Studi legali, quali percorsi negli ultimi anni. Intervista con Nicola Di Molfetta

Nicola Di Molfetta, giornalista specializzato nel settore legale è direttore di Legalcommunity e autore di “Quali avvocati?” (LC publishing) pamphlet ispirato dal saggio di Piero Calamandrei che, un secolo dopo, fa il punto sullo stato dell’arte della categoria.

Con Bee Magazine approfondisce il percorso verso la sostenibilità – e la relativa comunicazione – intrapreso dagli studi legali negli ultimi anni. Una strada sempre meno facoltativa e più strategica, indotta da norme nazionali e internazionali stringenti quanto dalla maggiore consapevolezza sul tema di clienti e imprese.

Il percorso di sostenibilità per le aziende è sempre meno una moda o un obiettivo vago e sempre più un’opzione strategica con effetti di lunga durata in termini di reputazione, efficienza e competitività. C’è un’evoluzione in questo senso anche per gli studi legali?

Possiamo senz’altro dire che per gli studi legali l’attenzione alla sostenibilità è ormai diventata un imperativo strategico. Gli studi legali per essere competitivi devono “assomigliare” ai loro clienti. E questo implica che l’interesse e soprattutto le azioni concrete messe in campo dalle aziende, finiscano con l’avere una eco nella condotta dei loro consulenti: inclusi quelli legali.

Nel suo intervento all’inaugurazione del Master in diritto d’impresa della Luiss lei faceva notare che sono passati i tempi dei gadget, tra cui le matite con i semi di girasole incorporati da piantare una volta consumata la mina… Come si declina oggi la sostenibilità per uno studio legale?

A parte le poche e lodevoli iniziative per ridurre il più possibile il già basso impatto ambientale degli studi legali – ad esempio riducendo il consumo di carta, eliminando la plastica e attuando altri piccoli accorgimenti – credo che oggi le aree in cui l’attenzione alla sostenibilità si manifesta in queste organizzazioni siano quelle dell’attenzione al sociale e della tutela delle risorse impiegate negli studi.

All’interno del pacchetto ESG i criteri sociali sono quelli più fluidi e difficili da rispettare. E ci sono studi ancora fermi a sostenere un evento di beneficenza o trasformare il regalo di Natale nella donazione a una Ong.

La beneficenza non credo possa essere considerata tra le iniziative Esg. Penso che le iniziative di restituzione sociale (c.d. give back) siano quelle che rappresentano una modalità di risposta alla chiamata a una gestione rispettosa dei principi Esg da parte degli avvocati. Il progetto “diritto allo studio” lanciato da una delle principali insegne italiane nei giorni scorsi, che assegna borse di studio, ne è un esempio. È un programma pluriennale che individua ogni anno nelle zone “fragili” di Milano quattro giovani talenti per sostenerli nelle spese universitarie a giurisprudenza (che da soli non potrebbero pagarsi) e poi inserirli nell’organico dello studio per almeno due anni.

Un noto studio legale ha stilato un “manifesto di sostenibilità”che include la competenza come dovere etico, l’impegno al benessere, l’accesso al diritto e l’eco-consapevolezza. Farà proseliti?

Sicuramente farà proseliti all’interno di quello studio dove il manifesto è un’iniziativa di posizione. Lo studio non può dichiarare di seguire una serie di principi e poi non farlo. In termini d’immagine sarebbe un boomerang. Quanto ai concorrenti, credo che in questa fase, la battaglia dei rilanci sulle iniziative virtuose non possa che produrre un effetto positivo.

Come si crea e come funziona la comunicazione di sostenibilità per gli avvocati?

Parlando di progetti e iniziative concrete. Credo poco alle dichiarazioni d’intenti. Viviamo nell’età del fact-checking. E i primi a praticarlo sono i clienti e in generale i consumatori. Gli avvocati non possono permettersi iniziative naif. Per questo è un settore interessante che nei prossimi anni andrà tenuto d’occhio.

Nella tua esperienza professionale ti sei imbattuto in una success story dal punto di vista della sosteniblità?

Credo di averne già incrociate diverse. Alcune le abbiamo anche raccontate sulle pagine di MAG e di Legalcommunity.it. I casi di Gattai Minoli Partners, Pedersoli, La Scala sono tra i più recenti. Quest’ultimo studio, ad esempio, ha avviato una collaborazione con il famoso esploratore e divulgatore ambientale Alex Bellini per la formazione e l’assistenza sui temi green.

Per le aziende esiste sempre il rischio di greenwashing, a volte doloso ma altre volte involontario come nel caso di truffe o frodi a loro danno. Nel settore legale si corrono pericoli simili?

Non vedo particolari rischi sul fronte del greenwashing. Come ho detto all’inizio, l’impatto ambientale nella attività di uno studio legale è molto contenuto. Tuttavia, in questa stagione, girando per gli uffici di molti dei più prestigiosi studi legali d’affari attivi in Italia, non ho potuto fare a meno di notare che il vizio di tenere la temperatura sopra i 23 gradi non è ancora stato battuto dall’anelito alla compliance Esg. Spegnete i termostati… o almeno abbassateli un po’.

 

Federica FantozziGiornalista

 

 

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