La sicurezza torna a dividere la maggioranza. La Lega chiede più militari nelle città, portando Strade Sicure dalle attuali 6.800 a diecimila unità. Il ministro Guido Crosetto frena: nessuna contrarietà all’impiego dei militari, purché non sia “estetico”, ma la strada indicata è una legge di riordino che renda l’impiego efficace, e in alternativa l’arruolamento di più carabinieri. Sullo sfondo restano i nodi mai sciolti di un’operazione nata nel 2008 come misura emergenziale. Ne abbiamo parlato con il generale Pietro Serino, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito.
Generale, si è tornati a parlare di Strade Sicure. Il dibattito ha una sua complessità: da un lato si apprezza il ruolo delle Forze Armate in funzione ausiliaria alla pubblica sicurezza, dall’altro si registra che l’impegno distoglie risorse dai compiti primari, cioè difendere il Paese da minacce esterne. Come si bilanciano queste due esigenze?
Normalmente, quando le risorse non sono sufficienti, la cosa che conta è la priorità. E qui entriamo in un campo complesso, perché le priorità sono a loro volta confliggenti. Da un lato abbiamo la richiesta di un incremento del contingente, che viene da un politico importante, che ricopre cariche di governo, ma che in questo caso si è espresso come segretario di una formazione politica. È quindi la richiesta di un partito, pur di maggioranza, ma comunque un elemento che non è interno al governo del Paese. Dall’altra parte abbiamo il parere del ministro della Difesa, e quindi il parere del governo, che non si è espresso contro l’impegno dei militari in concorso alle forze di polizia ma, pur non parlando di numeri, ha detto che sicuramente bisognerebbe sedersi a un tavolo per incrementare l’efficacia del personale impegnato. Questo, secondo me, è il nocciolo della questione.
Quale?
C’è sicuramente un tema di impiego delle forze, che per Strade Sicure è oggi tendenzialmente limitato nei modi e nelle forme. Lo vediamo anche rispetto a quello fatto a suo tempo con l’operazione Vespri Siciliani, a mio avviso la massima espressione di efficacia dell’impiego delle forze militari a supporto delle forze di polizia. Il contingente dell’Esercito impegnato in Sicilia aveva lo status di agente di pubblica sicurezza (non, come a volte si sente, di “polizia giudiziaria”, che invece serve per fare le indagini e non c’entra niente), e ce l’aveva dal momento in cui entrava in operazione al momento in cui usciva dall’operazione. Oggi, se le cose non sono cambiate recentemente, mi risulta che il personale di Strade Sicure rivesta il ruolo di agente di pubblica sicurezza solo nell’ambito delle consegne che riceve.
Cosa significa?
Il militare che sta facendo la vigilanza all’ingresso di un’ambasciata, finché è lì è un agente di pubblica sicurezza. Ma se succede una cosa a duecento metri di distanza, non può intervenire per due motivi. Il primo è che lascia la vigilanza dell’ambasciata e quindi, in termini militari, commette una “violata consegna”. Il secondo è che nel momento in cui esce dal compito che sta svolgendo, perde lo status di agente di pubblica sicurezza. L’Esercito, infatti, almeno durante il mio mandato ma anche precedentemente, aveva sempre richiesto un’estensione dello status di agente di pubblica sicurezza a tutta l’operazione: nel momento in cui sono impegnato, lo sono anche durante i tragitti di trasferimento dalla caserma al luogo dove devo andare a fare il servizio. Esattamente come funziona per qualsiasi carabiniere o poliziotto. In termini di status giuridico, i nostri militari non sono agenti di pubblica sicurezza sempre in servizio: lo sono solo quando montano e non lo sono più quando smontano.
Quali altre misure ritiene utili a potenziare Strade Sicure?
Incrementare i pattugliamenti mobili, cioè impegnare il personale non solo per il presidio di obiettivi statici ma per il presidio di aree, del terreno, in maniera tale da incrementare l’efficacia del servizio e rispondere anche al bisogno di sicurezza dei cittadini. Perché penso che quello che i cittadini vogliono vedere sono le divise nelle loro strade, e non solo davanti alle ambasciate.
Quindi sono, a suo avviso, i prossimi passi da compiere?
