Santi quattrocenteschi di pietra d’Istria su una prigione fascista in mezzo al mare di Puglia

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Raduno fascista davanti all’abbazia di S. Nicola alle Tremiti nel 1930: in alto sullo sfondo si intravede il campanile della chiesa di Santa Maria a Mare

 

Tra il 1927 e il 1943 l’isola di San Nicola nell’arcipelago delle Isole Tremiti, a bassissima densità di popolazione, lunga meno di due chilometri e larga 450 m., viene inclusa dai fascisti nella lista delle colonie penali in cui il regime fa deportare gli oppositori a Mussolini. Sull’isola vengono reclusi prevalentemente gli oppositori politici e, tra il 1936 e il 1941, anche molti Testimoni di Geova e omosessuali.

Come è noto a chiunque abbia studiato anche sommariamente la storia italiana quando ancora si poteva trattare integralmente a scuola, dopo l’attentato del 31 ottobre 1926 a Bologna da cui Mussolini uscì illeso ma che al quindicenne Anteo Zamboni (individuato dal tenente Carlo Alberto Pasolini, padre di Pier Paolo) costò il linciaggio perpetrato degli squadristi a calci e coltellate, il governo fascista ebbe l’agio di istituire il confino di polizia promulgando il Regio Decreto n. 1848 del 6 novembre: una misura di carattere politico-amministrativo destinata alla pubblica sicurezza in virtù della quale qualunque cittadino giudicato pericoloso per la sicurezza pubblica veniva imprigionato in località isolatissime. 

Quale migliore isolamento di quello garantito da isole in mezzo al mare come le Tremiti, Ventotene e la Sardegna, oltre che zone rurali dell’Italia centrale e meridionale? Come è noto a chiunque abbia studiato anche sommariamente la storia italiana (quando ancora si trattava integralmente a scuola), i cittadini giudicati pericolosi dai fascisti per la sicurezza pubblica, non sono i criminali efferati, non sono i violenti: i cittadini pericolosi per la sicurezza pubblica sono coloro che manifestano la loro contrarietà al regime senza violenza, con parole scritte e pronunciate in pubblico (come facciamo in molti, ma non ancora abbastanza, sui media e sui social media); ai dissidenti si aggiungono gli ebrei, i testimoni di Geova perché rifiutano di prestare servizio militare, gli omosessuali perché turbano l’ordine pubblico, chi ha preso parte al funerale di un comunista, chi ha deposto fiori sulla tomba di un antifascista, chi ha ironizzato sul fascismo o su Mussolini, chi ha diffuso notizie di una radio straniera, chi ha letto libri ritenuti sovversivi, chi ha cantato inni considerati rivoluzionari (anche chiuso tra quattro mura), chi ha oltraggiato il regime festeggiando il primo maggio, i sospettati di spionaggio e di attività antinazionale, qualche pregiudicato per reati comuni (è sufficiente leggere la pagina dell’ANPI su questa vergogna della nostra storia).

Dal 1930, in seguito all’evasione di Carlo Rosselli (cugino del meno coraggioso Alberto Moravia, che alla tragica vicenda della morte in Francia di Rosselli si ispirò per Il conformista, poi tradotto in film da Bernardo Bertolucci quando all’inizio degli anni di piombo era urgente fare i conti col fascismo), di Emilio Lussu e di Francesco Fausto Nitti da Lipari il 27 luglio 1929, il regime destina la maggior parte degli antifascisti recidivi da sottoporre con ulteriore restrizione a speciale sorveglianza alle isole di Ponza, Ventotene e alle Tremiti, riservando il confino nei villaggi calabresi, lucani e abruzzesi ai prigionieri ritenuti meno pericolosi. Tra i pericolosi condannati al confino in mezzo al mare a San Nicola alle Tremiti c’è anche, per pochi giorni, il socialista Sandro Pertini, trasferitovi da Ponza per punizione. Pur se privati dei rapporti familiari e sociali e della possibilità di esercitare il proprio lavoro, moltissimi dei confinati reclusi come molto pericolosi hanno costruito un’Italia straordinaria, di cui oggi restano pallide vestigia. 

