Tregua fragile: scintille tra Cambogia e Thailandia

L’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN) ha annunciato un cessate il fuoco immediato che prevede il ritiro dell’artiglieria oltre i quindici chilometri, il blocco dei rinforzi e una riunione del General Border Committee dal 4 al 7 agosto in Malesia. La tregua, però, resta fragile

Verso fine luglio, il tempio di Preah Vihear (situato in Cambogia lungo il confine con la Thailandia) è tornato al centro della cronaca. Cinque giorni di scontri hanno trasformato una disputa di lunga data in una crisi regionale con ricadute umanitarie, economiche e strategiche. Ne abbiamo parlato con Francesco Emanuele Celentano, docente di diritto internazionale presso l’Università degli Studi di Bari, in un nuovo episodio del format Skill Pro, il podcast di approfondimento firmato OnAir! The Skill.

Professore, cos’è accaduto di recente tra Cambogia e Thailandia?

I recenti scontri armati tra Thailandia e Cambogia, esplosi tra il 24 e il 29 luglio 2025, si inseriscono in una dinamica sempre più instabile dell’Indo-Pacifico, divenuto fulcro della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Guerre commerciali, crisi irrisolte e una crescente militarizzazione delle catene logistiche regionali fanno da sfondo a una crisi che, pur locale, ha implicazioni globali. Proprio alla vigilia dello scontro, Washington aveva minacciato dazi del 36% sull’export dei due Paesi, poi ridotti al 19% solo dopo la firma del cessate il fuoco. La Cina, dal canto suo, ha offerto fin da subito una “mediazione costruttiva”, evitando di compromettere i corridoi produttivi verso il delta del Mekong.

Basta poco, in un clima simile, perché dispute mai del tutto sopite tornino a infiammare frontiere segnate dal colonialismo. Così, tra il 24 e il 29 luglio, il confine di ottocento chilometri tra Cambogia e Thailandia si è trasformato nel fronte più violento dell’area da oltre un decennio: almeno 43 morti e più di trecentomila sfollati. Il culmine della crisi è stato raggiunto il 26 luglio, quando l’artiglieria thailandese ha colpito centri abitati cambogiani e un caccia F-16 ha bombardato postazioni oltrefrontiera: il primo impiego di aerei da combattimento dal 2011.

Qual è stato il casus belli che ha riacceso lo scontro?

L’origine immediata della fiammata va ricercata nella morte di un soldato cambogiano il 28 maggio nei pressi del passo di Chong Tawahu. Ma il contenzioso è ben più antico: risale ai trattati franco-siamesi dei primi del Novecento, che assegnarono vaste aree Khmer alla Cambogia coloniale. Al centro simbolico del conflitto c’è il tempio dell’XI secolo di Praviha, assegnato alla Cambogia dalla Corte internazionale di Giustizia nel 1962, ma circondato da territori mai definitivamente delimitati. Quando nel 2008 il sito fu iscritto nel patrimonio Unesco, Bangkok gridò al furto di sovranità: tra il 2008 e il 2011, l’artiglieria fece già decine di vittime.

Nel 2025, ai fattori storici si sommano quelli politici. In Cambogia, l’ex premier Hun Sen – pur ritiratosi – è riapparso in mimetica in televisione, rafforzando il profilo nazionalista del figlio e successore, Hun Manet. In Thailandia, la sospensione della premier Shinawatra ha lasciato la crisi nelle mani di un leader ad interim vicino alla casta militare. La diffusione di un audio confidenziale tra la stessa Shinawatra e Hun Sen ha contribuito ad accendere gli animi. Durante i cinque giorni di conflitto, i colpi sono risuonati fino a cento chilometri dalle linee del fronte, con 168mila profughi già dopo 48 ore dall’inizio degli scontri.

Che impatto avrà questa guerra?

Le immagini di famiglie in marcia, con borse di plastica e rifugiate in templi o scuole, hanno dato un volto umano al conflitto. Il bilancio economico è altrettanto drammatico: le borse dei due Paesi sono rimaste chiuse il 25 luglio, bloccando l’export di riso e prodotti tessili. Il Ministero delle Finanze thailandese stima danni infrastrutturali per 8,3 miliardi di dollari, disponendo un fondo di emergenza da 25 miliardi di baht. Per le province cambogiane colpite, la crisi mette a rischio anche il turismo culturale, motore economico di sopravvivenza.

Il 28 luglio, la presidenza malese dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (Asean) ha annunciato un cessate il fuoco immediato. Secondo Reuters, la tregua è stata favorita dalle pressioni congiunte di Washington – con la minaccia di congelare l’alleggerimento dei dazi – e dalla disponibilità cinese a offrire una “neutralità attiva”. L’accordo prevede il ritiro dell’artiglieria oltre i quindici chilometri, il blocco dei rinforzi e una riunione del General Border Committee dal 4 al 7 agosto in Malesia. La tregua, però, resta fragile: la Thailandia ha rilasciato solo due dei venti soldati cambogiani catturati, mentre Phnom Penh ne reclama il rientro completo.

La crisi ha messo alla prova gli organismi multilaterali. L’Asean, criticata per la gestione della crisi in Myanmar, è chiamata a dimostrare di poter passare dal semplice consenso alla deterrenza. L’Onu, che ha discusso la questione a porte chiuse il 25 luglio, resta invece marginale, incapace di agire concretamente sul terreno. Mentre Stati Uniti e Cina convergono tatticamente sulla stabilità, entrambi usano la leva economica per orientare i propri alleati: Washington con i dazi, Pechino con l’invito ad aderire alla nuova Via della Seta terrestre. La tregua è arrivata non quando i colpi hanno smesso di cadere, ma quando le catene del valore hanno iniziato a subire contraccolpi.

Sono 300.000 gli sfollati a causa del conflitto tra Cambogia e Thailandia (foto Lapresse)

Potremmo concludere affermando che lo scenario resterà instabile…

La contesa tra Thailandia e Cambogia offre tre insegnamenti fondamentali: le frontiere coloniali restano bombe a orologeria nell’epoca dell’interdipendenza globale; le fragilità politiche interne possono trasformare dispute locali in crisi regionali, soprattutto quando la legittimazione passa attraverso la retorica nazionalista e, infine, l’ordine internazionale contemporaneo subordina la pace alla logica della produzione e delle catene del valore.

Il futuro della tregua dipende da una mappatura tecnica congiunta dei cosiddetti “punti contesi” del confine, dalla riuscita di una missione di monitoraggio Asean e dalla bonifica delle mine disseminate dagli anni ’80. Il rischio di una nuova escalation è concreto e potrebbe non attendere anni ma solo mesi, alimentata dalle elezioni locali in Thailandia a novembre e dal rafforzamento del potere di Hun Manet in Cambogia.

La posta in gioco supera i confini di Preah Vihear. Riguarda la capacità dell’Indo-Pacifico e dell’intero sistema internazionale di gestire conflitti ereditati dalla storia senza lasciarli degenerare. Mentre nei rifugi di fortuna delle città di confine la vita riprende lentamente, ogni cannone puntato ricorda che la pace è spesso solo un armistizio da costruire giorno dopo giorno. La sicurezza collettiva, nel 2025, dipende dalla capacità di disinnescare queste polveriere, periferiche solo in apparenza, ma centrali nel fragile mosaico indo-pacifico contemporaneo.

 

Simone MassaccesiGiornalista

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