Storia di Emanuela Perinetti e una testimonianza sull’anoressia. Parla Michele Pennetti

Intervista a Michele Pennetti, autore di “Quello che non ho visto arrivare”. Il racconto del padre di Emanuela Perinetti per riflettere dal lutto alla responsabilità di parlare di anoressia

“L’unico modo è poter essere utile ad altri attraverso il racconto di questa esperienza con iniziative che non solo ne conservino il ricordo, ma che lo trasformino in opportunità di guarigione per ragazze e ragazzi affetti da disturbi alimentari, purtroppo sempre più numerosi”. Così l’anno scorso diceva Giorgio Perinetti in un’intervista a Michele Pennetti (Corriere della SeraCorriere del Mezzogiorno), a dodici mesi dalla scomparsa della figlia Emanuela Perinetti, giovane manager del mondo dello sport, morta a causa dell’anoressia. È da questa frase che ha preso forma il progetto editoriale, diventato oggi un libro scritto a quattro mani Quello che non ho visto arrivare (Cairo Editore). Un titolo che è già una confessione, quasi una resa dei conti con sé stesso, e che introduce un racconto in cui un padre prova a guardare in faccia ciò che non ha saputo vedere in tempo.

Da una testimonianza nata quasi in punta di piedi, con il pudore di chi teme di riaprire una ferita, si è sviluppato un lavoro più ampio, pensato esplicitamente per essere utile ad altri, per trasformare il dolore in strumento di consapevolezza. E questo racconto, oggi, non vive solo sulla pagina: il libro sta attraversando l’Italia in una serie di presentazioni molto partecipate, in cui amici, colleghi, compagni di strada, dal mondo del calcio e non solo, si stringono attorno a Perinetti e contribuiscono a tenere viva la storia di Emanuela, facendone un’occasione di ascolto e confronto pubblico sui disturbi alimentari.

L’urgenza è nei numeri, prima ancora che nelle storie. In Italia si stimano oltre tre milioni di persone alle prese, nel corso della vita, con un disturbo del comportamento alimentare. Tra queste, quasi seicentomila soffrono di anoressia nervosa, in larghissima parte donne, e l’anoressia resta una delle patologie psichiatriche con il più alto tasso di mortalità, soprattutto tra le più giovani. Dietro ogni cifra c’è una famiglia che prova a orientarsi in un labirinto di silenzi, negazioni, tentativi di cura.

Emanuela Perinetti era una di quelle storie: 34 anni, una carriera brillante nel management sportivo, un talento naturale per il calcio e per le relazioni, un profilo internazionale costruito fra studio, lavoro e passione. L’anoressia ha attraversato la sua vita in modo subdolo, fino a portarsela via nel 2022.

A raccontare come è nato e che cosa significa oggi questo libro è Michele Pennetti, coautore del volume, che questo viaggio lo ha percorso parola per parola accanto a Giorgio Perinetti. Un dialogo per aiutarci a vedere: sul piano umano, su quello letterario e come occasione concreta di sensibilizzazione sui disturbi alimentari.

Io Emanuela l’ho conosciuta all’università: la sua intelligenza curiosa, la determinazione gentile, l’ambizione discreta e un sorriso che metteva tutti a proprio agio sono ricordi che non appartengono soltanto a chi l’ha amata, ma anche a chi, come me, l’ha incrociata per un tratto di strada. È anche per questo che “Quello che non ho visto arrivare” non è soltanto il racconto di una malattia, ma la cronaca di un amore paterno che prova, con lucidità dolorosa, a interrogarsi su ciò che non ha visto arrivare e a come possa trasformare la sofferenza in opportunità di riscatto e salvezza per ragazzi e ragazze fragili. Partiamo dal libro: Quello che non ho visto arrivare è un racconto che intreccia calcio, paternità e fragilità invisibili. Ce ne può parlare? Come nasce e che tipo di storia il lettore si trova davvero davanti?

Il libro nasce, in realtà, da un’intervista. Circa un anno fa, in occasione del primo anniversario della morte di Emanuela, chiesi a Giorgio Perinetti di raccontare questa vicenda per il Corriere. Lo feci con molta timidezza, con grande pudore, perché l’argomento è delicatissimo e non tutti, dopo una tragedia così dura, hanno voglia di riaprire il dolore. Giorgio invece disse subito: “Sì, parliamone, facciamola”. Mi chiese però la cortesia di mandargli le domande per iscritto, perché desiderava pensarci bene, pesare ogni parola. Io gli inviai una serie di domande e, invece di prendersi giorni di riflessione, lui mi rimandò le risposte quasi di getto: rapide, ma densissime. C’era dentro tutto: il dolore, il senso di colpa, il risentimento verso se stesso per non essere riuscito – almeno così si sentiva lui – a fare davvero tutto il possibile per salvare la figlia. Da quella intervista capii che in lui c’era anche un grande bisogno di parlare, di “sfogarsi” in senso alto, di dare voce al dolore di un padre. C’era il rammarico per non essersi accorto in tempo del male che aveva soggiogato Emanuela e, allo stesso tempo, una forte volontà di trasformare quel dolore in qualcosa di utile per gli altri.