Dopo la Seconda guerra mondiale le Tremiti subiscono una metamorfosi e da penitenziario fascista diventano progressivamente una meta turistica per chi ama il mare (raggiungendo vette di cattivo gusto acchiappa turisti: nell’internet si trova un annuncio di affitto in via Largo delle Muraglie a San Nicola per la “casa vacanze” “I Confinati” in “centro storico – posizione mare” in regime b&b “su due livelli, 28 mq”). Dagli anni Cinquanta cominciano le prime incursioni del Touring Club italiano, che apre poi un villaggio nell’insenatura di Cala degli Inglesi. Da quel momento e fino all’incremento del successo turistico dovuto anche alla scelta di un noto cantautore bolognese di eleggere alle Tremiti il proprio buen retiro, per il grande pubblico la storia delle Tremiti è totalmente legata alla bellezza del suo mare, non alla storia dell’arte moderna né alla nerissima storia fascista.

Il viale degli alloggi per i confinati dal regime fascista alle Tremiti

 

L’epigrafe del monumento eretto il 24 maggio 1980 nella piazzetta attigua al viale delle case in cui vivevano i condannati al confino ricorda ai turisti che quel luogo non ha ospitato solo vacanzieri: “A memoria dei coraggiosi italiani che per il loro amore di libertà e giustizia vennero confinati in queste isole durante gli anni oscuri della tirannia fascista”. Ma non è il monumento, modesto qualitativamente ma rilevante per valore politico e civile, l’opera d’arte per la quale vale la pena sobbarcarsi poco più di un’ora di traghetto da Termoli per raggiungere San Nicola alle Tremiti. A San Nicola, infatti, sugli italiani innocenti imprigionati dai propri connazionali ha vegliato un’opera monumentale mandata dalla costa dalmata da uno dei collaboratori girovaghi più originali di Donatello, Niccolò di Giovanni Fiorentino, testimone, con il suo maestro, della circolazione nel Mediterraneo di chi nei secoli passati esercitava mestieri creativi. 

Niccolò di Giovanni Fiorentino è originario della piccola località in provincia di Firenze che oggi corrisponde a Grassina. Attivo accanto a Donatello, seguace anche di Mantegna e poi trasferitosi in Dalmazia, dove ha fatto carriera autonomamente, è morto lasciando il mestiere in eredità ai tre figli, Jacopo e Antonio, scultori come il padre, e Zuanne, gobbo e orefice (spesso il grado zero del mestiere di artista prima di diventare scultore, attività anche fisicamente molto più impegnativa: anche Donatello aveva fatto la stessa trafila, diventando da orafo scultore di statue).

Dai primi lavori noti di Niccolò si capisce che ammira il lavoro che Donatello svolge durante il decennio a Padova (1443-1454) e quello giovanile del seguace più geniale di Donatello, Andrea Mantegna. 

Niccolò lavora nell’area orientale d’Italia, da Tolentino fino alle Tremiti, e in Dalmazia, dove tiene a lungo una bottega. Niccolò potrebbe avere esordito come scultore di monumenti di un certo peso a Venezia, per la committenza pubblica e dogale, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Quattrocento. Poi, come numerosi artisti italiani nel Quattrocento gravitanti anche nei domini veneziani, si trasferisce in Dalmazia. Tra le sculture realizzate in Italia e quelle eseguite in Dalmazia si ravvisa una modifica della qualità, dovuta sia all’invecchiamento di Niccolò, sia all’impiego progressivo di assistenti che lo aiutano in cantieri ampi, sia alla diversa resistenza alle pressioni esercitate sull’artista da committenti e colleghi prima in una capitale artistica come Venezia, poi in luoghi sicuramente notevoli e ricchi di opportunità professionali come la Dalmazia, dove tuttavia la quotidiana competizione tra rivali di pari livello è pressoché assente. 

Non succede, forse, spesso la stessa cosa in molti mestieri intellettuali anche oggi, anche all’università, quando professionisti dotati lavorano sempre meno in prima persona, affidando il lavoro quotidiano ai propri collaboratori più o meno bravi, fino a non fare quasi più nulla, se si trasferiscono da un luogo di lavoro centrale e competitivo a un altro periferico e nel quale sono praticamente isolati e, quindi, pochissimo sottoposti al vaglio quotidiano della comunità dei colleghi? 

Emigrato in Dalmazia, dove la Repubblica di Venezia ha dei domini, Niccolò vi lavora fino al 1480 con il collega di Durazzo Andrea Alessi, un discepolo di un bravo artista locale, Giorgio da Sebenico. Fino al 1506 lascia opere a Spalato, a Sebenico, a Zara, a Orebić. A Traù, nell’attuale Croazia, Niccolò collabora a una delle opere monumentali più importanti del Quattrocento adriatico, che vale una sosta anche se si è andati in Croazia per il mare: dal 1468 ai due colleghi viene allogata una commissione di grande impegno, alla quale collabora anche Giovanni Dalmata, e che continua dopo la morte di Niccolò. Si tratta della cappella in pietra calcarea del beato Giovanni Orsini nel duomo di San Lorenzo, ordita su citazioni dalla storia dell’arte locale (la cappella del santo patrono di Zara, Simeone, e il tempio di Giove a Spalato forniscono spunti per iconografia e architettura) e da invenzioni di Donatello (gli spiritelli, che nella cappella di Traù entrano con le torce accese da porte semiaperte).

