Un personaggio una storia. Walter Gabellone, paladino della sicurezza stradale

“Meglio perdere un secondo nella vita che la vita in un secondo”. È lo slogan dell’associazione “Alla Conquista della Vita per le Vittime della Strada”, da vent’anni impegnata a tutto campo sul tema della sicurezza stradale, tra scuole, enti, amministrazioni. Intervista al suo storico Presidente e fondatore Walter Gabellone. Il 20 Novembre 2022 si è celebrata la “Giornata Mondiale delle vittime della Strada” (voluta da ONU e OMS).

Società

Presidente Walter Gabellone, da militante di un’associazione che da anni si batte per la sicurezza stradale, promette un’intervista senza veli, un po’ “arrabbiata”, affrontando un tema forte, rispetto al quale – richiamando una sua recente dichiarazione – tutti si dicono sempre d’accordo e sempre con  le stesse parole, per affrontare la grave emergenza, per poi accorgersi che non tutto sembra filare per il verso giusto? Insomma, che non ci sarebbero osservazioni da fare. È così?

Sono d’accordo. Sì, è vero, salvaguardando le buone intenzioni di tutti, e fermo restando che vogliamo parlare di un tema serissimo, è necessario inquadrare bene il problema e osservarlo di continuo. È l’assuefazione il vero pericolo rispetto alle conseguenze dell’incidente stradale, con morti e feriti, convinti come siamo che si tratta di cose sempre successe e che sempre succederanno. E semmai, che mai nulla di grave mai a noi capiterebbe.

Lei ha fondato nel 2003 l’Associazione Alla Conquista della Vita per le vittime della Strada, dopo aver perso suo figlio Giulio, 18 anni, in un incidente stradale avvenuto a Nardò il 27 febbraio 2002 (nell’incidente morì anche l’amico Piero,18 anni, ndr).  Immagino la motivazione che l’ha spinta a fare questo passo, con alcuni amici che per loro parte avevano perso un familiare e sempre a causa di incidente stradale. Per cominciare, per titoli, in poche parole, può tracciare un primo bilancio di questa straordinaria esperienza?

R. Tutto è nato dal grande dolore per la perdita di mio figlio. Nei giorni e settimane successive di rabbia e prostrazione, è maturato questo mio progetto che, ripeto, nasce dal dolore ma che si è subito accompagnato alla volontà di aiutare gli altri, di evitargli per quanto possibile quanto io avevo provato. Sta in questa ambivalenza il senso e la forza che ci ha fatto andare avanti. Nelle settimane successive alla morte di Giulio, cercai una tribuna pubblica per parlare del mio progetto. L’occasione mi fu data dal noto presentatore Maurizio Costanzo che mi invitò in una sua trasmissione. Si trattò di un incontro importante.

In tante occasioni ha sempre dichiarato che questa attività assorbe emotivamente ogni momento della sua vita. Com’è riuscito, comunque, a elaborare il grave lutto e intraprendere un progetto così impegnativo (l’associazione, ndr) al solo esclusivo servizio degli altri, sottraendo tempo a lavoro e famiglia?

È una domanda che mi viene sempre rivolta. Rispondo sempre ben volentieri, anche se ogni volta scopro di provare difficoltà e fatica. Come accennavo, tutto è partito dal di dentro, dalla disperazione, che per fortuna è stata incanalata verso progetti rivolti alla sicurezza stradale. Lo si può definire un progetto sociale, dove i veri protagonisti sono gli amici dell’associazione. Il loro impegno, la loro applicazione è sempre stata per me un vero farmaco per non essere travolto dalla tragedia familiare. Ovviamente, in tutto questo, fondamentale è stato l’aiuto della famiglia, anch’essa impegnata nell’associazione, che mi ha sempre fortemente incoraggiato. Tutto ciò si è cercato di condensare nel libro che ci riguarda Per le Vittime della Strada – a cura dello scrittore Mario Mennonna (Congedo Editore 2021), con importanti contributi, del giornalista e scrittore Mario Nanni, dei sindaci Mellone e Filoni, amministratori locali, docenti, medici.

