Se e cosa cambia nella Chiesa dopo la morte di Benedetto XVI

Riposizionamenti interni, cambio di equilibri, ipotesi di dimissioni o no di papa Francesco, tutti questi temi a parte, il tema che più interessa, su cui non si può sorvolare e verso il quale nemmeno i cardinali hanno risposte infallibili da offrire, è il futuro della fede in Europa e nel mondo, e questo Ratzinger lo aveva capito benissimo

Fin dal momento stesso della salita in cielo di Benedetto XVI ci si è affrettati, e non poco, nel domandarsi in cosa consista effettivamente il dopo-Ratzinger. Cosa cambierà ora nella Chiesa cattolica, ci saranno regolamenti di conti, si sta per avviare una lotta intestina furibonda, quasi apocalittica, e Papa Francesco è davvero più “solo”?

A leggere i quotidiani italiani e internazionali è parso, da subito, che tutto questo sia sostanzialmente certo. Quella che si preannuncerebbe è quindi una contesa ancora più forte di quella portata avanti negli anni passati con i Dubia di quattrocardinali, prima, e con la Correctio Filialis poi, la petizione di 62 intellettuali critici nei confronti di Papa Francesco, che lo accusavano nientemeno che di eresie. Nel mentre, trapelò anche l’esistenza di un dossier da parte di ricchi potentati internazionali, denoniminato Red Hat Report, volto a svolgere attività di pressioni sui cardinali in vista del prossimo Conclave per mezzo di attività di spionaggio mirato. La richiesta di dimissioni verso il Pontefice argentino da parte dell’ex nunzio negli Stati Uniti, Mons. Carlo Maria Viganò, è poi diventata a dir poco plateale.

Per anni, attraverso il racconto di queste e molte altre vicende, si è provato a dare conto della divisione interna alla Chiesa cattolica, e più nello specifico alla Santa Sede, con la clausola che chiunque provasse a farlo sembrava che stesse lavorando in una direzione improvvida, quasi “collaborazionista” nei confronti di quelle forze oscure che non facevano altro che puntare a destabilizzare la Chiesa. Oggi scopriamo che non è così, che la divisione in Vaticano esiste, da molti anni, e gli storici della Chiesa ci spiegano che queste proseguono almeno dal Concilio Vaticano II, e che da allora queste differenze non si sono mai appiattite, anzi.

In mezzo a tutto ciò, quella di Joseph Ratzinger è stata indubbiamente una voce tanto libera quanto forte, di un gigante della fede e del pensiero cristiano e al contempo un innovatore, oltre che un uomo che ha voluto lavorare per la Chiesa del futuro nonostante amasse profondamente quella del passato. Durante il suo Pontificato Benedetto XVI ha infatti lavorato per unire la Chiesa, inglobando nella Curia uomini di ogni orientamento, se così si può definire, attitudine e linea di pensiero. Il modus operandi di Francesco va senza dubbio in direzione diversa.

Sono già passati diversi Concistori dalla salita al Soglio Petrino di Jorge Mario Bergoglio e in questi, come riportano tutti gli osservatori vaticani senza rischio di smentita, il Papa “venuto dalla fine del mondo” ha puntato a nominare cardinali – almeno apparentemente – favorevoli alla sua linea, insieme vescovi e presidenti di conferenze che non gli potessero dare filo da torcere. Scavando però, in questo modo, ancor più nel solco della divisione.

Un atteggiamento che rischia però di ritorcersi contro lo stesso Papa argentino, con il pericolo che quanti non condividono l’impostazione umana e ideologica di Francesco si sentano ancora più esclusi ed emarginati e cerchino di compiere effettivamente tutto il possibile per arrivare ad obbligarlo alle dimissioni, come spiegava nei giorni scorsi un porporato al giornalista di un noto quotidiano italiano. Il tema della liturgia, quello di cui si discute maggiormente nel solco della divisione tra conservatori e progressisti e tornato in auge con le dichiarazioni di Mons. Gaenswein uscite sui media di tutto il mondo nel giorno stesso delle esequie del Papa emerito, è assolutamente emblematico di queste due posizioni, pastorali e teologiche più che banalmente politiche.

Quando Ratzinger promulgò il Summorum Pontificum, con l’obiettivo di riportare nell’alveo cattolico i lefebvriani, finì duramente criticato dai media per il caso del prete negazionista, di cui il Papa tedesco non era in alcun modo a conoscenza. Tuttavia Benedetto XVI, con un grande senso di responsabilità ecclesiale, prese ogni colpa su di sé e finì per questo “in pasto ai leoni”, proprio come lui stesso aveva preconizzato fin dal primo giorno della sua elezioni, chiedendo preghiere ad ogni fedele.