Niccolò di Giovanni Fiorentino, Andrea Alessi, Giovanni Dalmata, Cappella del beato Giovanni Orsini, 1468-1508, pietra calcarea, Traù, duomo di San Lorenzo

 

Niccolò di Giovanni Fiorentino, spiritello nella Cappella del beato Giovanni Orsini, 1468-1490, pietra calcarea, Traù, duomo di San Lorenzo, particolare dallo zoccolo della cappella

 

Tra i lavori pagati in collaborazione a Niccolò e ad Andrea c’è anche, nel 1473, il portale di pietra d’Istria per la chiesa di Santa Maria a Mare a San Nicola delle Tremiti. Di antica fondazione e già appartenuta a un ricco convento di canonici agostiniani, nel 1783 fu soppressa da Ferdinando IV di Borbone, che la trasformò in una colonia penale; durante l’età napoleonica i murattiani occuparono la fortezza di San Nicola per resistere alle navi inglesi da cui partirono palle di cannone che hanno causato il parziale degrado delle quattro statue inserite in nicchie laterali del portale con le sante Agata e Monica in basso e i santi Pietro e Paolo in alto, accostate rispettivamente agli altorilievi con la Trasmissione della regola di sant’Agostino e con l’Assunzione della Vergine.

La facciata della chiesa dell’abbazia di Santa Maria a Mare a San Michele sulle Isole Tremiti

 

Niccolò di Giovanni Fiorentino e Andrea Alessi, portale della chiesa dell’abbazia di Santa Maria a Mare a San Michele sulle Isole Tremiti, particolare, 1473, pietra d’Istria

 

In pietra d’Istria e mandato da Niccolò in Italia dalla costa dalmata attorno al 1490 è anche il rilievo con la Madonna col Bambino, uno dei due suoi rilievi (l’altro è una Deposizione di Cristo nel sepolcro in marmo) che erano esposti fino al 31 luglio scorso nelle Sale 8 e 9 di Palazzo Strozzi a Firenze, alla mostra Donatello, il Rinascimento.

Niccolò di Giovanni Fiorentino, Madonna col Bambino, particolare, 1490 circa, pietra d’Istria, cm 52,5 x 43 x 11, Sant’Agata Feltria, Chiesa della Beata Vergine delle Grazie, o di San Girolamo (ripresa da sinistra e ripresa da destra, particolare, nella Sala 8 della mostra Donatello, il Rinascimento, sede di Palazzo Strozzi).

 

Alla mostra “BeeMagazine” ha dedicato due uscite, il 17 e il 21 giugno (https://beemagazine.it/invito-al-viaggio-ma-prima-alla-volutta-della-lettura-quando-il-catalogo-di-una-mostra-e-un-libro-vero-parte-1-copy/). Non so quanti lettori di “Bee magazine” sono stati invogliati a immergersi nel catalogo e a visitare una mostra davvero epocale. Se qualcuno ha fatto entrambe le cose, serberà nella memoria di lettura e di visita l’impressione e la sorpresa di avere potuto esaminare da molteplici punti di vista (come la scultura richiede più di ogni altra arte) statue, rilievi, di marmo, terracotta, bronzo, rame, cera, di Donatello e di suoi ammiratori e seguaci, e avrà appreso che artisti e materiali rappresentati nella mostra hanno viaggiato per l’Italia e per il mare Adriatico e Tirreno senza ostacoli né confini, richiesti e desiderati per la loro bravura e per la loro bellezza, non per le loro origini. 

Niccolò di Giovanni Fiorentino, Madonna col Bambino, particolare, 1490 circa, pietra d’Istria, cm 52,5 x 43 x 11, Sant’Agata Feltria, Chiesa della Beata Vergine delle Grazie, o di San Girolamo (ripresa da sinistra, particolare, nella Sala 8 della mostra Donatello, il Rinascimento, sede di Palazzo Strozzi).

