Affabulare, secondo l’etimologia, consiste nella sapiente e avvincente sistemazione di un soggetto in forma narrativa, nonché cogliere il profondo e il nuovo della vicenda narrata. Se si desse il caso che l’affabulatore si chiami Roberto Benigni e che la vicenda narrata, Pietro – Un uomo nel vento, sia quella di Pietro di Cafarnao di Galilea, allora ne verrebbe fuori una bellissima narrazione che i numerosi spettatori di mercoledì sera 10 dicembre, su Rai1, hanno potuto ascoltare. Benigni non ha bisogno di essere presentato; la sua lunga carriera artistica è ormai nota anche a livello internazionale. A sua volta, la storia di Pietro di Galilea è nota per lo più, però, nella dimensione omiletica. Allora in che consiste la novità, se così si può dire, della vicenda umana di Pietro?

Anche per la vita di Pietro non difformemente dalle tante che esistono e cadono nell’oblio come foglie d’autunno sarebbe stato diverso; Pietro era un anonimo pescatore di lago che si imbatté un giorno in Gesù (a quel tempo anonimo predicatore in Palestina) e fu invitato a seguirlo; Benigni ha avuto la capacità di narrare le vicende che ne seguirono facendole emergere in modo passionale e attuale. Da subito, lo spettatore comincia allora a rendersi conto della straordinarietà di una vicenda in cui emergono al contempo la fragilità umana di Pietro e la potenza trasformatrice dell’amicizia e dell’amore; la missione che Pietro si vede affidare da Cristo, continuerà nella primitiva Comunità della Chiesa giudeo-cristiana, a Roma e oltre.
Plasticamente mi viene alla mente la straordinaria invenzione, tramite computer, della tridimensionalità che si applica per esempio ad una piatta immagine, altrimenti quasi illeggibile. Pensiamo a come anche organi umani sono oggi esaminati e nitidamente studiati dagli esperti e, addirittura, compresi dai comuni mortali.
Ciò che Benigni è riuscito a fare, e dagli spettatori ammirato, non è stata solo la sua capacità di dare al racconto della vicenda di Pietro vitalità, brillantezza e fascino, ma anche di dare evidenza alla forza ineludibile dell’azione di Dio, che muta il pescatore di pesci in pescatore di uomini; una forza che venuta da Cristo verrà lasciata ai suoi successori in cui continuerà il medesimo ‘miracolo’.
Penso che gli spettatori, coinvolti in modo suggestivo dalle capacità di Benigni, abbiano amato la vicenda di Pietro, divenuta quasi il simbolo di ogni storia umana, in cui anch’io posso decisamente pensare: Se ciò è stato possibile a Pietro, colui che dapprima tradì per paura e, poi, ravveduto, divenne guida della Chiesa, perché non può succedere qualcosa anche a me? Forse c’è spazio pure per me, nel senso della mia esistenza spesso in crisi!

Vorrei poi qui evidenziare la filigrana che ad un certo punto sottende nell’affabulazione narrativa di Benigni: quella cioè della duplice ‘fede’: anzitutto di Pietro, carica di slanci e di paure, che dovrà passare attraverso il crogiolo della vicenda più drammatica, la passione e la morte del Maestro, e poi quella paziente e misericordiosa che nasce dall’avere il Maestro scrutato profondamente l’intimo del pescatore di Galilea, traendolo fuori dalle sue umane titubanze e contraddizioni insieme alla sua splendida generosità.
In uno dei celebri commenti sulla vita di Gesù di Nazaret, Benedetto XVI aveva scritto che Pietro aveva dovuto imparare nel corso della sua vita l’umiltà del discepolo, il cammino della dura sequela e la semplicità consapevole del servizio. Penso che nel dire questo quel Pontefice descrivesse al tempo stesso non solo l’esperienza diretta di Pietro, ma anche del proprio pontificato, anzi, di ogni pontificato.
A me è parso che il momento più sublime dell’affabulazione di Benigni sia stato quando l’attore ha parlato della forza dell’amore, nella sua duplice dimensione: quella discendente, pura e paziente di Cristo per Pietro, e quella ascendente di Pietro, così frequentemente balbettante, ma poi generosa per Cristo; è allora che Gesù gli chiese per tre volte in modo incalzante: Pietro, mi ami? Mi ami veramente? E Pietro rispose: Sì, Signore, tu sai che ti amo, tu sai che ti voglio veramente bene; tu sai tutto, tu sai che ti amo!
Ho avuto l’impressione, in certi momenti alti e vivi della trasmissione, che Benigni si fosse come immedesimato o meglio trasformato, per così dire in uno scambio di ruoli, nello stesso Pietro.
In una scena intuibile, ma fuori schermo, direi che Pietro, spettatore dell’Alto, abbia lasciato fare, abbia anzi sorriso, divertito con noi, per la geniale ed estrosa interpretazione di Benigni.




