, tra le altre cose, garantiva anche la protezione del Vecchio Continente. Secondo i sostenitori di questa impostazione (tanto in Europa quanto negli USA), una difesa europea avrebbe solo creato delle duplicazioni, appunto, delle strutture già esistenti, disperdendo risorse e minando la fiducia alla base del rapporto transatlantico. In quella fase (e talvolta ancora oggi), chiunque si fosse pronunciato in favore della difesa europea venne tacciato di anti-atlantismo o bollato come utopista. Ovviamente, questa narrativa si reggeva interamente sul presupposto che gli interessi dell’Europa e degli Stati Uniti fossero (e sarebbero rimasti) perfettamente sovrapponibili. A proposito di utopie.

Non si può fare

In quelle rare occasioni in cui la nenia delle inutili duplicazioni riesce ad essere messa da parte per portare la discussione su temi più concreti, l’argomento madre contro la difesa europea è la sua irrealizzabilità tecnica. Prima ancora che un modello venga proposto, che si tratti di un coordinamento multi-nazionale sulla falsariga della NATO o della creazione ex novo di una forza comune, le voci contrarie tirano in ballo la frammentazione industriale e l’eterogeneità di dottrine e tradizioni militari del Continente. Eppure, oltre all’ovvio esempio dell’Alleanza Atlantica, la Storia offre un altro esempio a cui guardare, quello dell’Esercito Imperiale Tedesco. Costruito a partire da un nucleo (l’esercito prussiano) intorno a cui aggregare progressivamente le altre Forze Armate degli Stati tedeschi, nell’arco di pochi decenni il Secondo Reich fu in grado di schierare l’esercito più formidabile d’Europa, standardizzato, efficiente e tecnicamente mai sconfitto, nonostante quattro anni di Guerra Mondiale (tre dei quali su due fronti). Prima ancora che si opponga l’argomentazione della diversità linguistica, vale la pena ricordare che gli eserciti multinazionali sono esistiti dai tempi di Ciro il Grande, quindi ben prima che il modello statal-nazionale fosse anche solo teorizzato. Gli esempi, dunque, nell’uno e nell’altro caso, esistono e testimoniano che il vero problema della difesa europea non è affatto di natura tecnica.

Il vero problema

Meglio andare subito dritti al punto: il vero (e unico) problema della difesa europea è politico. La difesa, al pari di popolo e territorio, è uno degli elementi costitutivi della sovranità di qualsiasi soggetto politico. E l’Europa una sua sovranità non la ha, almeno non nel senso classico. Essa appartiene ancora agli Stati, i quali si sono premurati di blindare l’esclusività della Difesa all’interno delle prerogative nazionali previste dai Trattati. L’effettiva creazione di una difesa europea richiederebbe, imprescindibilmente, la nascita di un nuovo soggetto politico, legittimato ad ereditare la sovranità attualmente detenuta in via esclusiva dagli Stati nazionali. Per questo ogni proclama pubblico che parli della vaga necessità di una difesa europea, se non supportato dall’ammissione della necessità di rilanciare il progetto politico europeo, vale meno della carta (o dei bit) su cui è scritto. E così come è politico il problema della creazione dell’Europa, politiche sono le ragioni che hanno sempre portato a bollare il tema della difesa continentale come tecnicamente irrealizzabile. La difesa europea non fa passi in avanti perché ciò implicherebbe anche la nascita di un’Europa unita, scenario avversato tanto all’interno quanto all’esterno del continente. Un’Europa unita non la vuole la Russia, giacché sarebbe la fine di ogni sogno imperiale di Mosca. Parimenti, un’Europa unita non è desiderabile neanche per gli Stati Uniti, i quali tramite la NATO e la narrativa delle inutili duplicazioni hanno sapientemente applicato l’antico quanto infallibile principio del divide et impera per costruire il loro impero globale. Va detto che questi e altri attori fanno bene, dal loro punto di vista, a spendersi per soffocare ogni ambizione europea con tutti i mezzi a loro disposizione. Ben più deliranti, e assai meno valide sul piano argomentativo, sono le ragioni che portano alcuni europei a schierarsi contro l’unità continentale. Lo spauracchio è sempre il medesimo, l’Europa unita e sovrana sarebbe la fine delle identità nazionali. Ed è qui il punto: non la fine delle identità, ma delle sovranità. Diversamente, l’Unità d’Italia dovrebbe aver cancellato le identità regionali italiane, le quali godono invece di ottima salute. Ad avversare il progetto europeo non sono singoli individui o gruppi di pressione, ma il paradigma statal-nazionale stesso. Quello stesso paradigma che, nato a seguito del devastante episodio della Guerra dei Trent’Anni per liberare il continente dai conflitti religiosi, ha prima elevato l’Europa a padrona del mondo per poi precipitarla nell’autodistruzione dei due conflitti mondiali. Oggi quel paradigma ha esaurito la sua forza e a dircelo non è un Manifesto di Ventotene, ma la realtà geopolitica, in cui tanto l’Europa quanto i suoi singoli Stati valgono niente. Viene dunque da chiedersi, ventisette bandierine colorate valgono davvero più della libertà e dell’indipendenza di quasi mezzo miliardo di europei?

Corsi e ricorsi storici

C’era una volta una terra che venne definita “Solo un’espressione geografica”. Una terra a lungo divisa, debole e preda delle grandi potenze, libere di farne quello che volevano secondo i loro interessi. Una terra che parlava lingue diverse e che aveva eredità secolari diverse, ma che nonostante ciò condivideva un orizzonte storico-culturale comune. Una terra che, indiscutibilmente, trovò nell’unità una via per proteggere se stessa e per garantire il proprio futuro. A pronunciare quelle parole fu il principe Metternich, e quella terra era l’Italia. Dell’Europa di oggi si può e si deve essere critici, ma mentire a noi stessi o evitare il discorso per puro timore del futuro e delle sue incognite è un torto a tutti gli europei. Piuttosto, sarebbe il momento di affrontare le criticità del nostro tempo. Tempo che sta finendo e che, se non sceglieremo, vedrà altri scegliere per noi.

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