Caso Paragon, i troppi silenzi di M5S e Pd

Conte ha ammesso di avere autorizzato lo spionaggio telefonico (non il malware) su Casarini: oggi lo rifarebbe? Quale sarebbe la politica sui migranti del campo largo al governo?

Che strano il silenzio sul caso Paragon del partito che invocava le riunioni in streaming e idolatrava la trasparenza. Nel mezzo della terza guerra mondiale a pezzi – copyright autorevole di Papa Francesco – si sono perse le tracce della vicenda emersa a inizio dell’anno. Un centinaio di giornalisti e attivisti della società civile in circa 24 Paesi sono stati spiati su WhatsApp tramite il software Graphite sviluppato dalla società israeliana Paragon. A rivelarlo è stata proprio Meta – la società di Mark Zuckerberg che gestisce il social media infettato – precisando di non sapere per quanto tempo sia durata l’attività di spionaggio. In Italia sono stati colpiti i cellulari del direttore di Fanpage Francesco Cancellato, di un suo giornalista; dell’attivista della ong Mediterranea Saving Humans Luca Casarini, più due colleghi e il cappellano. Da ultimo, è stato reso noto tra i bersagli anche Roberto D’Agostino fondatore di Dagospia.

Cos’è Paragon?

Comprensibilmente l’accaduto ha sollevato molti interrogativi. Paragon usa uno spyware di alto livello, molto sofisticato poiché colpisce senza necessità di interazione con il bersaglio (cosiddetto Zero click) e viene venduto soltanto a clienti istituzionali: ben 35 Stati democratici secondo il Guardian. Ma se il percorso è di tipo istituzionale, ad autorizzarne l’uso possono essere governi, parlamenti, magistrature a seconda dei Paesi coinvolti.

I dubbi nostrani

In Italia ci si è chiesto per settimane chi avesse autorizzato il ricorso al malware per controllare le conversazioni di giornalisti e attivisti. Hanno negato ogni coinvolgimento il governo in carica e i servizi di intelligence. Si sono addensati sospetti di operazioni opache. Si è messo al lavoro il Copasir – il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti – finché dopo la relazione di quest’ultimo Giuseppe Conte ha ammesso infine di avere intercettato Casarini – non i giornalisti e comunque non attraverso Paragon – da fine 2019, quando sedeva a Palazzo Chigi a capo del governo giallorosso, ovvero alleato del Pd e di Leu in una coalizione di centrosinistra subito dopo la caduta dell’esecutivo gialloverde: quello di centrodestra, di Matteo Salvini al Viminale, dei porti chiusi e della tolleranza zero con i migranti.

La posizione di Conte

Il 14 giugno su Repubblica (che riprende un’intervista con Cancellato su Fanpage) Conte ha spiegato la sua versione rievocando il clima di quel periodo, subito dopo il Momento Papeete che portò alla rottura tra l’ex premier e il suo ministro dell’Interno. A fine 2019 – questa la ricostruzione di Repubblica i servizi segreti fecero arrivare sulla scrivania del presidente, che aveva deciso di tenere le deleghe di intelligence, la richiesta “debitamente autorizzata alla Procura generale della Corte di Appello di Roma” di intercettare telefonicamente Casarini e l’altro attivista. “Alla base — ricorda Conte — c’era un certo clima sulla gestione dei flussi”. Si voleva accertare che i salvataggi avvenissero “o meno in piena conformità con le leggi, con i regolamenti e trattati internazionali, una procura siciliana stava indagando per eventuali reati”. Quindi, dice Conte, nella veste “anche di responsabile delle attività di intelligence che hanno una funzione preventiva sui comportamenti illegittimi e a tutela della sicurezza nazionale, acconsentii a questa richiesta, ripresentata anche nel 2020 sempre col mio governo”.

Le posizioni politiche

Insomma, sostengono i Cinquestelle, “queste richieste e attività si sono svolte sul piano della piena legittimità formale e sostanziale”. Una scelta politicamente legittima, dunque, e nel rispetto delle procedure richieste: questa la linea di Conte, cinque anni dopo. Con la precisazione che con il governo di Giorgia Meloni e del suo sottosegretario Alfredo Mantovano le intercettazioni si sono allargate e intensificate proprio grazie a Paragon e che qualcun altro – non lui – ha autorizzato lo spionaggio dei giornalisti di Fanpage.

Tuttavia, la rivendicazione oggi di quell’autorizzazione non è priva di conseguenze politiche: l’alleato del Pd in diverse elezioni locali e regionali nonché potenziale co-leader del campo largo ripeterebbe quella firma? O è pentito? Casarini, attualmente a processo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, pretende le scuse. Di certo sarebbe opportuno un chiarimento tra il Conte di ieri e quello di oggi: quale sarebbe la politica sui migranti di un eventuale governo Pd-M5S? Chi siederebbe al Viminale e con quale mandato? Invece intorno all’imbarazzante faccenda è calato uno spesso silenzio. Dei Cinquestelle, ma anche dei Dem. Che cosa ne pensa Elly Schlein, che ha criticato gli accordi con Libia e Turchia fatti da Marco Minniti e ha appena promosso (e perso) un referendum per dimezzare i tempi di ottenimento della cittadinanza da parte degli stranieri residenti in Italia? Consultazione su cui lo stesso Conte, pur lasciando libertà di voto agli elettori pentastellati, si è espresso personalmente a favore. In questi giorni di bombardamenti in Iran e Ucraina questo tema non può che occupare sui giornali lo spazio di una breve. Ma resta dietro l’angolo: in agguato dietro il silenzio.

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