Nella sua attività e dei tanti soci e simpatizzanti dell’associazione, un rapporto privilegiato è quello avviato col mondo della Scuola. Anche in questo caso, è ben chiaro l’intento ma, se si può dire, è possibile fare un passo in più? Ad esempio, credi possibile una “letterina” al nuovo ministro della Pubblica Istruzione, al Governo tutto, affinché l’Educazione Stradale possa essere una materia di studio, soprattutto negli istituti medi e superiori? Il tutto, è evidente, viene detto con semplicità e anche ingenuità. D’accordo o no, lei comunque cosa proporrebbe?

Sin dall’inizio, il mondo della Scuola è stato il luogo più frequentato anche per una banale considerazione. Bisogna partire dai ragazzi, dai giovani, oserei dire sin dalle elementari a inculcare il rispetto per le regole, evitando in questo modo tante tragedie. Ho incontrato tanti dirigenti e docenti ben attenti e sempre disponibili a organizzare incontri con i ragazzi. Quello che è mancato, purtroppo, è stata la continuità nel percorso, causa scarse risorse umane e materiali a disposizione, per non doversi poi limitare a iniziative sporadiche che, pur importanti, col tempo perdono efficacia. È certo che bisognerà scrivere al nuovo ministro; soltanto un’azione di governo ben attenta, con la collaborazione di vari organismi, a cominciare dall’Automobile Club Lecce col suo presidente Francesco Saverio Sticchi Damiani, sempre attento su questa tematica, può invertire la rotta di un’incidentalità stradale che per l’Italia è diventato una gravissima emergenza sociale con costi umani e materiali insostenibili.

Lei è pugliese e vive a Nardò, in provincia di Lecce. È uscito un dato statistico che vede proprio la provincia di Lecce registrare la maggiore incidentalità stradale in Puglia e, purtroppo, una delle più alte in Italia, con numeri di morti e feriti da brivido. Sul banco degli accusati, quasi sempre è la velocità la prima causa di sinistro, ma frequenti comunque sono gli incidenti per distrazione o perché si è assunto alcol o sostanze psicotrope. Parlando ancora di velocità, col territorio sostanzialmente piatto, ritiene che questo invogli a svilupparla oltre ogni limite previsto dal Codice della Strada? A proposito di quest’ultimo e partendo dalla sua esperienza, avrebbe qualcosa da suggerire, una norma da inserire, un’altra da precisare?

È vero, il dato è allarmante. Purtroppo non è una novità e la stessa nostra Associazione non manca di redigere qualche dato statistico sull’argomento. Tra le cause di grave incidente con esiti letali è quasi sempre la velocità causa di tutto. Qui bisognerebbe intervenire con decisione; forse non bastano persuasione e generici inviti alla moderazione. Una serie di misure potrebbero incidere fortemente a limitare i danni, a cominciare dal titolo di guida e dall’età del patentato per la guida di certe cilindrate e non altre. Qualcosa si è pure fatto, ma tutto è lasciato allo spontaneismo e alla mancanza di controlli. Che, per quanto riguarda quest’ultimi, dovrebbero essere continui proprio in considerazione delle alte velocità sviluppate. Per rispondere a quanto dice, in realtà la Puglia per la sua orografia che la vede in buona parte sostanzialmente piatta, con le sue strade si presta ad essere percorsa ad alta velocità, ripeto, la prima causa di gravissimi sinistri. Un aspetto decisivo riguarda sempre il Codice della Strada che richiede un continuo aggiornamento, necessario per sgombrarlo da regole e norme vecchie e superate e soprattutto da una segnaletica orizzontale e verticale talvolta pletorica, non rispondente alla reale necessità.