La verità è che nonostante si tentasse in ogni modo di definire Benedetto XVI nelle maniere più irreverenti e financo spregevoli, da Pastore tedesco (famoso titolo del quotidiano ‘’il manifesto all’indomani della sua elezione, NdR) a Panzerkardinal, restituendone un’immagine del tutto falsata, e si sia continuato a farlo fino all’ultimo momento, come dimostra l’inaudita accusa di copertura delle molestie di un sacerdote tedesco riemersa solamente lo scorso anno, a mezzo secolo di distanza e per fatti già precedentemente chiariti, e contornata da insoliti coming out programmati sulla tv tedesca da parte di un centinaio di dipendenti della Chiesa nazionale, il Pontefice tedesco fu un Papa molto amato.

Lo dimostrano i numeri sorprendenti degli accessi registrati dal giorno della sua morte in Vaticano, che le prime stime contavano sui trentamila, poi in realtà rivelatisi molto più alti, vicini ai novantamila. Ma lo testimoniano anche le vendite dei suoi libri, diventati best seller mondiali in pochissimi anni, a dispetto degli acquisti sempre più a picco dei quotidiani in edicola che tentavano al contrario di dipingerlo come un Papa “impopolare”. Il fatto è che Benedetto XVI, tutt’al più, era un Papa scomodo.

Se c’è quindi qualcosa che davvero, ad oggi, rischia di cambiare sostanzialmente gli equilibri in Vaticano, molto più di ogni strategia architettata nell’oscurità dei Sacri Palazzi, sono proprio quegli stessi accessi da parte dei fedeli al capezzale di Benedetto XVI, e l’affetto dimostrato nei suoi confronti da ogni parte del mondo.

Da anni si cerca di dare alla Chiesa una forma “sinodale”, e oggi quella stessa sinodalità – non particolarmente registrata nei forum delle parrocchie italiane o ancor meno nei consessi vaticani – è stata spontaneamente espressa dal popolo fedele, nella maniera che gli è più confacente e certamente più cristiana. Quella dell’amore verso il suo Pastore, in una forma che si è tentato di occultare fin che si è potuto, strabordata sui social con le immagini delle file chilometriche fuori Piazza San Pietro e lungo Via della Conciliazione, mentre tutti lavoravano per organizzare un funerale più “sobrio” possibile, con formule rituali forse addirittura riciclate da celebrazioni precedenti, senza nemmeno lutto di Stato – riservato, secondo il Diritto Canonico, solamente al Papa regnante – e persino con le farmacie vaticane aperte. Tutti segni che hanno fatto pensare a molti che in questa occasione la macchina organizzativa vaticana abbia probabilmente fallito in diversi aspetti, o se non altro non abbia centrato al meglio il bersaglio principale.

La vera questione che riguarda il futuro della Chiesa non è però quale sarà l’orientamento del prossimo Pontefice, se Papa Francesco si dimetterà mai o quali saranno le sue prossime decisioni in materia di organizzazione della Curia, di riforme liturgiche o di nomine episcopali. Il tema che più interessa, su cui non si può sorvolare e verso il quale nemmeno i cardinali hanno risposte infallibili da offrire, è il futuro della fede in Europa e nel mondo, e questo Ratzinger lo aveva capito benissimo.

Nel libro scritto a quattro mani con il giornalista Saverio Gaeta, Mons. Gaenswein, che nel frattempo ha già ricevuto il benservito da Papa Francesco e si attende ora di comprendere quale sarà il suo futuro, se si tratterà di un posto di rilievo come accaduto con i segretari degli ultimi tre Pontefici oppure se Bergoglio riserverà a lui una posizione molto più defilata, lo ricorda perfettamente.

La più grande preoccupazione di Benedetto XVI è sempre stata quella della scomparsa della fede in Occidente, e non c’è riforma o nomina vaticana che tenga, al di fuori della testimonianza dei singoli uomini di fede, religiosi e non, come profetizzava lo stesso Ratzinger, allora professore di teologia dell’università di Ratisbona, la sera della Vigilia di Natale del 1969, al termine di un ciclo di lezioni radiofoniche.

«Il futuro della Chiesa può risiedere e risiederà in coloro le cui radici sono profonde e che vivono nella pienezza pura della loro fede», affermava il giovane Ratzinger, con parole che oggi continuano a risuonare con una forza profeticamente crescente.

«Non risiederà in coloro che non fanno altro che adattarsi al momento presente o in quelli che si limitano a criticare gli altri e assumono di essere metri di giudizio infallibili, né in coloro che prendono la strada più semplice, che eludono la passione della fede, dichiarandola falsa e obsoleta, tirannica e legalistica, tutto ciò che esige qualcosa dagli uomini, li ferisce e li obbliga a sacrificarsi. Per dirla in modo più positivo: il futuro della Chiesa, ancora una volta come sempre, verrà rimodellato dai santi, ovvero dagli uomini le cui menti sono più profonde degli slogan del giorno, che vedono più di quello che vedono gli altri, perché la loro vita abbraccia una realtà più ampia».

 

Francesco Gnagni – Giornalista

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