La Roma “pitagorica”, così vicina, così misteriosa

La Casa dei maghi a Porta Maggiore. Una basilica neopitagorica costruita nel primo secolo a.C., e rinvenuta il 23 aprile del 1917, è uno dei centri misterici della Città Eterna. La racconta il ministro della Cultura Alessandro Giuli nel suo libro “Antico Presente”

La casa dei maghi è Porta Maggiore, “punto di convergenza del più importante gruppo di acquedotti della Roma imperiale” (l’acqua è elemento fondamentale, imprescindibile per ogni opera di trasmutazione) e “si nasconde al di sotto di sette metri dal livello dell’attuale via Prenestina”. Così è scritto nel sito della Soprintendenza speciale per il Colosseo, il Museo nazionale romano e l’Area archeologica di Roma.
La casa dei maghi, oggi nota come la basilica sotterranea neopitagorica di Porta Maggiore, è stata riportata alla luce “casualmente” nel 1917, in seguito al cedimento del terreno lungo la linea ferroviaria Roma-Cassino, per l’esattezza il 23 aprile che nell’antico Kalendarium è dedicato ai Vinalia Priora, festa del vino nuovo (Calpar) che innesca l’estasi amorosa propiziata da Liber Pater (Bacco-Dioniso) e posta sotto la tutela misuratrice di Giove. Insomma un giorno fausto. Sono sceso nel santuario, dove mi ha accolto Giovanna Bandini, storica dell’arte e responsabile dei lavori di restauro (completava la squadra l’architetto Maria Maddalena Scoccianti).

Una Basilica voluta dai sapienti e distrutta da Nerone

Prima d’iniziare la visita, ci siamo trovati d’accordo su un punto: la basilica è viva, nel senso che è animata da una presenza sopravvissuta ai millenni e che ha anche la specialità di legare a sé chi vi lavora per un certo tempo. Qualcuno chiama questa presenza “l’animale”, ma in modo benevolo, e mi fa subito pensare al Fauno di marmo (1860) dello scrittore statuni tense Nathaniel Hawthorne, ovvero al giardino di Dioniso plutarcheo, lì dove il nume fragoroso (Bromio) assume la forma di giovane capro o di toro. Al mio fianco sono idealmente presenti anche Enea Lanari, fra i primi studiosi italiani della basilica nel secolo scorso, pitagorico manifesto ma di rito essenico (cave superstitionem!), e Domizia Lanzetta, gentildonna e mitologa romana prematuramente scomparsa, autrice di un volumetto che sarà la nostra guida occulta e nel quale trovo scritto: “Alcuni riferisco no che, appena ci si entra, si viene subito sopraffatti dalla sensazione che una divinità sia presente; una divinità dal doppio volto e dalla doppia natura, che sviluppi e risolva in se stessa ogni contraddizione possibile.” Basterebbe questo per comprendere il perché la basilica fu voluta, creata, consacrata da un sodalizio di sapienti; e presto temuta, chiusa, depredata e distrutta (dicono dal potere imperiale: Nerone) in un arco temporale che i più datano alla metà del i secolo dell’era volgare. 

Alessandro Giuli, Antico Presente (Baldini e Castoldi)

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Costeggiato un tratto residuo del corridoio (dromos) angolare, si accede al vestibolo della basilica al di sopra del quale è un lucernaio che riproduce esattamente il perimetro del tempio con la sua abside. Un senso di calor bianco all’altezza del plesso solare accompagna i visitatori non dormienti, “l’atmosfera del luogo è inequivocabilmente dionisiaca,” scrive Lanzetta, “nasce subito il sospetto di trovar si in un luogo dedicato al culto delle Anime”. Il segnacolo bacchico è nei quattro medaglioni che decorano le pareti in quadrando altrettante menadi in groppa a una pantera. “La Basilica conserva il complesso più ricco di stucchi decorativi che il mondo romano ci abbia finoggi tramandato,” scrive Salvatore Aurigemma in una delle rare monografie sul nostro tempio. La volta d’ingresso è presidiata dallo stucco di Medusa, la Gorgone che impietra gli indegni col suo sguar do diaccio, testimone della fredda qualità magica del luogo.