 

Gli accostamenti in mostra dimostravano egregiamente che, come già i dinamici spiritelli reggitorcia nel duomo di Traù, Niccolò di Giovanni Fiorentino è stato un veicolo trainante del mondo visivo di Donatello nell’area adriatica tra l’ultimo terzo del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. Di lui si conoscono poche Madonne destinate alla devozione privata, tutte accomunate da efficaci e originali prelievi da composizioni di Donatello. Nella Madonna col Bambino in pietra d’Istria la madre e il figlio si abbracciano e si stringono intensamente, il bambino si avvinghia alla sua mamma in modo da far sbucare la sua manina destra dall’altra parte del collo della Vergine: un’idea che modelli donatelliani come la Madonna col Bambino in terracotta, vittima dei bombardamenti di Berlino e ricomposta, mostrava eloquentemente nella Sala 2 della mostra.

 

Donatello, Madonna col Bambino, 1415 circa, terracotta già dipinta, cm 90 x 75 x 24, Berlino, Staatliche Museen, Skulpturensammlung und Museum für Byzantinische Kunst, inv. 1940 (esposta al Bode Museum)

 

Nonostante la rilassatezza consentita dal lavoro in un territorio periferico, la Madonna col Bambino è tra le opere migliori realizzate in Dalmazia da Niccolò, forse anche per via delle dimensioni ridotte che consentono meno giornate di lavoro e minore impegno fisico complessivo per soddisfare una committenza nobile e agiata: a questo tipo di destinazione alludono i due stemmi nel gradino, irriconoscibili finora, anche perché evanidi. Non si conosce il percorso dell’opera dalla Dalmazia (che la provenienza sia tale è attestata dal materiale locale usato da Niccolò) alle Marche, dove l’opera è custodita oggi nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, detta di San Girolamo, a Sant’Agata Feltria. La chiesa fu fondata nel Cinquecento e amministrata per secoli dai frati di San Girolamo della congregazione del beato Pietro Gambacorti da Pisa. Nella chiesa di Sant’Agata Feltria sono arrivati anche altri reperti provenienti da un convento di Fontescarino, a sud del paese, e fonti locali affermano che anche il rilievo di Niccolò facesse parte di tali reperti; anche se così fosse, la provenienza dal convento distrutto rappresenterebbe comunque un passaggio secondario rispetto all’originaria committenza privata ad oggi ricordata solo dagli illeggibili stemmi.

La Madonna col Bambino di Niccolò è un rilievo notevole nel suo genere ed era davvero apprezzabile soltanto dal vivo in tutte le sue sfaccettature, anche emotive. Il catalogo della mostra Donatello, il Rinascimento aiutava a ricondurre l’iconografia del rilievo al colto reimpiego di modelli iconografici diffusi dalle terracotte fiorentine di inizio Quattrocento ispirate al tipo pittorico bizantino della Glykophilusa, la ‘Madonna del dolce bacio’: si tratta di un’iconografia che addolcisce con un accenno di reciproca tenerezza il tipo iconografico bizantino più rigido della famiglia divina. La  Glykophilusa ha avuto molte declinazioni anche pittoriche tra gli artisti toscani tra Trecento e Quattrocento: il pittore senese Sano di Pietro la rende popolare e diffusa anche fuori dalla Toscana.

Sano di Pietro, Madonna col Bambino, detta “del Pilastro”, 1450-1460, tempera su tavola, oro in foglia punzonato//bulinato, cm. 37.5 x 26.5 cm, Pinacoteca Crociani – Museo civico, Montepulciano (Siena)

 

Molteplici sono gli echi contemporanei nel rilievo di Niccolò che attestano l’apprezzata circolazione di modelli italiani sulle coste adriatiche e il loro impiego in materiali locali che si piegano alle esigenze di stile e iconografiche del maestro toscano che li usa: il manto della Vergine è complicato e richiama Andrea Mantegna, erede in pittura di Donatello e molto caro, come lo scultore, a Niccolò. 

Andrea Mantegna, Madonna col Bambino, 1490-1495 circa, tempera magra su tela, cm 45,2 x 35,5; cornice: cm 64 x 50,5 x 9,5, Milano, Museo Poldi Pezzoli, inv. 1595 (l’opera era esposta nella Sala 8 della mostra Donatello, il Rinascimento, accanto alla Madonna col Bambino di Niccolò di Giovanni Fiorentino); Niccolò di Giovanni Fiorentino, Madonna col Bambino, particolare, 1490 circa, pietra d’Istria, cm 52,5 x 43 x 11, Sant’Agata Feltria, Chiesa della Beata Vergine delle Grazie, o di San Girolamo (ripresa frontale, particolare, nella Sala 8 della mostra Donatello, il Rinascimento, sede di Palazzo Strozzi).

