Zaia: pandemia come una guerra, vinta grazie all’autonomia

Viaggio tra le istituzioni territoriali del Paese #3. L’autonomia è un valore di modernità. Governatore? Il termine non mi dispiace perché significa timoniere. Le Province vanno ripristinate. Al Veneto elogi anche da fuori Regione.

Politica

Con l’intervista al presidente della Regione Veneto Luca Zaia, BeeMagazine prosegue il giro di interviste a presidenti di Regione e a sindaci delle principali città italiane. Per registrare le idee, le proposte, i motivi di orgoglio e di preoccupazione dei protagonisti delle amministrazioni regionali e comunali. Al termine di questo giro, che avrà insieme il valore di una inchiesta e di un sondaggio, BeeMagazine farà una sintesi dei motivi comuni e delle eventuali differenziazioni. Potrà essere un materiale utile allo sviluppo del dibattito politico sulle autonomie e sulle varie criticità dei territori, e una diretta informazione ai cittadini.

 

Cominciamo da una domanda birichina: qualcuno vi chiama Governatori. La cosa vi lusinga, vi infastidisce o vi fa pensare: quanto sono ignoranti questi giornalisti!?

Non mi spiace essere chiamato con questo titolo se penso che il termine “Governatore” deriva dal latino e dal greco e significa originariamente “timoniere”, chi guida la nave. Solo successivamente, infatti, questo titolo ha acquisito un’accezione prettamente di natura politica. Qui in Italia, costituzionalmente non sarebbe il termine più appropriato e corretto per indicare il presidente di una Regione: questo titolo, che è propriamente americano, non è infatti contemplato nel nostro ordinamento. Detto ciò, se viene impiegato, invece, come “timoniere”, non mi dispiace affatto: chi guida una nave lo fa comunque con una squadra al suo fianco con cui condivide anche le tempeste più furiose. 

La pandemia ha dato ai Presidenti di Regione una nuova centralità, momenti anche di protagonismo. Quanto avete sentito il peso di dover gestire la situazione sempre in movimento?

Quel 21 febbraio 2020, quando mi hanno avvertito che anche a “casa nostra”, a Vo’ Euganeo, era stato individuato il primo caso, è stato come se fossimo entrati in guerra. Ho anche pianto. È stata durissima, ma il fatto di combattere insieme ad una squadra unita, composta da professionisti che si sono rimboccati le maniche, pancia a terra, ci ha permesso di garantire risposte concrete ed anche efficaci ai nostri cittadini. Penso all’immane lavoro della macchina della sanità veneta, alle scelte anche coraggiose a cui siamo stati chiamati, alle istruzioni per l’uso per contrastare il COVID-19 che non avevamo solo perché non esistevano: si era sul pezzo h24. I nostri medici si erano messi a disposizione pienamente, in quel periodo. Più di qualcuno di loro aveva deciso di non rientrare a casa propria a fine turno. Stanchi, stremati, talvolta addirittura sopraffatti dal timore di non farcela e di perdere la guerra, non hanno mai gettato la spugna: comprendevano l’emergenza e la necessità di resistere ad ogni costo. Lo dico spesso e lo voglio ripetere: è vero che chi corre da solo può andare più veloce, ma ricordiamoci che solo chi lavora in squadra può andare lontano e vincere.

Sempre durante la pandemia, si è accentuata la difformità di decisioni e di posizioni tra le Regioni e il Governo centrale e tra le Regioni fra loro. Si è sfiorata in qualche caso la torre di Babele. In casi così drammatici come una pandemia, riterrebbe necessario un unico centro decisionale a livello centrale?

