L’incoerenza diventa virtù. Il Foglio svela il filo-governismo dell’élite

In una riflessione ironica e pungente, Maurizio Bianconi prende di mira Il Foglio e il suo rapporto strutturale con il potere, soffermandosi sull’elogio esplicito dell’incoerenza del governo Meloni trasformata in virtù politica. Dalle promesse smentite alle svolte rivendicate come segno di maturità, il quotidiano d’élite celebra il trasformismo come fattore di consenso, offrendo uno spaccato amaro di una democrazia che non punisce il venir meno agli impegni, ma lo premia

Il Foglio, quotidiano d’élite, si è sempre appollaiato dalle parti del potere. Il suo fondatore fu comunista di ferro con il babbo direttore del giornale del partito. Poi extraparlamentare assecondando la moda. Poi socialista craxiano, poi berlusconiano, poi sostenitore di Mario Monti, poi di Mario Draghi, poi di Matteo Renzi. La rotta non è cambiata quando all’elefantino si sostituì la ciliegia in calce ai fondi del direttore.

Il triennio destinato a divenire quinquennio e molto probabilmente al raddoppio, pongono il quotidiano sulla scia di Giorgia Meloni. Qui però il salto mortale per un giornale laico illuminato oggetto di attenzione dei lettori più raffinati del Paese, non avrebbe potuto essere eseguito sic et simpliciter. La “Sgarbatella” popolana e postfascista non poteva entrare direttamente nelle grazie di quel club.

In applicazione della massima codificata dal film Amici Miei: “Cos’è il genio? combinazione di fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”, Il Foglio ha dato il meglio di sé. In un fondo che farà testo Mastro Ciliegia ha elencato tutti i più importanti impegni disattesi di Giorgia Meloni e i suoi sistematici cambi di programma. Da destra populista a forza di governo. E ha concluso che finalmente costei ha capito e fa quel che deve. Ravvedimento operoso. Così ben fatto da togliere ogni arma efficace all’opposizione. Se non è “genio” questo…

I titoli del pezzo parlano chiaro: “Non solo Mercosur. L’incoerenza di Meloni ormai è un manifesto politico”. Il Foglio documenta partitamente il suo assunto e fornisce un elenco (incompleto ma bastevole) delle inversioni di Giorgia Meloni, cambi che chiama con abilità un po’ cortigiana “incoerenze”. Inventario non di chi critica, ma di chi lieto per le “incoerenze”, e libero (finalmente) di proseguire la sua transumanza accanto al Potere.

Esordio “Come fare dell’incoerenza un nuovo motore di consenso” e “No al Mercosur, anzi sì. No al Ceta, anzi sì. No al rigore, anzi sì”. Continua “Mercosur è stato osteggiato per una vita, così come il Ceta (accordo di libero scambio con il Canada n.d.r.). Ma una volta arrivata al governo la destra ha scelto di mettere da parte la sua coerenza e si è armata di provvidenziale incoerenza. Le svolte magnificamente incoerenti della destra di governo […] dopo tre anni sono parte di un film che ancora in pochi accettano di […] riconoscere con onestà. Meloni era demagogicamente favorevole al taglio delle accise […] demagogicamente contraria a vendere ITA agli stranieri ai tedeschi in particolare […] demagogicamente contraria a dividere in più parti TIM […] che in campagna elettorale aveva promesso di nazionalizzare (oggi divisa e venduta a un fondo americano n.d.r.)”.

Non basta, “Meloni era contraria al voto favorevole per la fine del mercato tutelato per l’energia e il gas, nel 2023 invece il suo partito è stato l’unico a sostenere la posizione opposta”. Continua ricordando la promessa non mantenuta a suo dire “in modo provvidenziale” sulla cassazione della legge Fornero, anzi ” alla fine il suo governo non ha fatto altro che rafforzarla”. Va avanti “Meloni considerava il rispetto rigoroso dei limiti del deficit come inaccettabile […] e alla fine dei conti il rispetto del deficit è diventato uno dei punti forti della narrazione meloniana. Per non parlare dello spread […] assecondarlo era essere al servizio dei mercati […] oggi significa solo essere responsabili”.

Il Foglio fra le “incoerenze” pone anche la mancata diminuzione complessiva del carico fiscale, la mancata nazionalizzazione dell’Ilva, la mancata protezione dei balneari. Tutti cavalli di battaglia della destra che si candidava a governare. Poi, poi più che lasciati nelle scuderie di Palazzo Chigi, soppressi o fatti sparire.

Contravvenire agli impegni, il venir meno alle promesse e anche a certi valori non negoziabili della sua parte politica non solo ha conquistato Il Foglio e il suo club, ma, sottolinea il quotidiano ha fatto acquisire consenso. Una lode al trasformismo, italica consuetudine. Una democrazia matura dovrebbe punire i fedifraghi. In Italia non succede anzi si avvera il contrario.

Il perché non lo spiega Il Foglio, soddisfatto di poter applaudire, ma Mattia Feltri su La Stampa: “Abbiamo vissuto una Prima repubblica bloccata e garantita dagli americani, e una Seconda repubblica contesa da partiti personali e garantita dall’Unione europea. Non ci è mai importato della libertà, il prodotto esclusivo delle democrazie, perché abbiamo preferito la bacchetta magica, e comunque qualcuno che assicurasse posto fisso, pancia piena, sicurezza e villeggiatura. Ambizione legittima in nome della quale il nostro vero e unico ballottaggio è sempre stato fra Franza e Spagna”.

Finora, più o meno, ci è sempre andata bene. Finora, ma c’è una prima volta per tutto. Specialmente in un tempo in cui è regola che l’incredibile diventi realtà.

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