 

Anche la testa scoperta e pettinata in maniera elaborata della Vergine e l’immissione nella composizione del bracciolo del faldistorio (cioè il seggio senza spalliera con due braccioli riservato ai personaggi più alti in grado nella liturgia o in una corte) a sinistra raccontano di Niccolò più di quanto egli non dichiari: la devozione a Donatello e ai suoi seguaci, dei quali anche Niccolò fa parte, tra Toscana e Veneto.

 

Niccolò di Giovanni Fiorentino, Madonna col Bambino, particolare, 1490 circa, pietra d’Istria, cm 52,5 x 43 x 11, Sant’Agata Feltria, Chiesa della Beata Vergine delle Grazie, o di San Girolamo (ripresa dall’alto da destra, particolare, nella Sala 8 della mostra Donatello, il Rinascimento, sede di Palazzo Strozzi).

 

Le aureole sulle teste della madre e del bambino sono rilevate quanto basta per essere visibili di fronte e dal basso: è verosimile che il rilievo in origine fosse in casa di una famiglia nobile, che a Niccolò lo aveva commissionato per la propria devozione privata. Ma se, grazie alla visuale a 180 gradi consentita dall’esposizione in mostra, ci si metteva in punta di piedi e si osservavano dall’alto a destra la mamma e il bimbo abbracciati, le aureole si rivelavano due lisci dischi bombati; in particolare l’aureola del bambino, panciuta come il suo tenerissimo proprietario, appariva simile a una mezza pesca sciroppata tagliata a metà e calcata sulla porzione posteriore della testolina del piccolo grazie all’incavo del nocciolo mancante.

Niccolò di Giovanni Fiorentino va in Croazia, lavora la terracotta, il marmo, la pietra d’Istria, insieme al collega di Durazzo Andrea Alessi; Giorgio da Sebenico lavora la pietra d’Istria in Croazia, va anche a lavorare a Venezia; insieme a questi forestieri pellegrini della via adriatica si può ricordare un altro donatelliano fervente, il dalmata Giorgio Schiavone, che attorno al 1458 in uno scomparto del Polittico Roberti-Frigimelica per l’altare di San Bernardino in San Nicolò a Padova dipinge uno scarmigliato e maturo San Giovanni Battista, che risente della visione ammirata di un calco in gesso dell’ultima statua di marmo di Donatello, il San Giovannino di casa Martelli a Firenze, di cui Schiavone corregge le reticenze iconografiche e l’età in favore della più popolare iconografia che rende l’anacoreta riconoscibile dai capelli scarmigliati e lunghi, dalla barba, dal volto maturo e da aureola, croce e cartiglio (il San Giovannino di casa Martelli e la tavola erano esposte nella Sala 8 di Palazzo Strozzi alla mostra Donatello, il Rinascimento).

 

Donatello, San Giovanni Battista di casa Martelli, particolare anteriore, 1442 circa, marmo, cm 159, 5 (165 con l’aureola) x 46,5 x 36, Firenze, Museo Nazionale del Bargello, inv. Sculture 435 (ripresa nella Sala 8 della mostra); Giorgio Schiavone, San Giovanni Battista, dal Polittico Roberti-Frigimelica, 1458 ca., tempera su tavola, 72 × 25.5 cm, Londra, National Gallery, non esposto (la scheda di catalogo del museo è accessibile online: https://www.nationalgallery.org.uk/paintings/giorgio-schiavone-saint-john-the-baptist)

 

Gli spostamenti, i soggiorni più o meno lunghi, i successi di questi artisti si devono a capacità tecniche e gestionali in un territorio collegato dal mare e dalle alterne vicende politiche della Serenissima. La lingua figurativa che parlano questi artisti è italiana e donatelliana, arricchita da numerose sfaccettature, favorite dagli andirivieni di uomini e materiali da una costa all’altra, che rendono attrattive le opere che i maestri offrono a nobili e colti committenti. 

Una relazione reciproca e continua tra esperienze professionali e personali e storia italiana di quasi seicento anni fa ha moltissimo da insegnare. Da tempo chi di noi conosce e insegna la storia ha capito che la storia fascista non è ancora alle nostre spalle. Luoghi d’arte e di memoria come le Tremiti non tornino mai ad avere fama nazionale per gli stessi infausti motivi che meno di un secolo fa le resero note. Luoghi di confino, non accoglienti colonie per estati al mare sulle quali vegliano ancora i resti di un portale in pietra forestiera spedito dai seguaci girovaghi di Donatello.

Floriana Conte – Professoressa associata di Storia dell’arte a UniFoggia (floriana.conte@unifg.it; Twitter: @FlConte) e Socia corrispondente dell’Accademia dell’Arcadia

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