Recep Tayyip Erdogan, Mohammed bin Salman e Shehbaz Sharif hanno siglato un patto di difesa congiunto in Arabia Saudita. Da oggi un attacco armato contro uno dei tre firmatari sarà considerato un attacco contro tutti, secondo quanto comunicato dal ministero degli Esteri pachistano. il documento definitivo non è ancora circolato, e non sono noti né gli obblighi consultivi né i meccanismi di attivazione. Non è una novità, dal momento che già nel 2025 Riad e Islamabad avevano firmato un accordo bilaterale di mutua difesa che aveva attirato attenzione internazionale per una ragione evidente: il Pakistan è l’unico Paese a maggioranza musulmana dotato di arsenale nucleare. L’ingresso di Ankara nel formato trasforma un’intesa bilaterale in un triangolo strategico che copre, geograficamente, dal Mediterraneo orientale all’Asia meridionale.
Il negoziato era in corso da tempo, ma l’accelerazione è figlia della guerra apertasi a fine febbraio, del confronto tra Washington e Teheran e della perturbazione simultanea dei due principali choke point energetici del pianeta. Lo stretto di Hormuz resta sotto pressione dopo il fallimento dell’intesa provvisoria; nel Mar Rosso la campagna houthi si è estesa fino a un blocco navale dichiarato contro l’Arabia Saudita dal 20 luglio e a un attacco rivendicato contro una petroliera saudita al largo di Jazan. Da Bab el-Mandeb transita circa il 12% del traffico marittimo mondiale. Un regno che ha costruito la propria trasformazione economica su Vision 2030 e su progetti costieri sul Mar Rosso non può tollerare che quella dorsale diventi un poligono.
La risposta saudita si era già strutturata alla fine di luglio, quando Riad ha ospitato i rappresentanti di 43 Paesi sui 51 invitati per lanciare una Coalizione multinazionale di difesa marittima. Quattordici hanno firmato la dichiarazione istitutiva, tra cui Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania e Gibuti, con il Regno nel ruolo di Paese fondatore, sede permanente, comando congiunto e centro operativo. Il patto della Mecca è, in questa lettura, il secondo tempo di quella partita: dalla sicurezza delle rotte alla difesa dei territori.
Per decenni la sicurezza saudita è stata un derivato della garanzia americana; la guerra in corso ha mostrato i limiti di quella copertura, e Riad ha tratto la conclusione più razionale: diversificare. Non rompere l’alleanza con Washington, nessuno dei tre firmatari ha interesse a farlo, ma smettere di dipendervi in via esclusiva. Teheran ha colto immediatamente il punto e ha risposto sul terreno della credibilità: il portavoce della commissione Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, Ebrahim Rezaei, ha liquidato l’intesa come un “accordo di carta”, invitando i sauditi a riformare le proprie politiche anziché cercare protezione altrove.
Il nodo più delicato per gli europei riguarda la Turchia, che assume un impegno di difesa collettiva extra-atlantico pur restando membro della Nato. Non esiste incompatibilità giuridica: l’appartenenza a un’alleanza non preclude altre intese, e diversi alleati sono parte di formati di sicurezza paralleli. Esiste però un problema di gestione del rischio. Uno Stato membro dell’Alleanza che possa essere chiamato a intervenire in uno scenario mediorientale in virtù di un obbligo pattizio autonomo introduce una variabile nuova nella pianificazione atlantica, tanto più in una fase in cui il fianco sud è già saturo di dossier aperti.
L’Unione europea, che nel Mar Rosso opera con la missione Aspides, ha inviato una delegazione al lancio della coalizione marittima saudita senza sottoscriverne la dichiarazione istitutiva. Il coordinamento tra i due dispositivi resta indefinito, e questa indeterminatezza è il vero problema europeo: nell’area in cui si gioca una quota decisiva dell’approvvigionamento energetico e commerciale del continente, gli attori regionali stanno costruendo istituzioni di sicurezza proprie, e l’Europa vi assiste da osservatore.
Per l’Italia la questione è doppiamente concreta. Sul piano operativo, perché la Marina Militare è impegnata in Aspides e perché il Mediterraneo allargato, categoria che la nostra dottrina ha codificato prima di altri, si estende esattamente lungo quell’asse. Sul piano industriale, perché un’architettura di sicurezza che nasce nel Golfo con capitali sauditi, tecnologia turca e massa pachistana ridefinisce anche il mercato: difesa aerea integrata, contro-drone, sorveglianza marittima, munizionamento di precisione sono i segmenti su cui la domanda regionale crescerà, e sono segmenti in cui l’industria nazionale, da Leonardo a Fincantieri, dalla galassia MBDA alle PMI dell’elettronica per la difesa, ha titolo per competere.