Non sono d’accordo con questa lettura. Ricordo che sulla pandemia era attiva costantemente la Conferenza delle Regioni, un organismo di coordinamento e condivisione che ci ha permesso di fare sintesi sulla situazione che si affrontava e sulle azioni che a mano a mano era meglio adottare per contrastare il virus. La verità è per me un’altra, la verità è che invece questo virus ha saputo stupirci (non in senso positivo), fin dall’inizio, arrivando anche a destabilizzarci: vi ricordate come, all’inizio, si era accanito in Lombardia? Vi ricordate le immagini di Bergamo dove sfilavano i camion dell’esercito che trasportavano le bare delle vittime del COVID-19? In quel momento, invece da noi in Veneto la pandemia era abbastanza sotto controllo; al contrario, nella terra lombarda, inspiegabilmente secondo anche gli scienziati, era stata investita violentemente come da un uragano. Inoltre, questa guerra, ci ha insegnato che l’essere autonomi in sanità ci ha permesso di contrastare il virus e, in un qualche modo, anche di limitarne i danni senza aspettare ogni volta che qualcuno schiacciasse il bottone da Roma.

L’Istituto regionale, a livello di sentimento popolare, non gode e non da oggi di buona stampa. Quali sono i motivi secondo Lei? La percezione che si tratti di carrozzoni, di duplicazioni a livello territoriale del modello burocratico statale? Di costi eccessivi tra organismi pletorici e stipendi?

Per natura sono un ottimista e mi piace vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Me lo ha insegnato la mia famiglia. Una famiglia che non si è mai arresa, tipico del Dna dei veneti, che mi ha sempre ripetuto come solo i pessimisti non fanno fortuna e non ce la fanno. Pertanto desidero pensare che molti veneti guardano alla macchina regionale come ad un’auto oliata e con un buon carburante. Durante la pandemia volevo che i veneti non si sentissero soli e per questo abbiamo inventato, di punto in bianco, il punto stampa delle 12.30: in quel modo potevo entrare nella casa dei veneti tutti i giorni, in un momento familiare e intimo come è quello del pranzo; volevo che mi sentissero come uno di loro e, con loro, condividere momenti di tristezza e sconfitta e momenti di vittoria e di gioia. Tutto quello che decidevo di fare, in un momento in cui nessuno poteva vantarsi di un orizzonte certo, lo condividevo con il popolo veneto. 

Cosa pensa dell’ipotesi di fare macroregioni e di ripristinare la Provincia come ente intermedio e territorialmente più vicino ai cittadini?

Le Province dovrebbero essere ripristinate. Confesso che non ero d’accordo con la Legge Delrio. È innegabile come le Province, oggi trasformate in un piccolo Ente con pochi poteri e poche risorse, fossero un ente indispensabile, un “trait-d-union” tra la Regione e le amministrazioni locali in territorio ampio, variegato e complesso, in cui le esigenze del popolo e le decisioni da prendere sono molte e dovrebbero essere puntuali. È una fortuna a detta di qualcuno, per me è il frutto invece di lavoro e lungimiranza, che la nostra Regione sia riuscita, fino ad oggi, a garantire alle sue Province decine di milioni di euro di finanziamento. 

A che punto è lo stato dell’arte a proposito della cosiddetta legislazione concorrente, un non risolto conflitto tra la Regione e il Governo?

L’autonomia è un segnale di modernità e il popolo veneto non ci rinuncia. L’autonomia è una vera assunzione di responsabilità e, il percorso per raggiungerla, è stato iniziato dal Veneto e ha avuto la sua celebrazione con il referendum del 22 ottobre del 2017. In tutti questi anni, nonostante gli ultimi 24 mesi dominati dalla pandemia, abbiamo lavorato con questo obiettivo; da qui alla fine della legislatura ci sono tutti i presupposti per chiudere l’accordo a livello nazionale.

Nella Conferenza Stato-Regioni, che è il luogo istituzionale del confronto tra Governo e amministrazioni regionali, i Presidenti riescono più a fare squadra, in nome di esigenze comuni, o prevalgono più problemi di schieramento politico?

L’ho detto e lo ripeto: non concordo con questa lettura.

Secondo Lei sarebbe giusto che nei Consigli dei Ministri che decidono cose importanti per una specifica Regione, fosse presente anche il suo Presidente, come avviene per la Regione Sicilia?

