Viaggio in Sicilia di un poeta musulmano dell’XI secolo

Nel Diario una testimonianza significativa sulla presenza musulmana nell’Isola, multilingue e multietnica. Una Sicilia che seduce non solo per le sue bellezze naturali e architettoniche ma anche per accoglienza, costumi e modus vivendi tolleranti. A Erice trova "le donne più belle della Sicilia" e si augura che Dio le faccia prigioniere dei musulmani! Come nota la curatrice Giovanna Galasso, nel libro c’è il filo rosso del timore di essere sedotto dalla numerose somiglianze con l’Islam che inaspettatamente l’Isola, il suo re, i suoi abitanti mettono sotto gli occhi del viaggiatore

Come appare la Sicilia agli occhi di un musulmano agli inizi dell’XI secolo quando l’Isola è da un secolo nelle mani dei cristiani dopo 200 anni di dominazione araba? Bella, accogliente, sorprendentemente quasi amica al punto da trarre in inganno e da indurre alla tentazione di cedere alle lusinghe del nemico cristiano. Ammirazione, stupore, paura, repulsione sono i sentimenti contrastanti che Ibn Jubayr – poeta, alto funzionario dell’amministrazione di Granada e viaggiatore arabo-andaluso – prova nel suo soggiorno in Sicilia.

Ibn Jubayr giunge nell’Isola nel 1185 sulla via di ritorno del suo pellegrinaggio alla Mecca, dopo essere scampato a un naufragio. Vi rimane tre mesi durante i quali conosce solo una parte della Sicilia e visita alcune città della costa orientale e occidentale: Messina, Palermo, Trapani, soprattutto. Ne racconta nell’ultima parte del suo diario di viaggio, Riḥa, pubblicato di recente da Adelphi col titolo «Viaggio in Sicilia» e curato da Giovanna Galasso.

Nell’approdo in Sicilia risaltano la veemenza del mare nello Stretto («qui il mare si scaglia furioso, come “la fiumana straripante della diga”, e ribolle come in un calderone…») e la benevolenza di Guglielmo II d’Altavilla detto il Buono che invia delle scialuppe per fare sbarcare i musulmani meritandosi la benedizione di Ibn Jubayr: «Dio, potente ed eccelso, ci aiuti a essergli grati di questo favore e di questa grazia, e per lo sguardo compassionevole e misericordioso che ha rivolto verso di noi».

Appena sbarcato in Sicilia, Ibn Jubayr esalta la fertilità dell’Isola «lunga sette giornate di cammino e larga cinque» ed è stregato dall’Etna, «il Monte Vulcano…che per la sua straordinaria altezza, è avvolto da un manto di nubi e sempre, inverno ed estate, è inturbantato di neve». Non si dimentica però che la Sicilia è sotto l’egida degli «adoratori della croce» cui i musulmani sono sottomessi.

Ma se a Messina, che «giace addossata alle montagne» e il cui porto «è il più meraviglioso di tutti i porti dei paesi marittimi», i musulmani sono pochi e isolati, a Palermo, la città più grande e la capitale della Sicilia, sono tanti e occupano posizioni di riguardo. Il re infatti, che a Palermo ha la sua prima residenza e legge e scrive l’arabo, accoglie i musulmani nella sua corte e gli affida compiti delicati e fiduciari. Sono musulmani il soprintendente delle cucine, moltissimi giovani eunuchi (nei gradini più alti della corte), le concubine di palazzo (all’epoca privilegio e non disonore) e musulmano è perfino uno dei suoi servitori personali. Guglielmo II d’Altavilla è con loro magnanimo tanto da non rimproverarli e anzi confortarli quando – come gli è narrato – li sorprende mentre pregano Allāh in preda alla paura per il terremoto e li rassicura dicendogli che ciascuno prega il suo Dio.

Ma la condizione dei musulmani in Sicilia riscontrata a Messina è diversa rispetto a Palermo, o almeno a quella che lì appare. Nella seconda città dell’Isola uno dei più importanti eunuchi della corte del re gli racconta che i musulmani sono costretti a dissimulare la propria fede e a osservare il culto del proprio Profeta di nascosto. Anche a Trapani, dove netta è la prevalenza dei cristiani, sebbene vi siano moschee, i musulmani sono ridotti in condizione di sudditanza e osservano i loro culti segretamente.