Dalla sua lunga attività emergono stretti contatti con amministratori, segnatamente con i sindaci. Sia sincero, ci parla di questa esperienza? In particolare, cosa hanno dato e, se ammesso, cosa oggi maggiormente sono chiamati a fare?

In tanti anni la collaborazione non è mai mancata. Potrei citare tanti amministratori attenti e disponibili. Come anche personalità di spicco con grandi compiti di responsabilità. Mi piace ricordare la vicinanza dell’attuale sottosegretario Alfredo Mantovano, come anche di Antonio Lerario, vicepresidente nazionale della ”Associazione Familiari Vittime della strada”, del  prof. Luigi Cianilli dell’omonima associazione di Ferrara. Un cenno particolare per la Prof.ssa Rita Canterini, responsabile Lions del Distretto Provinciale che mi ha guidato in tante occasioni. Potrei citarne tanti altri. Ma, come ho risposto in altra domanda, le amministrazioni in genere hanno pochi mezzi per incidere con decisione. A cominciare da strade dissestate, se non mancanti interamente del manto, carenza di segnaletica, lentezza ad intervenire causa di colpevole burocrazia. Potrei farle un solo esempio: se si tratta di installare un nuovo segnale stradale, evidentemente necessario, oppure rimuovere un altro perché superato e finanche pericoloso, ci s’imbatte in un’iradiddio, un percorso accidentato, burocratico, con tempi d’intervento intollerabili.

Sempre riferendosi alla sua attività nell’Associazione, a distanza di anni, ritiene di aver ricevuto l’ascolto che si aspettava? Avrà senz’altro molti episodi da citare. Ma, sempre ritenendo che tutto venga fatto a fin di bene, ci dice dove possa stare il limite di certi interventi, e cosa invece bisognerebbe fare?

L’Associazione con tutti i suoi componenti fa il suo lavoro che non è certo legato a ottenere riconoscimenti di sorta. E comunque, sinceramente, tra tante soddisfazioni e anche gratificazioni che non sono mai mancate, talvolta ho avuto momenti se non di sconforto, certo di delusione. Questo, però, non ci ha scoraggiato né fatto venire meno il nostro impegno per il fatto che in qualche occasione il “messaggio” non abbia fatto breccia. Colgo anche l’occasione per ringraziare i tanti “benefattori”, voglio chiamarli così, che ci danno un aiuto per andare avanti, a cominciare dall’imprenditore Luciano Barbetta, sempre attento su questo tema, come anche mi piace ricordare l’umanità del dott. Fabio De Marinis, primario del Pronto Soccorso di Gallipoli, del dott. Gennaro Maietta, del Prof. Lamberto Coppola, del dott. Silvano Fracella, primario del Pronto Soccorso di Gallipoli. Vorrei ricordarli tutti, sono tantissimi.

D. Ogni volta si resta attoniti di fronte alla vittima di incidente stradale. Succede anche che fin troppo spesso si reciti l’abusata e anche insopportabile espressione “una tragedia che si poteva evitare”, oppure lo sbrigativo titolo “strada killer” nella circostanza di un incidente mortale. Cosa, questo vuol dire? Certo, forse parla di una qualche responsabilità in merito e che forse non tutti hanno fatto la loro parte. Insomma, la responsabilità delle decisioni: può essersi trattato di una strada da sin troppo tempo dissestata, un’altra mancante di segnaletica, un’altra ancora con lavori non segnalati. Ora, lasciando stare la tentazione di voler accusare qualcuno, una parola chiara sull’argomento bisognerà pur dirla.