Potrebbe garantire decisioni e azioni “su misura” per ciascun territorio: sarebbe come realizzare un abito sartoriale che ci permetterebbe probabilmente di centrare meglio le esigenze, colmandole con la soddisfazione di tutti, in primis dei nostri cittadini.

Può indicare, tra le altre, una eccellenza della sua Regione? E una criticità che ancora non si è riusciti a risolvere?

La sanità veneta è riconosciuta come un’eccellenza a livello nazionale e anche internazionale. Una sanità che cura tutti, indistintamente dal conto in banca, dal colore della pelle, dal credo religioso e politico, tutti. Una sanità che, in questi ultimi anni non ha vissuto nessun depotenziamento: la partita della sanità vale in Veneto circa 10 miliardi di euro, pari all’80 per cento del bilancio regionale, conta 54 mila dipendenti che erogano 80 milioni di prestazioni l’anno, in 68 ospedali.

E la criticità?

Pur avendo una sanità all’occhiello secondo gli esperti che risiedono fuori dal Veneto, c’è sempre qualcuno che, strumentalmente, evidenzia carenze. Anche sull’ambiente, ad esempio, ne sentiamo spesso e ne leggiamo pure, di opinioni negative: peccato, però, che proprio di recente il Veneto abbia raggiunto il podio per la raccolta differenziata e che, per l’inquinamento da PM10, altro esempio, ARPAV, sulla base dei dati di cui dispone, abbia evidenziato una riduzione dei principali inquinati anche del 50 per cento negli ultimi anni.

C’è una ricetta per fare bene il Presidente di Regione? La sua qual è?

Non voglio insegnare nulla a nessuno, anche perché ciascuno deve fare i conti col proprio territorio e la sua storia. La mia ricetta per fare del mio meglio come Presidente (o Governatore nel senso di guida della nave) è di essere sempre sul pezzo, osservando e respirando quanto mi sta attorno per intercettare bisogni o pericoli da prevenire. Cerco ed ho cercato di ridurre, quasi azzerandole, le distanze con il mio popolo. Fare il Presidente è una grande responsabilità verso chi ti ha votato, verso chi ti ha scelto per rappresentarlo e il mio impegno è massimo per cercare di non deludere nessuno. Ricordo che sono cresciuto in un paese di campagna (Bibano di Godega Sant’Urbano, nel Trevigiano) in anni in cui si vivevano pienamente i cicli della natura; lo ho sempre considerato un privilegio. Lì ho mosso i primi passi, ho fatto le prime esperienze. È da lì che ho cominciato ad apprezzare la genuinità e l’orgoglio dei veneti, la potenza delle nostre tradizioni, la forza dei nostri nonni, che non si arrendono mai e, con la fronte grondante di sudore ed il palmo delle mani scolpite dai calli, continuano a lavorare. 

Qual è la cosa – un provvedimento, una decisione, ecc. – di cui va più fiero?

Quando si prende una decisione non è mai facile: ti domandi se è quella giusta, non per te, ma per i veneti. L’ho fatto quando il COVID-19 infuriava sulle nostre terre colpendo tante famiglie e persone perbene. L’ho fatto prima che ci investisse questa tragedia, pensando all’autonomia tanto agognata dai cittadini che rappresento e su cui non ci siamo arresi. Lo faccio tutti i giorni, in accordo coi miei assessori, coi miei più stretti collaboratori. Perché la squadra, come dico sempre, è tutto, toccando tutte le materie checché se ne dica, dalla sanità all’ambiente, dall’agricoltura al turismo alla cultura. Chiudo con un consiglio: bene criticare perché ci stimola a far sempre meglio ed è questo anche il mio obiettivo, ma talvolta, oltre a criticare e a indossare le vesti dei pessimisti, perché non guardare anche cosa succede fuori dalla nostra regione? Lo dico perché ormai i complimenti che arrivano sono spesso tanti, ma proprio fuori dal Veneto: sia da cittadini sia da esperti e scienziati. Buon lavoro.

Anche a Lei, Presidente Zaia.

 

Mario Nanni – Direttore editoriale

 

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