Nei giorni scorsi il presidente statunitense Donald Trump ha confermato una posizione molto intransigente a proposito della Groenlandia. Gli Stati Uniti la vogliono o acquistare o occupare o semplicemente prenderne il controllo. È un’azione senz’altro provocatoria che scuote un mondo che sembrava remoto, un mondo del quale nessuno da tempo parlava. Le motivazioni dietro questa richiesta sono legate ai temi della sicurezza, almeno per quanto riguarda le dichiarazioni ufficiali. La giustificazione è quella che ci sarebbero infiltrazioni, pressioni e pericoli da parte di Mosca e di Pechino sull’isola artica. Non solo, Trump ha aggiunto che il problema sarà risolto in un modo o nell’altro, non escludendo anche l’uso della forza. Per il presidente USA, nel caso di un acquisto, Washington potrebbero mettere sul tavolo cento miliardi di dollari e oltre a questa cifra, si è proposto di dare una quota anche a tutti i cittadini del Paese.
La Groenlandia è un territorio molto esteso, un’isola di circa due milioni di chilometri quadrati, circa sei o sette volte l’Italia, con una popolazione numericamente molto ridotta: neanche sessantamila persone. Non si può però capire il problema della regione senza inquadrarlo nel quadro più complessivo delle nuove problematiche legate alle calotte polari del Mar glaciale artico. Negli ultimi decenni si è sviluppato un progressivo disgelo che ha reso possibile, lungo le coste della regione artica, lo sfruttamento di territori prima irraggiungibili in quanto coperti da ghiaccio. Questo permette sia le perforazioni per petrolio o gas a costi accessibili, ma anche la ricerca di minerali e, soprattutto, lo sfruttamento di nuovi approdi.
C’è, infatti, un’altra conseguenza importante del disgelo, l’apertura di nuove rotte artiche. Mentre in passato era quasi impossibile passare dall’oceano Atlantico al Pacifico attraverso Bering, oggi sono aperte due rotte operative: la rotta di nord-ovest, che corre lungo i bordi del Canada e dell’Alaska, e la rotta del nord-est, che corre lungo i bordi russi. Solo l’anno scorso sono transitate più di 1.500 navi, le quali, pur scortate da rimorchiatori russi, canadesi o americani, hanno attraversato questo mare accorciando i tempi di percorrenza di circa la metà. Per andare da Rotterdam verso la Corea, la Cina o l’America occidentale, non occorrono più i quaranta giorni della rotta di Suez, ma si arriva a meno di venti giorni. Il disgelo potrebbe addirittura rendere disponibile l’utilizzo della rotta centrale, che passa sopra il Polo Nord e che ridurrebbe ancora di più i tempi.
Le minacce di Trump hanno innescato la risposta della Danimarca. La Groenlandia infatti, pur avendo un governo autonomo, è sotto sovranità danese. La Danimarca, membro dell’Unione Europea e della NATO, ha risposto che la posizione statunitense è assolutamente inaccettabile. Tra l’altro, nel 1951 è stato siglato un accordo in base al quale gli USA hanno una base militare permanente sull’isola, e nel 2004 i due Paesi hanno stretto un ulteriore accordo di cooperazione nei settori della tecnologia, ricerca, energia e investimenti per petrolio e terre rare. Dunque, per la Danimarca non c’è alcuna emergenza che giustifichi le posizioni di Trump. Il governo della Groenlandia si è espresso in maniera molto critica: “Noi non siamo affatto disposti a cadere sotto il possesso degli Stati Uniti, neanche a vendere la nostra isola e ancor meno a sopportare una invasione militare”. Hanno sottolineato che, se costretti a rinunciare all’autonomia, preferirebbero rimanere con la Danimarca invece che con gli Stati Uniti.
L’Unione Europea difende l’integrità territoriale e la sovranità della Danimarca, dichiarandosi disposta a raddoppiare i fondi per rafforzare le opere di difesa. L’Europarlamento ha condannato le richieste degli Stati Uniti definendole una sfida grave al diritto internazionale. Si pone poi il problema della NATO. Il segretario Mark Rutte ha dichiarato che la sicurezza artica è una priorità, concordando con Trump, ma ha aggiunto che bisogna evitare uno scontro fra alleati. Il tema è complesso: la NATO è nata per difendere i membri da aggressioni esterne (ieri l’Unione Sovietica, oggi la Russia). Non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi che a minacciare uno Stato alleato fosse un altro membro della NATO. Ipotizzare uno scontro guidato da un comandante in capo americano (il generale della NATO) contro un’invasione di forze americane è un paradosso, entriamo nel dominio della fantascienza.
Il recente vertice a Washington tra Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca (ma senza Trump, l’UE o la NATO) si è concluso senza un accordo, con le parti che hanno ribadito le rispettive posizioni. Tuttavia, bisogna notare che alle parole di Trump non sempre seguono i fatti, come si è visto con la politica dei dazi, passati da minacce del 200% a modeste limature. Un compromesso potrebbe essere trovato attraverso un aumento della presenza militare della NATO nell’area, oppure con concessioni più significative nel campo energetico e minerario agli USA, o anche con un blocco nelle concessioni fatte alla Russia e, soprattutto, alla Cina, che ha attualmente quattro presenze per ricerche geologiche.
Resta un tema di fondo: la Groenlandia non è l’isola del tesoro. Stando agli istituti scientifici danesi, ci sono terre rare, diamanti, oro, petrolio e gas, ma la loro consistenza e qualità è ben poco conosciuta. Inoltre, essendo l’isola ancora coperta dai ghiacci, i costi di estrazione sono altissimi e potrebbero non ripagare l’operazione. Questi fattori potrebbero aprire la strada a un compromesso evitando uno scontro inimmaginabile dentro la NATO.
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