Magyar non rivoluzionerà l’Ungheria. La lezione di Tufarelli

Francesco Tufarelli, esperto di affari europei, analizza la vittoria di Peter Magyar alle elezioni ungheresi: profilo europeista, sì, ma conservatore. E le sue posizioni su Ucraina ed energia potrebbero riservare più di una sorpresa a Bruxelles.

Con le elezioni ungheresi che consegnano un risultato atteso ma non per questo privo di ambiguità Peter Magyar, nuovo presidente ungherese e già europarlamentare trionfalmente eletto nel 2024, viene salutato da molte cancellerie come il segnale di una svolta democratica. Ma il profilo del nuovo leader, cresciuto all’ombra di Viktor Orbán, formatosi nelle istituzioni finanziarie europee, e ora già oggetto di distinguo sulle questioni energetiche e ucraine, invita a una lettura più prudente. Francesco Tufarelli, fondatore della rivista Europa 2028, spiega a Beemagazine cosa cambia davvero a Budapest, e cosa invece rimarrà uguale.

L’elezione di Magyar è veramente una “svolta democratica” per l’Ungheria?

La politica europea ha ormai assunto i ritmi e i toni di una competizione sportiva, e le elezioni ungheresi non fanno eccezione. Tifoserie contrapposte, narrazioni semplificate, entusiasmi precoci. Il cambio al governo di Budapest è probabilmente un segnale positivo, ma sarebbe un errore lasciarsi trascinare dagli applausi di chi dipingeva Orbán come un despota e vede ora in Magyar la personificazione di una nuova stagione democratica. La realtà, come quasi sempre accade, è più complessa e meno lineare di quanto la vulgata voglia suggerire.

C’è stato un eccesso di semplificazione verso la presidenza di Viktor Orbán?

Orbán è un leader dalla personalità ingombrante, e non c’è dubbio che abbia spinto l’Ungheria verso derive marcatamente conservatrici. Ma la categoria del “dittatore” non regge a un esame serio. Quella di Orbán è stata piuttosto una forma acuta di nazionalismo populista. Basta guardare alle origini: il movimento studentesco Fiatal Demokratak Szövetsége, le commemorazioni dei martiri ungheresi, il debutto nelle urne già nel 1990 con l’etichetta di giovane promessa dell’euro-Ungheria. Da primo ministro, tra il 1998 e il 2002, fu lui a traghettare il Paese verso la porta dell’Unione europea. Accettò le sconfitte del 2002 e del 2006 senza strappi istituzionali. E ora, dopo quasi vent’anni di dominio politico su cui si è scritto molto, è stato il primo a riconoscere il verdetto delle urne e a stringere la mano al successore — colui che fino a poco tempo fa siedeva al suo fianco come uomo di fiducia.

Chi è Peter Magyar, al di là dell’immagine che ne è stata costruita in campagna elettorale?

Diciotto anni separano Magyar da Orbán, e quella distanza generazionale si traduce in una visione del mondo diversa: è un figlio diretto della stagione Erasmus, con tutto ciò che questo comporta in termini di apertura europea. Nel 2009 si stabilì a Bruxelles insieme alla moglie, che in seguito sarebbe diventata consigliera politica di János Áder — europarlamentare di lungo corso e poi presidente della Repubblica ungherese dal 2010 al 2022, espressione del Fidesz orbaniano. Da quel momento la carriera di Magyar si è mossa su un doppio binario: da un lato incarichi istituzionali, come la presenza nella rappresentanza ungherese a Bruxelles durante la presidenza di turno, o il passaggio nell’ufficio del primo ministro nel 2015; dall’altro ruoli di gestione, tra cui la responsabilità legale europea della Banca europea per lo sviluppo e altre realtà vicine allo Stato. Sempre, bisogna sottolinearlo, dentro l’ecosistema costruito da chi oggi viene dipinto come il grande oppressore. Il che apre una questione difficile da eludere: dobbiamo credere che il regime oppressivo si sia materializzato improvvisamente nel febbraio 2024, quando Magyar ha interrotto ogni collaborazione per lanciare il suo partito? È una domanda cui occorre rispondere senza reticenze.

Cosa cambia allora veramente a Budapest?

La traiettoria di Magyar è stata rapida: dai sondaggi attorno al 15%, poi oltre il 20%, fino alla consacrazione europea del giugno 2024. Ma prima di lasciarsi travolgere dall’entusiasmo conviene ricordare il contesto: nel 2024 il governo Orbán era già sotto pressione per le reiterate violazioni dello stato di diritto europeo, e la rottura di Magyar è coincisa — in modo tutt’altro che casuale — con le elezioni per il Parlamento europeo e con l’imminente semestre ungherese di presidenza del Consiglio dell’Ue. Vale allora la pena chiedersi se non sia in atto qualcosa di più profondo: il sistema ungherese, percependo che il ciclo orbaniano si stava esaurendo, ha trovato nel suo stesso vivaio una figura capace di presentarsi a Bruxelles con un volto più accettabile. Qualcuno più giovane, più in sintonia con il lessico europeo, con esperienza nel mondo della finanza internazionale. Abbastanza da riaprire i canali per i fondi europei bloccati, e da riportare l’Ungheria dentro quel Partito Popolare Europeo da cui Orbán si era progressivamente allontanato pur avendone fatto parte a lungo.

Bruxelles sta sbagliando nel salutare questa elezione come rivoluzionaria?

L’entusiasmo di Bruxelles dura poco: nel giro di poche ore dalla vittoria, è già emerso che Magyar non si discosterà in modo significativo dal suo predecessore su dossier cruciali come l’Ucraina e la politica energetica. Una sorpresa annunciata, per chi vuole guardare i fatti. L’Ungheria è un paese con dipendenze energetiche radicate, relazioni economiche consolidate con Mosca e una collocazione geopolitica che non cambia con le elezioni. La politica estera non si riscrive cambiando il nome sulla porta di palazzo. Quello che abbiamo visto è un’operazione di rinnovamento della facciata, eseguita con grande abilità e tempismo — di cui soltanto un osservatore sprovveduto come Vance, guardando dall’altra sponda dell’Atlantico, non ha saputo cogliere il senso reale. La conclusione, paradossale ma fondata, è che non solo i dittatori non sono più quelli di una volta: anche gli americani hanno perso il filo.

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