R. È la giusta osservazione che ci tocca sempre fare. Con tutta l’attenzione da prestare al prima e mai al dopo. Voglio essere chiaro: ogniqualvolta si analizza un grave incidente con morti e feriti, bisognerebbe avere ben presente se ci sono responsabilità in campo. Possono essere anche concorrenti. La responsabilità di chi guida, la velocità, l’aver guidato in stato di ebbrezza, ma anche in condizioni metereologiche avverse, con errata segnaletica, strada con scarsa illuminazione. Insomma, a quel punto dovrebbero scattare una serie di misure necessarie a evitare un possibile incidente. Cosa che semplicemente nessuno si mette a fare e intanto il bollettino dei morti riempie giornali e televisioni.

D. Sull’argomento ricordiamo un gravissimo incidente. Il 10 agosto 2008, tre di notte, a Galatone, provincia di Lecce, causa l’altissima velocità su una strada provinciale, si verificò un terribile incidente stradale con la morte di sette ragazzi. Uno degli incidenti più gravi di sempre in Italia. Quale la causa di quell’immane tragedia?

R. Tutti ricordano quella spaventosa tragedia. La causa prima fu l’altissima velocità su un tratto che ne prevedeva una molto più bassa. Si trattò di una tragica imprudenza dei cinque componenti dell’auto che andò a scontrarsi frontalmente con altro mezzo, con una coppia di ragazzi anch’essi periti nell’incidente. Ebbene, a distanza di tanti anni, grazie alle sollecitazioni dell’associazione a organismi comunali e provinciali, si è riuscito a ottenere due tratti illuminati, anche se un altro tratto di quella strada resta incredibilmente ancora al buio. Da parte nostra non ci stancheremo di sollecitarne l’intervento.

* da quattro anni a questa parte, con l’”Alba degli Angeli”, appuntamento all’aurora, al cospetto del mare di Santa Maria al Bagno e delle prime luci che lo rischiarano, l’Associazione “Alla Conquista della Vita” ricorda la strage della notte di San Lorenzo che causò la morte di sette ragazzi.

D. M’interessa conoscere il suo parere su media e pubblicità, i primi su come rispettivamente trattano il tema dell’incidente stradale, dell’altra come diffonde modelli di comportamento non proprio educativi con noti testimonial del mondo del cinema e dello spettacolo alla guida di auto fiammanti che esaltano velocità e prestazioni. Pensa che sia questo un problema?

R. Si tratta di una questione molto importante. Non mi piace accusare, però è senz’altro vero che ciascuno di noi ha una sua sensibilità e responsabilità da mostrare nella relazione pubblica. La materia è sin troppo delicata per non doversi augurare che nel lavoro giornalistico e nella pubblicità si facciano le cose nel migliore dei modi possibile.

D. Questa domanda è legata alla precedente. Che “aria” tira nel contesto sociale in cui vive, persino nel suo ambiente di lavoro, conoscendola così impegnato su un problema così grave e difficile? Intendo dire, avverte la giusta attenzione, la percezione del problema (lei direbbe fintantoché non capita a…).

R. Non pretendo certo che venga sempre visto come “la persona che salva vite umane dall’incidente stradale”, semmai con un più preciso appellativo, come la “persona informata sui fatti”. E tuttavia anche in diversi momenti della giornata, “qualcosa” sempre richiama questa nostra esperienza. Come in tutte le cose, mi fa piacere ogniqualvolta mi fanno una domanda, mi chiedono un chiarimento, un consiglio, esprimono vicinanza.

D. Di “strada”, indubbiamente, se n’è fatta tanta. Per dare ancora qualche numero, si è passati dalle oltre 11mila vittime della strada di qualche decennio fa alle 3mila attuali. Un gran passo avanti, un indubbio traguardo e tuttavia resta pur sempre l’alto costo sociale dell’incidentalità stradale. Ricordiamo che la stessa ONU il 26 ottobre ha istituito la “Giornata Mondiale per le Vittime della Strada”, approvata il 26 ottobre 2005. L’obiettivo è certo quello di ridurre al minimo, anche azzerare la mortalità stradale. Può sembrare un sogno ma so bene che per lei e l’Associazione che dirige non lo è. Può spiegarlo meglio?