In quel momento l’idea di un libro non c’era ancora. È stato però Perinetti a intuire che la sua testimonianza poteva diventare uno strumento di sensibilizzazione.

Sì, c’è un episodio in particolare che è stato decisivo. La dottoressa che aveva in cura Emanuela negli ultimi mesi fece leggere una dichiarazione di Perinetti – proprio una delle frasi pronunciate in quell’intervista – a un’altra giovane paziente. Quelle parole la convinsero a ricoverarsi, a riconoscere la malattia e ad accettare di farsi aiutare. Sapere che il suo racconto aveva avuto un effetto così concreto su una ragazza sconosciuta è stato una sorta di molla: se la testimonianza di un padre, dolorosa ma dignitosa, può smuovere qualcosa nella vita reale di qualcuno, allora vale la pena esporsi. Da lì nasce l’idea che quella storia non dovesse restare confinata in un articolo di giornale, ma potesse diventare un racconto più ampio, più strutturato, capace di raggiungere altre persone e altre famiglie.

Da quell’intervista molto letta al Corriere al libro il passo non è scontato. Come si arriva alla decisione di scrivere Quello che non ho visto arrivare e in che modo avete scelto di far entrare il lettore dentro la storia?

L’intervista uscita un anno fa ebbe un grande riscontro e suscitò l’attenzione di Cairo Editore. Da lì nacque la proposta: trasformare quella testimonianza in un libro, provare a raccontare fino in fondo la storia di Emanuela. In questo contesto la notorietà di Perinetti, la sua riconoscibilità pubblica, il fatto che Emanuela – pur avendo solo 34 anni – fosse già una manager sportiva affermata, hanno assunto un ruolo importante: portare all’attenzione generale una storia così forte e così tragica può servire, forse, a salvare qualcun altro, o almeno ad aiutare altri genitori a trovare il coraggio di affrontare il problema. A dire: “Succede anche a noi, non siamo soli”. Il libro ha già avuto un merito concreto: ha contribuito a sensibilizzare alcuni parlamentari a rimettere mano al tema di un codice specifico per i disturbi alimentari, sul modello del Codice rosso per la violenza sulle donne. Un codice che metta in mano ai medici strumenti più adeguati per intervenire tempestivamente su chi soffre in questo modo.

C’è un momento da cui, per lei, il racconto comincia davvero?

Abbiamo scelto di concentrarci sul momento in cui Giorgio si accorge che la figlia è malata. E se ne accorge solo tre mesi prima che lei muoia. Il punto di svolta è un pranzo di Ferragosto a Napoli: Emanuela lo raggiunge, sono seduti al ristorante, e una signora al tavolo accanto gli dice: “Dottore, guardi che sua figlia è troppo magra… si rende conto che ogni volta che finisce una portata va in bagno? Guardi che, secondo me, va a vomitare”. Fino a quel momento Giorgio non ci aveva fatto caso. Quelle parole gli accendono una lampadina. Nei giorni successivi comincia a notare le prime bugie di Emanuela, che pur di nascondere la malattia arriva persino a inventarsi un tumore da operare a Montecarlo: una storia che viene smascherata relativamente in fretta, ma che dà la misura di quanto fosse profonda la negazione. Da lì parte una rincorsa affannosa alla verità: Giorgio cerca di capire fino in fondo la gravità della situazione, prova in ogni modo a ottenere che la figlia si curi, a sostenerla, a convincerla. È questa corsa contro il tempo, insieme al suo sentimento di colpa e al suo amore di padre, che il libro cerca di restituire al lettore.

Nel libro si parla della malattia che aveva colpito Emanuela, l’anoressia. Una patologia di cui si parla troppo poco. Perché secondo lei si fa ancora fatica a scriverne o discuterne apertamente? E che quadro restituiscono i numeri in Italia?

