Dalla “guerra dopo la guerra” alle nuove sfide dei conflitti ibridi, fino alla necessità di aggiornare il Sanremo Manual. Per il generale Giorgio Battisti, Presidente dell’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario di Sanremo, evidenzia le nuove sfide del diritto umanitario: la “guerra dopo la guerra”, i conflitti ibridi, le tecnologie emergenti e l’aggiornamento del manuale per le operazioni navali nel rispetto del diritto internazionale umanitario.
L’Istituto ha presentato la 48a Tavola Rotonda intitolata “Pace e guerra: la centralità del Diritto internazionale umanitario (Diu)”. In un contesto di crisi multiple e complesse, dall’Ucraina a Gaza, qual è l’importanza di riaffermare la centralità del Diu?
In questo momento storico ci sono tra gli ottanta e i cento conflitti attivi nel mondo (Fonte Uppsala University Conflict Data Program (UCDP) https://ucdp.uu.se/exploratory), tra vere e proprie guerre alle porte dell’Europa ai conflitti del narcotraffico in America Latina. Un numero così elevato di conflitti provoca come immediata conseguenza l’aumento delle vittime civili, che sono sempre coloro che pagano il prezzo più alto. Abbiamo, allora, il dovere di diffondere ancora di più i principi del Diritto internazionale umanitario, soprattutto nelle Forze armate. Purtroppo non sempre questi principi sono applicati correttamente. Un conto infatti è la teoria, di cui il mondo è ricco, un altro è la pratica. I principi del Diu sono scritti da politici, giuristi e militari di alto livello, ma l’end-user, colui che deve metterli in pratica sul campo, è un soldato di vent’anni, spesso stanco, incerto e spaventato. Se non è ben formato dai propri comandanti la sua prima reazione in situazioni di crisi sarà di sparare. Ecco perché la nostra azione è rivolta soprattutto a diffondere nei giovani ufficiali e comandanti l’importanza di queste norme. Anche perché si troveranno a prendere decisioni in una manciata di secondi, e se avranno assimilato questi principi potranno evitare di commettere errori irreparabili.
Come può l’Istituto contribuire a preparare per gestire le fasi post-belliche, in un mondo dove la pace sembra un obiettivo sempre più lontano?
Ai nostri corsisti cerchiamo di fornire una visione anche su come operare al termine dei conflitti. Negli ultimi anni, anche dopo la fine ufficiale delle ostilità e dei combattimenti più cruenti o evidenti, ci sono strascichi di violenza che possono durare giorni, settimane o addirittura anni. È la cosiddetta “guerra dopo la guerra”. Basta guardare ai Balcani: la guerra in Bosnia-Erzegovina è finita nel 1996, ma ancora oggi l’Ue mantiene truppe nel Paese. Altro esempio è il Kosovo: la campagna aerea è terminata nel 1999, ma la Nato ha ancora migliaia di soldati sul terreno. Quando finivano le grandi guerre del Novecento, pur con enormi ripercussioni post-belliche, si avviava la fase della ricostruzione. Oggi non è più così e questi strascichi di violenza colpiscono sempre le fasce più deboli della società, la popolazione civile. Per affrontare questi temi individuiamo tra gli speaker funzionari, militari, diplomatici ed operatori umanitari, che possano mettere la loro esperienza al servizio della missione dell’Istituto.
In che modo l’Istituto contribuisce a diffondere il suo bagaglio di esperienze e conoscenze?
Al termine della Tavola Rotonda faremo un report di quanto emerso, che invieremo ai vari Governi con cui siamo in contatto, alle università, ai media e a tutte le organizzazioni internazionali con cui collaboriamo: Croce rossa internazionale, Unhcr, Nato, Ue, Unesco, Onu e tante altre. Abbiamo anche importanti collaborazioni in atto con comandi militari italiani e stranieri e con Paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar, il Burundi e la Costa d’Avorio, che hanno recentemente chiesto di collaborare con noi in modo da portare all’interno delle loro Forze armate i principi del Diu.
Come si aggiornano i vostri programmi di formazione per preparare gli operatori alle nuove modalità di conflitto, come le guerre ibride e l’impiego di tecnologie emergenti?
Tutte le norme basate sulle Convenzioni di Ginevra sono ferme al 1949. Queste, dunque, coprono atti di violenza e gli accadimenti della Seconda guerra mondiale, ma vanno aggiornati con norme specifiche attagliate alla nuova natura dei conflitti. Per fare un esempio, nelle convenzioni e nei protocolli non si parla mai specificatamente della figura del giornalista, che vengono protetti in maniera generica dagli articoli che trattano il rispetto dei civili e dei non-combattenti. Discorso analogo potrebbe essere fatto per gli interpreti o i collaboratori locali, spesso vittime di ritorsioni, come abbiamo visto in Afghanistan. C’è poi tutto il capitolo di ciò che viene definito “ibrido”, che va dall’intelligenza artificiale, ai droni e alle munizioni circuitanti. Questi sono aspetti emersi soprattutto dalla guerra in Ucraina e ogni Paese cercherà di sfruttarne al massimo le capacità sul campo di battaglia, aprendo a tutta una serie di problemi che dovranno essere affrontati anche dal punto di vista del Diu.