Secondo me ci sono due discorsi da fare. Il primo, nell’emergenza, è migliorare l’efficacia e l’utilizzo del personale che già oggi c’è, prima di parlare di incrementi di personale. Il secondo, e anche qui mi viene incontro il ministro Crosetto, è iniziare a mettere in campo provvedimenti che consentano, dopo diciotto anni, di uscire dalla fase emergenziale. Perché non ci dobbiamo scordare che il concorso delle Forze Armate ad altre istituzioni dello Stato, sia le forze di polizia sia per esempio la Protezione civile, avviene in situazioni di emergenza, cioè quando le strutture preposte non sono più in grado di soddisfare la necessità e il servizio alla cittadinanza. Dopo diciotto anni, probabilmente è arrivato il momento di uscire dalla fase emergenziale.
Perché non è stato fatto prima?
Non è stato fatto prima perché la situazione geostrategica non era quella di oggi. Non c’era una criticità forte nei confronti dell’attività di preparazione dello strumento militare per il suo compito istituzionale primario, la difesa dello Stato da aggressioni esterne. E avevamo anche numeri superiori: ci dobbiamo ricordare che Strade Sicure parte nel 2008, però poco dopo, con la legge Di Paola, la 244 del 2012, inizia un processo di progressiva riduzione dello strumento militare nazionale. Quindi i numeri impiegati sono aumentati mentre le forze a disposizione sono diminuite. Per questo mi sento confortato dalle dichiarazioni del ministro Crosetto, che sicuramente prima di parlare si sarà confrontato con i Capi di Stato Maggiore.
Ritiene che il ministro stia affrontando la questione nel modo corretto?
Penso di sì, e penso sia giusto sostenere questo approccio. Nel breve termine, rivedere le forme e le modalità di impiego: non ci vogliono leggi per fare questo, basta che ci sia un accordo tra i dicasteri dell’Interno e della Difesa e si procede. Il secondo aspetto è l’uscita dalle misure emergenziali, che sia, come ho sentito dire dal ministro, la reintroduzione di una specie di servizio ausiliario nei Carabinieri o un potenziamento degli organici. In ogni caso, bisogna cominciare a uscire da questo discorso. Perché parallelamente abbiamo anche la forte esigenza manifestata dalle Forze Armate, formalizzata con il deposito di un disegno di legge alle commissioni parlamentari, di incremento dei numeri. Di fatto le due cose vanno in controtendenza. Se da un lato si avvalora la richiesta delle Forze Armate di incrementare gli organici, depositando un disegno di legge che va in quella direzione, dall’altro lato si chiede di incrementare le modalità di supporto alle forze di polizia per un compito di concorso. O l’una o l’altra: le due cose non vanno d’accordo insieme.
Come siamo arrivati a questo punto?
Io ho sempre pensato, anche quando ero in servizio, che guardare indietro per capire di chi è la colpa non serve a nulla. Bisogna guardarsi indietro per capire qual è la soluzione. E mi sembra che le soluzioni siano state individuate e io le condivido. Quindi lasciamo stare perché siamo arrivati qui e guardiamo a come risolvere il problema. Di fronte alla sicurezza del Paese, interna ed esterna, bisogna sempre agire in termini di responsabilità. Le responsabilità sono ben chiare e mi sembra che ci siano le condizioni per risolvere il problema. Anzi, da un certo punto di vista questa richiesta di incremento del personale può essere il motivo e la spinta per portare a soluzione una problematica che si trascina da molto tempo.
Anche perché la previsione di incremento degli organici della Difesa, come ha sottolineato lo stesso ministro Crosetto, ricomprende i Carabinieri, che pur essendo forza di polizia sono forza armata a tutti gli effetti…
Tra l’altro i Carabinieri, proprio per natura giuridica, non hanno le limitazioni che oggi ha il personale di Strade Sicure. Quindi non c’è bisogno neanche di una sostituzione uno a uno. A meno che non omologhiamo temporaneamente il personale della Difesa a quello delle forze di polizia – sempre lasciando il controllo operativo ai prefetti e ai questori, perché è giusto che la responsabilità dell’impiego sia loro – in modo da poterlo utilizzare non come forze con capacità, tra virgolette, limitate, ma come forze piene.
Non c’è il rischio di dare la sensazione di militarizzare le città?
Mi sembra che da questo punto di vista l’opinione pubblica italiana i soldati sulle strade non solo li abbia accettati, ma li chieda. Quindi il paravento per cui non bisogna dare la sensazione che militarizziamo le città non è più una scusa sostenibile per giustificare la mancata concessione dello status pieno di agente di pubblica sicurezza. Penso che se parlassi con un cittadino qualsiasi mi direbbe che è d’accordo. Certe cose che si sentivano prima non reggono: la gente chiede i soldati. E penso che ci siano le condizioni per fare le cose giuste e rispondere alle richieste di sicurezza dei cittadini.




