In un momento in cui la diplomazia internazionale si muove tra nuovi formati e vecchi equilibri, la scelta italiana di non aderire subito al Board of Peace lanciato da Donald Trump apre interrogativi politici, strategici e costituzionali. Per capire quali margini abbia Roma tra prudenza e protagonismo, e quale ruolo possa giocare l’Italia nel nuovo scenario transatlantico ne abbiamo parlato con Brunella Bolloli, vice capo redazione Interni/Politico di Libero.
L’Italia ha scelto di prendere tempo sul Board of Peace, il controverso organismo presentato a Davos da Donald Trump per la ricostruzione di Gaza. Questo significa una presa di distanza politica o soltanto una scelta di prudenza?
Giorgia Meloni ha scelto di prendere tempo sul Board of Peace, il controverso organismo presentato a Davos da Donald Trump per la ricostruzione di Gaza. La presidente del Consiglio italiana non compare nella foto di famiglia scattata sul palco del World Economic Forum, anche perché non ha partecipato al vertice sulle montagne svizzere. Di conseguenza, non si è tenuto alcun bilaterale diretto con l’inquilino della Casa Bianca.
Tra i due leader c’è stata però una telefonata, nel corso della quale Meloni ha spiegato a Trump che l’Italia guarda con interesse al Board, ma non nell’immediato. La posizione italiana è di apertura, ma accompagnata da prudenza. Roma è disponibile a valutare l’adesione per almeno due ragioni: da un lato, l’Italia può giocare un ruolo peculiare nella costruzione di un percorso di pace in Medio Oriente e nel rilancio della prospettiva dei due Stati; dall’altro, autoescludersi da un organismo che si propone come centrale nel nuovo assetto diplomatico non sarebbe una scelta lungimirante, né per l’Italia né per l’Europa.
Quali sono i rischi di entrare troppo presto in un formato ancora incerto?
Esiste un nodo giuridico rilevante. Dall’analisi dello statuto del Board sono emersi elementi di incompatibilità con la Costituzione italiana, in particolare con l’articolo 11. Un rilievo che rende impossibile una firma immediata e che è stato segnalato anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In sintesi, serve tempo: Meloni resta su una linea attendista e di equilibrio, soprattutto tra le due sponde dell’Atlantico.
Il rapporto con Trump non è in discussione. Il presidente americano ha più volte elogiato pubblicamente Meloni e, sul Board of Peace, ha dichiarato che sia l’Italia sia la Polonia hanno manifestato l’intenzione di aderire. È però altrettanto evidente che, su alcune uscite del Tycoon, la premier italiana ha scelto di prendere le distanze: dal dossier Groenlandia alla minaccia di nuovi dazi contro l’Europa. Una postura che rafforza lo standing internazionale di Meloni e indebolisce la narrazione degli avversari che la dipingono come una semplice vassalla di Washington.
Qual è l’obiettivo di Roma?
Di fronte alla complessità dello scenario globale e a un nuovo ordine – o disordine – che secondo molti viene imposto dalla presidenza Trump, la linea del governo italiano è quella dell’equilibrio e del pragmatismo. L’obiettivo è giocare fino in fondo il ruolo di pontiere tra Stati Uniti ed Europa, un ruolo che non sembra essere oggi quello della Francia di Emmanuel Macron, orientata a una risposta più muscolare alle iniziative di Washington.
Più pragmatica, appunto, la strategia di Meloni, che ha scelto di fare asse con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, anche sul terreno della competitività e del rafforzamento dell’Unione Europea. La Germania, come l’Italia, ha deciso per ora di non aderire al Board of Peace, al quale Trump ha invitato anche la Russia di Vladimir Putin, la Bielorussia, la Cina, Israele e numerosi altri Paesi. Stati che, per ottenere un seggio permanente, dovrebbero contribuire con un miliardo di dollari ciascuno.
Quali potrebbero essere gli scenari futuri?
In questa sorta di ONU parallela l’Italia, per ora, ha scelto di non entrare. Ciò non significa, però, che Roma possa chiamarsi fuori dai grandi dossier internazionali: l’Italia avrà un ruolo nella ricostruzione di Gaza così come non potrà sottrarsi a un impegno nella futura ricostruzione dell’Ucraina. Ma diritto internazionale, trattati e Costituzione restano vincoli sostanziali.
La diplomazia è al lavoro per rafforzare il peso italiano all’interno dell’Unione Europea e nel rapporto transatlantico. Gli Stati Uniti restano il principale alleato, ma con Trump perseguono interessi che non sempre coincidono con quelli di Bruxelles. È in questo spazio di frizione che il governo Meloni tenta di muoversi, senza strappi e senza subordinazioni.
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