Ibn Jubayr arriva a Palermo da Messina dopo avere assistito allo spettacolo dell’eruzione nelle isole Eolie di Vulcano e Stromboli e aver fatto tappa alla fertile Cefalù e a Termini, entrambe erette su roccaforti che le difendono dagli assalti nemici e piene di musulmani e moschee.

Palermo l’affascina: «In sé riunisce due doti: opulenza e splendore». L’acqua non le manca, attraversata come è da più fiumi e, in più tratti, le ricorda Cordoba: nel modo come è edificata e nella città vecchia che si contrappone alla nuova. L’edificio che più ammira è la chiesa «dell’Antiochideo», di Santa Maria dell’Ammiraglio, fondata dall’Ammiraglio Giorgio di Antiochia primo ministro di Ruggero II, oggi nota come la Martorana: «Al suo interno le pareti sono interamente ricoperte d’oro, con lastre di marmo di inusitati colori».

Nota con meraviglia che le donne cristiane si vestono come musulmane, parlano l’arabo, indossano veste di seta con ricami dorati; ciò lo induce a un commento galante: «Chi entra un giorno in una chiesa vi incontra antilopi e gazzelle», di cui però chiede venia al suo Dio per essere caduto nella trappola del futile e della vanità.

Si ferma a Palermo sette giorni, poi si dirige verso Trapani che raggiunge dopo essersi fermato una notte ad Alcamo, dove non mancano i musulmani e le moschee e nelle cui vicinanze vi sono numerose sorgenti termali.

Trapani ha tutti i conforti ma è «in balia del mare, che la cinge da tre lati, mentre solo una stretta lingua la congiunge alla terraferma», quel mare che «spalanca le fauci per inghiottirla». E’ abitata da cristiani e musulmani, ha chiese e moschee anche se la vita dei musulmani è più difficile che a Palermo. La città è sovrastata da una rocca su cui i cristiani hanno eretto Erice, che vanta le donne più belle dell’Isola: «Che Dio le faccia prigioniere dei musulmani!» la sua invocazione. Lo sorprende l’abbondanza d’acqua a Erice e la penuria a Trapani dove «gli abitanti devono approvvigionarsi a un pozzo distante». A ponente di Trapani, tra di loro vicine, le isole Egadi: Malirima (Marittimo), Yābisa (Levanzo), Diazirat ‘ar Rāhib, cioè isola del Monaco: è quest’ultima l’unica abitata, appunto da un monaco.

A Trapani, da cui la nave si dirige verso la Sardegna per il ritorno in Spagna, si conclude il suo soggiorno in Sicilia.

Per quanto circoscritto a un ambito territoriale parziale, il diario del viaggio in Sicilia di Ibn Jubayr è una testimonianza significativa sulla presenza musulmana nell’Isola. Le pagine di Ibn Jubayr sono apprezzabili anche sotto il profilo squisitamente letterario soprattutto nell’icastica raffigurazione delle intemperie del mare durante il viaggio; e in esse riecheggia la spiccata religiosità dell’autore: in particolare, nelle tante eulogie e invocazioni presenti.

Ma il loro interesse maggiore sta nella descrizione di una Sicilia dell’XI secolo multilingue (sono in tanti a parlare l’arabo, oltre il latino e il greco allora familiari) e multietnica nella quale convivono culture e civiltà diverse. Una Sicilia che seduce non solo per le sue bellezze naturali e architettoniche ma anche per accoglienza, costumi e modus vivendi tolleranti. Malgrado Ibn Jubayr imprechi più volte contro i cristiani e si rammarichi per la sudditanza dei musulmani, la loro condizione e considerevole presenza è sorprendente in una terra che dovrebbe essere «nemica» e che tale non si rivela. E che inoltre manifesta straordinarie affinità con quella di cui è originario l’autore.

Coglie bene pertanto la curatrice del testo Giovanna Galasso quando osserva che nel diario di Ibn Jubayr vi è il filo rosso del «timore di essere “sedotto” dalle somiglianze con il mondo dell’Islam che inaspettatamente l’isola, il suo sovrano e i suoi abitanti mettono sotto gli occhi del viaggiatore, somiglianze che potrebbero, nella sua percezione, avere l’effetto di far abbassare la guardia, inducendo a scivolare nell’apostasia dall’Islam».

 

Antonino Cangemi – Giornalista e scrittore

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