Il trionfo dell’iperbole. A cominciare dal linguaggio

E l’informazione non ne è indenne, anzi… L’elogio di un valore ormai raro: la misura

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L’esagerazione domina sulle nostre vite.

Tutto esiste solamente se è straordinario, inaudito, scioccante, meraviglioso, terrificante, memorabile o unico.

Viviamo completamente immersi nel mondo dell’iperbole assassina. Dell’esagerazione che annulla tutte le differenze, che tutto appiattisce, eliminando valori, impedendo una gerarchia ragionevole dei fatti e la aderenza alla realtà.

Qualsiasi cosa deve essere speziata a piene mani, a partire dall’informazione. Che ormai, non paga di raccontare, narra.

Il peso falso ha imperio sulle bilance, e un commento non vale se non è duramente polemico e roboante. Evidentemente viviamo in un’era mirabolante, e non ce ne eravamo resi conto, poveri sprovveduti che siamo.

Il linguaggio della pubblicità con i suoi canoni ha invaso la nostra lingua scritta e parlata.

Esagerazioni, enfatizzazioni drammatizzazioni sono il nostro pane quotidiano. E non solo nei media, di qualsiasi tipo.

È tutto un rincorrersi a gonfiare i sentimenti, le percezioni, i comportamenti, persino le più banali e ovvie quotidianità. Non si è mai solo stanchi semmai si è sfiniti, esauriti o stressatissimi; una pietanza non può essere solo buona, deve essere divina e un vino se non è sublime non vale lo stappo; il viaggio o la vacanza non possono che essere unici o esclusivi. L’aurea mediocritas così diventata una specie di bestemmia, una faccenda per sfigati.

Nei media chi non usa la mano pesante col pepe è uno che non capisce la portata dei fatti o che “ammazza” la notizia. I risultati di questa filosofia sono sotto gli occhi di chiunque sappia anche solo guardare superficialmente. Non servono certo approfondite analisi. Il nostro mondo intanto è stato invaso da una vera e propria frenesia della felicità.

Certamente la sua ricerca è una aspirazione legittima dell’essere umano. Ma pretenderla ad ogni costo, esigere tutto e subito, causa qualche evidente scompenso, soprattutto tra i più giovani. Quando si pone come criterio assoluto e come presupposto del progresso sociale la felicità intesa in maniera individualista e materialista, non si provvede certamente ad elevare lo spirito e le aspirazioni.

Piuttosto si riesce ad abbassare il livello intellettivo e morale verso un piatto e minimalista confort. Così i ragazzi, ma non solo loro, si estraniano da qualsiasi passione e passionalità. Gli individui dimentichi di ideali come l’ amore per libertà, lo spirito di sacrificio, l’onore, l’entusiasmo creativo, la capacità di sopportazione, la fiducia nell’impegno personale, la generosità, si dedicano in massa a pretendere dalle istituzioni, qualsiasi esse siano, i maggiori vantaggi possibili. Instaurando cosi il Regno delle pretese. Dal quale si esce con le ossa rotte per entrare direttamente in quelli della frustrazione e della rabbia sociale.

A furia di drogarci di iperboli, di esaltare tutto in maniera ridicola, di esasperare qualsiasi azione, nostra o altrui, abbiamo smarrito quelle doti che da sempre sono fondamentali per progredire socialmente e intellettualmente e per affrontare gli incerti della quotidianità. E ciò vale, lo stiamo toccando con mano, sia per la grande questione della pandemia da Covid sia per gli sconvolgimenti creati dalla guerra in queste settimane.

In cucina, normalmente, chi abbonda con il sale o è un mediocre cuoco o usa materia prima scadente. In troppi altri campi, a partire dalla politica per approdare al mondo dell’informazione, i “salatori” stanno invece vivendo un momento d’oro, che però lascerà solo rovine. E invece dovremmo riappropriarci di alcune delle regole che hanno portato alla evoluzione umana e ai momenti più alti delle civiltà.

Ad esempio la sobrietà, accoppiata con il coraggio e con la costante ricerca dell’impossibile. Che non è l’ennesima iperbole ma una propensione mentale e spirituale. Solo cercando quello che ci appare impossibile infatti troviamo nuovi sentieri e scopriamo inattese opportunità. Dovremmo forse affidarci, ancora una volta, non ad uno stratega ma ad un poeta per cercare la strada.

Sfidare, osare, provare: quindi esagerare nel senso giusto del termine, indipendentemente dai vantaggi immediati o dalle probabilità di riuscita. Dovremmo lanciarci come il trovatore medioevale francese Arnaut Daniel, che, parlando di amore impossibile, nella sua “Arietta”, sfacciatamente ed orgogliosamente scrisse:

“Io sono Arnaldo che raccoglie il vento/

E col bue vado a caccia della lepre/

E nuoto contro la marea montante”.

 

Maurizio Lucchi – Giornalista

 

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