Entrati nella cella, si scorgono sul pavimento tre scassi quadrangolari lì dove erano altrettanti altari. Quello centrale aveva forse la superficie scolpita a forma di pelle caprina (sempre Dioniso…). Una sua particolarità è stata scoperta da recenti studi di archeoastronomia in base ai quali su questa ara doveva riflettersi la luce proveniente dal lucernaio: “Supponendo che il piano dell’altare si trovasse a circa 90 cm dal livello del pavimento (altezza usuale degli altari romani) e che su di esso fosse posta una superficie riflettente, la luce è stata vista incidere sul piano dell’altare, proiettando, a causa della particolare forma della finestra, una figura circolare sul piano ipotizzato per l’ara, e poi riflettersi sulla volta della navata centrale illuminando con uno spot circolare lo stucco al centro di questa che rappresenta, secondo l’interpretazione corrente, il Ratto di Ganimede.”

Guai ai non iniziati, vedi il caso di Marsia e Apollo

Bisogna dunque immaginarsi un sodalizio misterico che utilizzava le raffigurazioni mitiche e simboliche degli stucchi come “supporti contemplativi” di una preparazione rituale? È la tesi di Nuccio D’Anna. Grazie a Jérôme Carcopino, il primo studioso a leggere pitagoricamente l’architettura della basilica, sappiamo che nel tempio erano collocati ventotto seggi, e ventotto è appunto il numero perfetto dell’aritmosofia pitagorica, frutto dell’incontro tra il numero verginale (“non generante, indivisibile e ingenerato”) e la sacra tetrade (7×4).

Ai ventotto maghi della basilica si apriva, sotto il baluginio di candele in cera d’api, la visione panoramica del percorso iniziatico indicato da gli stucchi. Qui non è possibile passarli in rassegna se non rapsodicamente, cominciando dalla vista di Ekàte. Con la sua fiaccola scintillante, la triforme dea viene incontro all’iniziando per rammentargli che il suo percorso dovrà culminare nella conoscenza dei tre mondi – catactonio, terrestre e uranico – e che nessun passaggio di stato sarà possibile senza avvalersi della funzione mediatrice di un essere femminile. E le figure femminee dominano, nella basilica: hanno il volto di Arianna, sposa di Dioniso, anima mundi troneggiante nella navata di destra mentre accoglie le anime nei Campi Elisi, Elena che imbraccia il Palladio, ovvero la sapienza armata minervale, di fronte a un Ulisse nudo e non ancora iniziato; e ancora Elena-Selene, dea Luce lunare rapita dal pastore frigio Paride; Medea che incanta il gran serpe della Colchide che custodisce il Vello d’Oro, a beneficio di Giasone ovvero al cospetto di Frisso; Ifigenia sacrata agli inferi dall’indovino Calcante per propiziare la partenza degli Achei verso Troia (salvata da Diana, di venterà sua sacerdotessa in Tauride)… Insomma un gineceo di forze la cui manifestazione occulta è racchiusa nei mitemi di fabulae antichissime che non si leggono letteralmente (come fanno invece gli stolti, esemplificati dai pigmei rappresentati nella pittura e negli affreschi antichi come allegoria dell’ignoranza umana non ancora riscattata dalla iniziazione dei misteri), vanno comprese con intelligenza cardiaca, mai svelate né usate come alimento della propria superbia.

Pena il supplizio del sileno Marsia rappresentato all’inizio della navata di sinistra. Costui, raccattate le canne del doppio flauto gettate sdegnosamente da Minerva – erano capelli di Medusa, la dea virginale li aveva caricati di sapienza provando a suonarli; ma poi si era vista brutta, con le guance rigonfie per lo sforzo, e aveva deciso di disfarsene –, divenne un così abile suonatore da sfidare, o folle, nientemeno che Apollo ovvero l’Armonia Universale. Lanari coglie il punto: “Marsia era uno che era stato da poco ammesso all’iniziazione e poteva solo comprendere che cosa siano e in cosa consistano veramente i Misteri, ma convinto di essere in possesso del Sapere, con una audacia spiegabile solo con la sua ignoranza, ha osato sfidare Apollo.” Marsia perse la contesa e il dio lo fece scuoiare: chi possiede la chiave dei piccoli misteri eccelle, ma non può disputare con un nume se non ha già penetra to i grandi misteri. Lanzetta coglie il lato bacchico del racconto: come Dioniso, Marsia “non muore veramente, il suo sangue effuso si trasforma in fiume, cioè in qualcosa che è metafora del divenire stesso.” Ma nella basilica c’è anche Agave-baccante che spicca la testa a suo figlio Penteo, per ché chi rifiuta il divenire dionisiaco con ottusa presunzione è destinato a perdersi.