Parlare di anoressia è difficile anche perché esiste ancora una forma di stigma: come se essere anoressici significasse portarsi addosso un marchio. Molti hanno paura di nominare il problema, di raccontarlo apertamente, quasi temessero di squalificarsi agli occhi degli altri. Invece il passaggio decisivo, per provare a uscirne, è proprio ammettere la malattia, riconoscerla. L’anoressia è una patologia subdola, che spesso comincia come una condizione psicologica negata: chi ne soffre non si percepisce malato, non ammette di esserlo, e da lì si innescano tutta una serie di conseguenze fisiche e cliniche gravissime che, in alcuni casi, portano alla morte, come è successo a Emanuela. Se si guardano i numeri, ci si rende conto che non parliamo di qualcosa di raro: in Italia ci sono oltre tre milioni e mezzo di persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare; circa 540mila soffrono di anoressia nervosa – in larghissima maggioranza donne – e ogni anno muoiono quattromila persone per anoressia nervosa. È un dramma che attraversa tantissime famiglie, spesso in silenzio, e che per troppo tempo è rimasto sotto traccia.

Il titolo è potente e spiazza: Quello che non ho visto arrivare. Che cosa significa per lei, oggi? È ciò che non ha visto arrivare un padre, un dirigente di calcio, un uomo o è, in fondo, quello che non ha visto arrivare un intero pezzo di società?

Sono entrambe le cose, fondamentalmente. Da un lato c’è il fatto che, in quel periodo, padre e figlia conducevano vite molto distinte: Giorgio faceva il direttore sportivo ad Avellino, Emanuela viveva e lavorava a Milano. Questo significa non avere tua figlia sotto gli occhi tutti i giorni: non vedi come si comporta a tavola, se mangia o non mangia, se sta bene, qual è davvero il suo stato d’animo. Ti affidi al telefono, ma da una telefonata non puoi cogliere tutto, per quanto ci siano affetto e una passione comune – nel loro caso il calcio – a tenervi vicini. Dall’altro lato, l’anoressia è, come dicevo prima, un tema enorme dal punto di vista numerico, ma del quale si parla ancora poco. Esiste una tendenza a restare coperti, quasi ci si vergognasse di un problema del genere. E ci si vergogna perché è una malattia che nasce nella testa: è una condizione prima di tutto psicologica, per questo si parla di anoressia nervosa. Ha un’origine che potremmo definire neurologica e psicologica, e poi si manifesta sul corpo.

Da fuori, anche in maniera superficiale, spesso, questi comportamenti vengono sottovalutati e scambiati per altro, una semplice dieta o un cambiamento di abitudini. Quanto è difficile, per un genitore o per un amico, accorgersi che quella soglia è già stata superata?

Lo stimolo a non mangiare può essere innescato da tanti fattori, anche apparentemente banali: l’adesione a certe mode, a certi modelli culturali che esaltano un fisico magrissimo, l’idea che essere magri a tutti i costi significhi schivare malattie, il culto del digiuno. Ma, una volta entrati in questo meccanismo, si finisce in un tunnel dal quale è molto difficile uscire senza chiedere aiuto. Se non ti fai aiutare, diventa complicatissimo venirne fuori. Questo è il vero veleno dell’anoressia: porta molte ragazze, molte persone, a negare il problema proprio quando avrebbero bisogno di essere aiutate subito. E poi non è che si muore di anoressia in astratto. Si muore perché l’anoressia provoca una serie di scompensi: cardiocircolatori, metabolici, ormonali. Il cuore, per esempio, comincia a battere molto più lentamente: tante vittime di anoressia muoiono in realtà di bradicardia, perché un organismo non più nutrito, che non assimila nulla, perde progressivamente energia e il cuore si spegne. Questa è solo una delle possibili conseguenze, ma ce ne sono molte altre. Il nemico vero, però, resta il silenzio: il fatto che non se ne parli abbastanza, che non ci si accorga in tempo di quello che sta succedendo e che ci sia ancora, da parte di molti, una certa reticenza ad ammettere che questo tipo di problema può avere effetti gravissimi.

I disturbi alimentari, e più in generale il disagio giovanile, sono spesso raccontati in modo stereotipato. Nella scrittura del libro quali scelte di linguaggio si è dato per evitare il sensazionalismo e restare invece fedele alla verità di Emanuela e di chi le è stato accanto?

