Le dinamiche globali stanno ridisegnando la mappa del potere globale. Comprendere ciò che sta accadendo è preparare ciò che dovrà accadere. Perché la sicurezza energetica non è solo previsione e missione: è capacità di anticipare le responsabilità verso il futuro. Questo il tema al centro del convegno “Sicurezza Energetica e Nuovi Equilibri Globali”, promosso dall’Associazione Culturale “Omnia Nos”, anticipato dal suo presidente, il generale Carmine De Pascale. L’iniziativa, alla Sala Matteotti, ha avuto l’obiettivo di analizzare il quadro articolato su uno dei temi più urgenti del tempo presente: la ridefinizione dell’architettura di potere globale attraverso le dipendenze energetiche, le vulnerabilità infrastrutturali e le dinamiche geopolitiche di lungo periodo.
Il nodo ucraino
Il punto di partenza per cominciare a comprendere il nuovo disordine globale è stato inevitabilmente la guerra in Ucraina. “Più di quattro anni di guerra, più di quattro anni di un conflitto che si può considerare sostanzialmente inconcludente per entrambe le parti”, ha detto stato l’ambasciatore Giorgio Starace, già rappresentante d’Italia a Mosca. Il diplomatico ha puntato il dito sull’assenza della diplomazia europea. “Non ci sono state iniziative diplomatiche durante il corso della guerra degne di nota: la presentazione di proposte europee, la nomina di inviati speciali europei che facessero le visite alle rispettive capitali. Forte sono stati invece le iniziative degli americani”.
Starace ha anche affrontato la dimensione energetica della potenza russa. Nel 2025 la quota delle entrate da oil & gas nel bilancio federale russo ha raggiunto il 23%, lontane dal 50% registrato nella decade 2000-2010. Dopo il 2022 l’Unione Europea ha tagliato di oltre il 70% le importazioni di gas russo. Nel 2026 la Cina rappresenta il 41% delle entrate russe da export fossile. “Mosca ha evitato l’isolamento economico, ma si è posta in una situazione di dipendenza dalla Cina con inevitabili conseguenze di carattere politico”. La conclusione è che “l’energia continua a essere un elemento della potenza russa, ma non è più la leva prevalente. Servirà a finanziare lo sforzo militare, a sostenere un certo livello di autonomia strategica, ma avrà un carattere difensivo rispetto al passato”.
Comprendere il caos
I problemi del XXI secolo sono “un riflesso di quelli non risolti nel secolo precedente”. Così la professoressa Maria Gabriella Pasqualini, storica militare e dell’intelligence, che ha ripercorso le grandi fratture del sistema internazionale, dalla dissoluzione degli imperi multinazionali austro-ungarico e ottomano, alla nascita della Repubblica Popolare Cinese, fino al collasso dell’URSS. Sull’Iran, attuale focolaio di instabilità globale, soprattutto per quanto riguarda le forniture energetiche globali, la storica ha registrato come il Paese sia: “uno stato debole che invece si comporta da stato molto forte. L’Iran, sciita, ha provato a prendere il primato del mondo musulmano, ma non c’è riuscito”. Questo, tuttavia, rende Teheran un fattore di continua crisi nella regione. Un elemento che continua a sfuggire all’intelligence americana.
Sul tema del ruolo dell’intelligence nel mondo contemporaneo, “il ruolo della mente umana è risolutivo, ora più che mai”, nell’era dell’intelligenza artificiale. “L’IA può determinare errori fondamentali, e se chi la usa non ha conoscenze profonde del territorio o del tema sul quale deve riferire, è inutile”. La storica ha insistito sull’analisi anticipatoria come cuore dell’attività informativa: analisi delle tendenze, delle anomalie, delle intenzioni del nemico. “L’analisi di intelligence dovrebbe aiutare la classe politica a prendere le decisioni. Ho una vaga idea che qualche volta la classe politica non capisca molto bene quel che arriva di notizia dai servizi”.
La fragilità dei rifornimenti
Elemento cruciale emerso nel convegno è la vulnerabilità degli snodi marittimi globali. “Gli studiosi di strategia sono trent’anni che parlano del problema del controllo dei choke point”, ha esordito l’ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, già Rappresentante Militare presso i Comitati Militari NATO e UE e presidente di Mediterranean Insecurity, ricordando come le marine occidentali abbiano costruito negli ultimi decenni navi eccellenti per i grandi spazi oceanici, ma che “quando entrano dentro gli stretti si muovono con difficoltà”. Sanfelice di Monteforte ha invece sottolineato il cambiamento strutturale del quadro operativo: “A Bab el-Mandeb neanche la coalizione americana è riuscita ad azzerare le capacità di attacco al traffico commerciale da parte degli Houthi”. Per l’ammiraglio: “È finita l’epoca in cui bastava una mettere una corazzata davanti alle coste avversarie per prendere il controllo del passaggio marittimo”.
Il giudizio dell’ammiraglio è che “per decenni nessuno ha fatto niente in materia di diversificazione. Solo da tre anni a questa parte tutti quanti si sono messi a correre per diversificare”. Dietro al fallimento c’è un principio dimenticato, sintetizzato dall’ammiraglio: “Andare a prendere l’energia in paesi instabili, in paesi che ci possono essere nemici, è un provvedimento tampone. Noi abbiamo preso il gas dalla Russia per decenni illudendoci che la cosa sarebbe durata per sempre. Siamo invece dovuti correre ai ripari per non siamo ricattabili. Non possiamo più essere ricattabili”.