Alessandro Giuli

Una sotterranea Delfi romana

La basilica è luogo d’incontro tra essere e divenire, una sotterranea Delfi romana in cui Apollo e Dioniso convivono in fraterna sodalità. Come i Dioscuri, il mortale Castore e il non mortale Polluce, fratelli di Elena, rappresenta ti sugli stucchi nell’atto di rapire le lucifere Leucippidi (bianche cavalle del cielo, figlie di Apollo). Dice Lanari: “Furono detti Dioscuri da Div risplendere e da Skur tagliare. Perché essi tagliano il giorno allorché deve far po sto alla notte e, in altro momento, la notte quando deve far posto al giorno.” I Dioscuri sono eroi argonautici, i Grandi dèi cabirici di Samotracia “che è sacrilegio nominare tranne

che per coloro che sono addetti ai misteri”, i Penati dardanici di Roma: salvifici, innalzano gli iniziati oltre le acque del divenire; cavalieri astati, proteggono il suolo italico dal la barbarie. Non per caso, dunque, dal lucernaio della basilica sono Castore e Polluce nella loro forma stellare a essere visibili al buio dagli iniziati pitagorici. E come loro sol tanto altre due costellazioni: la Lyra apollinea e la Corona Boreale, frutto di un asterismo a forma di “Y”, il bivio tra “inferno terrestre” e “paradiso celeste”, “simbolo che tra duceva nei termini della tipica esemplificazione pitagorica il famoso mito di Herakles fermo davanti al bivio dell’esistenza”. Ercole non può mancare, perciò, nella basilica: l’eroe civilizzatore vi riceve i pomi delle Esperidi, essendo iniziato ai Misteri Eleusini qui simboleggiati da un altro eroe civilizzatore: Trittolemo, figlio di Orfeo, cui Demetra trasmette i sacri riti solennizzati dalla spiga (pyròs) e cioè “del fuoco” (pyr) magmatico di Dioniso, nelle vesti del Cabiro tebano “nato dal fuoco” (Pyrigenetés).

La Basilica è ancora una presenza viva

Tempio oracolare – lo dimostra anche la presenza incombente del radon, un gas vulcanico radioattivo arieggiante nelle latebre del santuario delfico e nell’antro pitico di Giove Fanciullo a Terracina – la basilica culmina in un’abside consacrata dal sacrificio di un cane e di un porcellino, e occupata in origine da un seggio sul quale veniva inscenata la Thronesis dionisiaca, l’intronizzazione di Bacco fanciullo rinato su ordine di Giove per riscattare lo smembramento titanico di suo figlio, concepito con la Rossa Persefone, dea-Patria degli italici. L’abside è sovrastata da uno stucco in cui una donna (l’Anima!) si getta da una rupe (Leucade?), spinta da Eros, guidata sull’altra sponda da Apollo Lungisaettante e attesa nelle acque da un nume che spiega un lungo manto a mo’ di vela: è il velo purpureo di Ino-Leucotea, l’Aurora, Mater Matuta della rinascita iniziatica in cui ciò che sta in alto (Apollo-Peàn, fuoco cele ste rappreso nel Sole) è come ciò che sta in basso (Dioniso-Evio, fuoco liquido di sotterra) per compiere il prodigio della cosa unica (Orfeo-Fanes): a Roma, che “alla rovescia è Amor”, perché “Roma-Amor-Orma-Maro furono nomi iniziatici dell’Urbe che era il sacrario occulto dove si faceva il caldo e il freddo” (Kremmerz).

Di questa grande opera ermetica, di là dai manufatti di pietra e stucco, resta un clima psichico, una presenza. Impossibile darle un nome, se avesse un volto sarebbe sfuggente, derisorio ed enigmatico. Un fauno, forse, che fa selezione all’ingresso, produce muffe di ogni genere – “ho pianto per lo scoramento, prima di debellarle,” ammise Giovanna Bandini – e custodisce un segreto senza tempo che conduce al ricordo di sé.

Alessandro Giuli

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