Abbiamo scelto di seguire in modo molto asciutto il corso dei fatti: da quel fatidico pranzo di Ferragosto fino al giorno in cui Emanuela, purtroppo, è morta. È stato proprio Perinetti a volere un racconto per certi versi anche crudo, non nel senso morboso del termine, ma molto aderente alla realtà, con dialoghi serrati che spesso diventano veri e propri scontri con la figlia: quando lei rifiuta il ricovero, quando lui scopre la montagna di bugie che gli ha raccontato, la affronta con grande fermezza. Nel libro ci sono passaggi molto duri tra loro, e abbiamo scelto di non edulcorarli. Si è cercato di mantenere quasi un filo temporale continuo: dal pranzo di Ferragosto alla scoperta che l’intervento a Montecarlo in realtà non esiste, fino a quella sorta di inchiesta personale che lui avvia parlando con le persone vicine a Emanuela e poi con alcuni medici con cui lei era entrata in contatto. È un racconto molto aderente ai fatti, e da qui discende il linguaggio: asciutto, diretto, essenziale. Non è un libro di fronzoli, non è un saggio teorico sul disagio giovanile o sui disturbi alimentari. Su questo né io, come giornalista, né lui, come direttore sportivo, abbiamo gli strumenti per parlare in profondità come farebbe uno specialista.

Nel libro c’è anche un tentativo straziante di un padre di capire quando è iniziato davvero il disagio di Emanuela e quali segnali, magari, non sono stati colti in tempo.

Per Perinetti la scoperta del disagio della figlia è stata dolorosissima, e nel libro lui prova a ricostruirne le possibili origini. Probabilmente c’è alla base anche un problema estetico legato a una patologia che Emanuela aveva, il linfedema, che le gonfiava le gambe e la condizionava molto: per un certo periodo non poteva vestirsi come avrebbe voluto, non poteva mettersi una gonna o una minigonna, era costretta a pantaloni lunghi. Il timore di vedere le gambe ingrossarsi, di non sentirsi presentabile come desiderava, l’ha spinta a esasperare il controllo sul cibo, soprattutto durante il Covid, quando ha smesso anche di fare attività sportiva perché le palestre erano chiuse. Probabilmente Quello che non ho visto arrivare riguarda anche questo: non aver colto in tempo alcuni segnali. Uno, a cui Giorgio ripensa molto, è la richiesta di Emanuela di andare a lavorare con lui. Quando era al Genoa, lei gli disse: “Papà, fammi lavorare con te”. E lui le rispose che sarebbe stato un passo indietro: che metterla a fare la dipendente nel marketing di una società, quando era già una manager lanciata, l’avrebbe esposta al rischio di essere vista solo come “la figlia di Perinetti”, e che quindi era meglio continuare per la sua strada. Col senno di poi, lui legge quella richiesta come una richiesta di aiuto: “stiamoci più vicini, ho bisogno di te”. Ed è uno dei grandi rammarichi che emergono nel libro: non essere riuscito a salvare la figlia, a tirarla fuori da quel vortice in cui, senza che lui se ne accorgesse, era già entrata.

C’è stato, durante la stesura del libro, un momento particolarmente emozionante o difficile da mettere su carta, una pagina che ha faticato a scrivere più delle altre? Se sì, quale e perché?

Sinceramente, più che un singolo episodio, la parte più difficile è stata un’altra. Il momento più duro è stato quando Giorgio, nel ripercorrere la storia, non riusciva a trattenere il dolore, le lacrime, a volte anche la rabbia per quello che è successo. I passaggi più impegnativi non sono stati quelli di scrittura in sé, ma quelli di confronto: quando lui si apriva completamente e mi raccontava tutto. Per lui, innanzitutto, ma devo dire anche per me, che sono padre a mia volta, è stato emotivamente molto forte riconoscere e accogliere quel dolore. Giorgio ha una forza enorme, perché non è affatto scontato esporsi così, raccontarsi in maniera così diretta su una vicenda tanto dolorosa. Ci sono stati momenti in cui ci siamo chiesti se fosse davvero giusto mettere per iscritto questo calvario: la sofferenza di Emanuela, il dolore suo, quello dell’altra figlia, Chiara. Più di una volta ci siamo domandati se fosse giusto scrivere questo libro.

C’è stato anche un periodo di ripensamento?

Sì, inizialmente Giorgio era deciso, poi ha attraversato una fase di grande incertezza ed è stato a lungo molto combattuto. In questo senso il libro è stato un parto complicato, soprattutto nella decisione di andare fino in fondo. Una volta presa la decisione e superata questa sorta di diga interiore, però, il racconto è venuto fuori in modo relativamente naturale: quando inizi a far uscire tutto, i ricordi cominciano a mettersi in fila da soli. La fase più difficile è stata quindi l’avvio, il decidersi davvero a partire. Per Giorgio non era semplice esporsi, venire allo scoperto e rimettere in ordine i passaggi di una storia così drammatica. Poi, trovato il coraggio di farlo, ha ricostruito i momenti della vita di Emanuela e, pur tra molte lacrime e grande emozione, il lavoro di scrittura è diventato via via più fluido.

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