R. Non bisogna accontentarsi di dati positivi che restano pur sempre parziali. Bisogna, invece, puntare al fatto che l’incidente deve essere assolutamente evitato. Non dobbiamo rassegnarci; se ci pensiamo, basta essere responsabili e attenti, scrupolosi oltre ogni limite per evitare tante disgrazie.

Per sua ammissione, per quanto ricca di gratificazioni, la sua esperienza è stata sempre faticosa; fatica però sempre nascosta dietro azioni che hanno mirato a incoraggiare le persone con cui operava e avviarle sul piano dell’azione concreta. Tuttavia, non volendo pensare ai tantissimi riconoscimenti istituzionali ricevuti in questi anni e che lei ha sempre condiviso con i suoi collaboratori, cosa oggi manca perché si sviluppi una “catena di comando” rivolta all’incidentalità stradale? Insomma, dove questa catena si spezza? E cosa fare perché questo non avvenga?

Le rispondo con una semplice osservazione: “l’incidente stradale”, l’incidente grave, con  le tante vittime e costi sociali che si porta dietro, non è ancora materia di dibattito. Lo si registra soltanto, come un fatto tecnico, leggendo ogni giorno il giornale o seguendo la Tv. Intendo dire che tutto viene lasciato nell’indeterminatezza e non si riesce a capire chi mai debba intervenire, dire una cosa decisiva, in che modo, quando farlo e con quali mezzi.

D. Ancora una domanda sul cosiddetto “omicidio stradale” (articoli 589-bis e 589 –ter del Codice Stradale) che prevede il carcere (da 2 a 7 anni) per chi cagiona per colpa la morte di una persona con violazione delle norme che disciplinano la circolazione stradale); vale a dire, reato previsto dal diritto penale italiano. Non mi pare una legge bene applicata o che abbia avuto “successo”. È capitato anche spesso che certi episodi (ultimi in ordine di tempo in Italia, hanno riguardato la morte di due ragazzi, l’uno investito sul marciapiede, una ragazza falciata da guidatore risultato positivo ad alcol e droghe e dove pure è parsa chiara ogni responsabilità). Episodi come questi spesso sono stati derubricati grazie a scappatoie e perizie di parte e, dunque, non di “omicidio stradale” s’è trattato ma di “mera disgrazia”. Hai avuto la stessa impressione e, in ogni caso, serve una tale legge (anche riferendosi a eventuali esperienze)?

R. È esatto quello che dice e non sono pochi i casi in cui questa cosiddetta derubricazione l’ha avuta vinta. Si torna al punto di partenza, a sottovalutare il grave problema parlando di una legge ben formulata ma che poi sostanzialmente non viene applicata.

D. Dopo tante domande “faticose”, dato l’argomento, non la giudichi una “provocazione” o qualcosa di esagerato; Presidente Gabellone ha un sogno nel cassetto?

R. Nient’affatto, la domanda è ben posta e, prescindendo dalla mia persona, un sogno ce l’ho, sempre riguardando l’attività intrapresa vent’anni fa. Intanto la disponibilità di una sede adeguata per portare avanti l’attività nel migliore dei modi. È evidente che non abbiamo le risorse per una tale operazione. Qualche tempo fa si era prospettata questa possibilità con un manufatto comunale a Nardò abbandonato (ex Scuola agraria ndr). Facemmo richiesta, qualche vaga promessa, alla fine si registrò un nulla di fatto. Nel caso si fosse realizzata la promessa, avremmo realizzato in quel luogo un parco a tema per ragazzi, pieno zeppo di segnaletica stradale dove tra gioco e divertimento si apprendono le regole, come ho avuto di scoprire in un incontro di lavoro con attivisti di altre regioni. Tornerò alla carica per ottenere uno spazio adeguato. Insomma, non sono un tipo che si arrende di fronte alle prime difficoltà.

 

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