L’uso dei militari per la sicurezza delle città italiane torna a dividere. La Lega chiede che i militari impiegati nell’operazione Strade Sicure a presidio di strade, piazze e stazioni salgano dagli attuali 6.800 a diecimila, quantifica in 61 i capoluoghi di provincia oggi “scoperti” e indica in 109 milioni di euro l’anno il costo dell’operazione, pretendendo una svolta già dalla prossima settimana. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in un lungo post su X, ha risposto che l’impiego dei soldati non deve avere finalità puramente estetiche, ricordando di aver contribuito lui stesso, da sottosegretario, alla nascita dell’operazione nel 2008 insieme all’allora ministro Ignazio La Russa. La sua proposta alternativa è una legge di riordino della Difesa che renda legalmente possibile un impiego dei militari contro la criminalità, sulla scia di quella che era già la sua idea all’epoca: arruolare diecimila carabinieri in più, che sono Difesa ma con tutti i poteri delle forze di polizia.
Un’emergenza che dura da trent’anni non è un’emergenza
A ricondurre il dibattito ai suoi termini istituzionali è il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e presidente della Fondazione Icsa, che parte da un principio: “L’impiego di militari a supporto delle Forze di Polizia è una fattispecie di provvedimento plausibile in condizioni di emergenza o di particolare urgenza, un intervento ad interim, in attesa che il Ministro dell’Interno, responsabile ultimo dalla Sicurezza, adegui gli organici delle forze di polizia alle mutate esigenze”. Il punto è che questa attesa, in Italia, non ha mai avuto fine. “In Italia l’utilizzo di questo strumento è in vigore dai primi anni novanta [con l’operazione Vespri Siciliani, ndr], ossia da oltre trent’anni. Ce ne vuole per dimostrare che per un periodo così lungo siamo vissuti in una continua emergenza senza poter adeguare le nostre difese”.
Il dubbio, allora, è che più che una situazione di permanente emergenza, dietro il continuo ricorso a questo strumento, in teoria ausiliario, ci sia la mancanza di volontà di affrontare veramente il problema della sicurezza, e che lo strumento eccezionale sia stato usato per non affrontare il problema di fondo, scaricando sulla Difesa un compito che non le appartiene. Da qui il giudizio sulla piega che ha preso il confronto politico. “Si tratta di una delle troppe anomalie italiane cui non si tenta di porre riparo e che rischia di divenire oggetto di battaglia elettorale più che di un corretto intervento istituzionale da parte di chi per oltre trenta anni non si è posto il problema nei termini corretti”.
Da Vespri Siciliani…
Il primo impiego sistematico delle Forze armate in compiti di ordine pubblico nell’Italia repubblicana è l’operazione Vespri Siciliani, avviata nel luglio 1992 all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio: fino a settemila soldati dell’Esercito schierati in Sicilia a presidio di obiettivi sensibili, per liberare le forze di polizia dai compiti di vigilanza statica e consentire loro di concentrarsi sulla lotta alla mafia. L’operazione, concepita come temporanea, durò fino al 1998. Nel frattempo il modello era stato replicato altrove: operazione Riace in Calabria e Partenope in Campania tra il 1994 e il 1995, Testuggine sul confine orientale, fino a Domino, il dispositivo di protezione dei siti sensibili attivato dopo l’11 settembre 2001.
… a Strade Sicure
Strade Sicure nasce in questa scia, con il decreto-legge 92 del 23 maggio 2008, il cosiddetto pacchetto sicurezza del quarto governo Berlusconi, che autorizzava l’impiego di tremila militari per sei mesi, a partire dal 4 agosto di quell’anno, in concorso con le forze di polizia per il controllo del territorio e la vigilanza di obiettivi sensibili. I soldati operano sotto il coordinamento dei prefetti e con la qualifica di agenti di pubblica sicurezza, ma senza le funzioni di polizia giudiziaria. I sei mesi iniziali sono diventati diciotto anni: l’operazione è stata prorogata senza soluzione di continuità da ogni governo, di ogni colore politico, attraverso decreti e leggi di bilancio, e lo scorso 4 agosto l’Esercito ne ha celebrato la “maggiore età”.
I numeri
Dai tremila uomini del 2008 il contingente di Strade Sicure è cresciuto a ondate successive, in corrispondenza di ogni nuova emergenza: l’Expo di Milano e il Giubileo straordinario nel 2015, la minaccia terroristica jihadista che ha portato il dispositivo a 7.050 unità, la pandemia, con l’aggiunta di 753 militari per il controllo delle misure sanitarie, che ha portato il totale oltre le 7.800 unità. La legge di bilancio 2021-2023, su impulso dell’allora ministro Lorenzo Guerini, aveva pianificato una discesa graduale a seimila e poi a cinquemila unità dal luglio 2022, con l’obiettivo dichiarato di restituire i militari alla loro funzione. Il percorso si è invertito con la legislatura in corso: il contingente è risalito fino agli attuali 6.800, anche per effetto del rafforzamento nelle stazioni ferroviarie e delle nuove esigenze legate al Giubileo del 2025. Il costo si è mantenuto nell’ordine di poco più di cento milioni di euro l’anno, tra indennità, logistica e mezzi, a carico del bilancio della Difesa e non di quello dell’Interno. Al di là dei risultati operativi, i numeri descrivono un’attività di vigilanza e presidio, non un’attività investigativa o di contrasto alla criminalità in senso proprio, che rimane compito delle forze di polizia.