La Tavola Rotonda toccherà anche il tema del diritto internazionale marittimo…
Serve una premessa. Sulla base di una necessità fortemente sentita a livello globale, nel 1994 l’istituto ha pubblicato il Sanremo Manual, un prontuario sulla condotta delle operazioni navali nel rispetto del diritto umanitario, molto apprezzato e consultato da tante Marine militari del mondo. Oggi, però, anche gli scenari nell’ambiente marittimo sono completamente cambiati. Ci sono nuovi “attori” e nuove dinamiche, come la pirateria, il terrorismo locale e internazionale, l’immigrazione e tanti altri temi di fondamentale importanza come i cavi sottomarini o, notizia di questi giorni, il caso della flottiglia civile diretta a Gaza. Inoltre, ogni anno si muovono milioni di persone per sfuggire alle guerre e alle carestie. Questi flussi migratori sono causa di ulteriori conflitti. Per questo l’Istituto ha anche un Dipartimento rifugiati, complementare al Dipartimento militare. Tutti questi aspetti saranno trattati alla Tavola Rotonda con l’obiettivo di aggiornare, nel rispetto delle convenzioni esistenti, il Sanremo Manual.
L’Istituto promuove anche progetti per la diffusione del Diu anche verso le giovani generazioni e il grande pubblico. In che modo?
Ci siamo accorti che c’è una scarsa attenzione da parte del grande pubblico, forse perché troppo spesso si parla in modo tecnico, ermetico, e quindi non sempre comprensibile. Di questi temi si parla molto ma poi l’interesse concreto non è alto. Per questo cerchiamo di fare la nostra parte. Ogni anno organizziamo corsi in presenza, come la Summer School, e corsi online, rivolti soprattutto a studenti e studentesse universitari, che magari devono ancora decidere cosa fare nella vita. Con le scuole superiori di Sanremo e della provincia di Imperia, invece, abbiamo riscontrato una buona partecipazione degli alunni agli eventi che organizziamo un paio di volte l’anno, su temi che sappiamo essere molto attuali e sensibili. Per esempio a maggio scorso abbiamo tenuto tre giornate dedicate alla condizione della donna afghana con un riscontro molto positivo.
L’Istituto collabora con numerose organizzazioni internazionali e Paesi esteri. Ci può spiegare l’importanza di queste partnership?
Si tratta, in sostanza, di uno scambio reciproco di informazioni ed esperienze. I nostri corsi ospitano ufficiali e funzionari che arrivano da tutto il mondo. Venendo a Sanremo, i corsisti ci portano le loro esperienze, che noi integriamo con le nostre. Da questo scambio nascono idee, riflessioni e opportunità che condividiamo con enti internazionali come la Croce Rossa, la Nato, le Nazioni Unite e l’Unione Europea, con cui siamo regolarmente in contatto. Per esempio, con le Nazioni Unite collaboriamo con il Department of Peace Operations e a fine settembre ospiteremo qui a Sanremo tre giornate dedicate proprio alle attività dell’Onu in supporto della pace. Questo scambio di informazioni è la cosa più importante. Addirittura, la Croce Rossa Internazionale riconosce il valore aggiunto del nostro impegno, perché riusciamo a coinvolgere nei corsi i militari provenienti da nazioni che la stessa Croce Rossa non riesce a coinvolgere. L’Istituto raccoglie queste esperienze, le mette in ordine e poi le trasmette a tutti gli Enti e Organizzazioni interessate. Sempre più Governi, infatti, sono interessati a far sì che i propri funzionari, civili e militari, abbiano consapevolezza dei principi del Diritto umanitario.
Qual è il legame con la Città di Sanremo?
La collaborazione è davvero ottima. È dal 1970 che la città ci ospita con una convenzione: all’inizio eravamo a Villa Nobel, poi, quando ci siamo ampliati, ci siamo trasferiti a Villa Ormond, che è la villa più bella e con il parco più bello di Sanremo. La città, inoltre, beneficia di un ritorno concreto. I numeri parlano da soli. L’anno scorso abbiamo avuto più di mille partecipanti, provenienti da 163 Paesi. Considerando che i membri delle Nazioni Unite sono 193, significa che da noi passa quasi tutto il mondo. Questo si è tradotto in oltre settemila pernottamenti nelle strutture alberghiere locali. Abbiamo stimato – probabilmente per difetto – un indotto di oltre un milione di euro tra sistemazioni alloggiative, shopping e altre attività collaterali. Sanremo non si identifica solo col Festival della Canzone Italiana: durante tutto l’anno l’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario garantisce una presenza significativa, soprattutto nei periodi di bassa stagione.




