Stefano Andreotti: quando mio padre pianse per la morte di Moro. Un’intervista che smonta alcune ‘’fake news”

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Carte, discorsi, corrispondenza, atti preparatori, una montagna di carte che, se si mettessero l’una sull’altra, farebbero settecento metri d’altezza. Una documentazione sterminata e illuminante: chi vuol fare una ricerca sulla politica estera trova più elementi in queste carte che in altri archivi di Fondazioni. 

Stefano Andreotti e la sorella Serena sono da tempo al lavoro per catalogare, decifrare, ordinare lo sterminato materiale manoscritto lasciato dal padre. Un lavoro certosino, complicato dal fatto che Andreotti scriveva con una grafia minuta, che spesso ha bisogno del grafologo e del filologo insieme.

Alcuni volumi dei ‘’Diari’’ sono stati già pubblicati,  altri, sugli anni ’50, ’60, ’90 seguiranno. L’ultimo in ordine di pubblicazione è un tomo di parecchie centinaia di pagine, e riguardano gli anni 1976-1979, anni cruciali e terribili dal punto di vista della storia nazionale: elezioni del ’76 , Pci e Dc quasi alla pari, socialisti ai minimi storici, difficoltà di fare un governo, poi la immaginazione politica di Moro portò al cosiddetto governo delle astensioni, che Andreotti parafrasando Montale chiamò della ‘’ non sfiducia’’ ( ‘’codesto solo possiamo dirvi, ciò che NON  siamo, ciò che NON vogliamo’’).

Poi un passo in avanti, nel 1978,  e la formazione del governo, sempre presieduto da Andreotti ma con i comunisti nella maggioranza, non però ancora nell’esecutivo. Berlinguer voleva Moro presidente del Consiglio, il segretario del Pci logicamente si fidava più di lui, l’artefice della nuova politica che doveva portare alla ‘’democrazia compiuta’’, alla ‘’democrazia dell’alternanza’’ e per la quale ci avrebbe rimesso la vita.

Ma Moro disse che l’operazione poteva riuscire soltanto se il governo lo presiedeva Andreotti, così gli americani sarebbero stati più tranquilli. Moro non aveva dimenticato che quattro anni prima, nel 1974, era svenuto nella chiesa di Saint Patrick, a New York, dopo aver avuto un duro colloquio con il segretario di Stato Henry Kissinger e averne raccolto avvertimenti poco rassicuranti contro l’apertura al Pci.

Non che Andreotti fosse ‘’ uomo degli americani’’, lo era per questo più Cossiga, ma certo Andreotti non era nella Dc su posizioni ‘’di sinistra’’.
Poi ci fu il delitto Moro, l’assassinio politico più grave dopo ( dopo, nel senso cronologico non dell’importanza) il delitto Matteotti. E da allora, sostengono molti studiosi, la Repubblica si avviò a una fase di declino politico, dal quale stenta a riprendersi, passando da una emergenza a un’altra emergenza, e non solo pandemica.

Ma torniamo alla catalogazione del materiale a cui stanno mettendo mano i figli di Andreotti. C’è praticamente di tutto, e ci sono anche alcune curiose sorprese. Per esempio:  duemila menù di pranzi e cene ufficiali dei vari ricevimenti in tanti anni di vita pubblica e in varie parti del mondo;  carte autografate di  Capi di Stato stranieri (Carter, Mitterrand). Tremila vignette che riguardano Andreotti,  vignette di Forattini, ritagli di giornali. Andreotti insomma, come una formica laboriosa, raccoglieva tutto, selezionava tutto e archiviava.

A tutte queste carte vanno poi aggiunti 50 libri, di storia e di politica e anche qualche romanzo; alcuni hanno dato origine a una serie: ‘’Visti da vicino ’’; ‘’I Papi che ho conosciuto’’; ‘’Onorevole, stia zitto’’, o, uno dei primi: ‘’Ore 13, il ministro deve morire’’ ( l’assassinio politico del ministro di Pio IX Pellegrino Rossi, NdR). 

Ma dove trovava il tempo di scrivere i libri ,Andreotti, assorbito com’era dagli affari di Stato?L i scriveva durante le vacanze che faceva abitualmente a Merano.

Dottor Stefano Andreotti, non occorre leggere i diari per capire che per suo padre il caso Moro ha lasciato un nervo scoperto. È così?

Più o meno è così. Mio padre ha sofferto per le colossali bugie che attorno al caso Moro sono state propalate, diffuse ad arte. E come spesso capita nel circuito della comunicazione, anche le cose false lasciano un sedimento e la gente finisce per crederci

Vogliamo indicarne qualcuna di queste bugie che con termini contemporanei chiameremo fake news?

Intanto posso dirle questo: Ho visto piangere mio padre due volte: quando è morta mia nonna paterna e quando hanno ucciso Moro. Mio padre ha sofferto per tante accuse rivelatesi poi infondate e calunniose (Pecorelli, ecc.);  ma la cosa che più lo ha amareggiato è quella di non aver fatto il possibile per salvare la vita di Moro.

Una delle vulgate o fake news fu quella secondo cui suo padre intervenne su Paolo VI per correggere l’appello del Pontefice agli ‘’uomini delle Brigate rosse’’ perché liberassero Moro, per inserire un inciso di due parole ‘’senza condizioni’’; inciso che, si disse, quando lo venne a sapere, gettò Moro nella prostrazione e nel pessimismo totale.

Ma non è assolutamente vero! Il Vaticano si adoperò per la liberazione di Moro, fece raccogliere anche una somma colossale ( si disse dieci miliardi di lire), ma i rapitori evidentemente non erano interessati ai soldi, anche se avevano fatto rapine per autofinanziarsi. Col Vaticano, in questi sforzi per cercare una via d’uscita, mio padre si teneva continuamente in contatto; il segretario del Papa, mons. Pasquale Macchi veniva la sera spesso in casa nostra, per riferire, per informarsi.

Poi c’è anche quell’altra vulgata che riguarda le vedove degli agenti della scorta di Moro massacrata in via Fani, vulgata che si disse fu fatta filtrare da Palazzo Chigi (Andreotti era presidente del Consiglio) allo scopo di ‘’sabotare’’ eventuali trattative con le Br, viste come cedimenti ai terroristi.

Credo di aver capito di che cosa parla, ma per evitare equivoci, mi può ripetere quale fosse questa vulgata?

È presto detto: che se avessero fatto trattative con le Br, liberato qualche terrorista, le vedove della scorta trucidata in via Fani sarebbero andate in piazza Colonna davanti a Palazzo Chigi e si sarebbero lasciate bruciare come bonzi. Si seppe poi che letti i giornali la vedova del maresciallo Leonardi caposcorta di Moro chiamò piangendo la signora Moro per smentire nettamente questa fandonia.

Quel che posso dirle è che fu, evidentemente con intenti distorsivi, fatta girare questa voce,  non si sa da chi, alterando quella che era stata una conversazione fatta due giorni prima del rapimento di Moro negli ambienti degli uomini delle scorte, che senza auto blindate si sentivano esposti a gravi rischi e mandati al macello. Di queste preoccupazioni il caposcorta di mio padre Carlo Russo aveva parlato con il maresciallo Leonardi.

Si è detto che le Br in un primo momento avevano pensato di rapire Andreotti e non Moro

Alberto Franceschini , uno degli ideologi delle Br, disse che c’era l’idea di rapire Andreotti, per poi fotografarlo con un rospo in bocca per vendicare tutti gli italiani  per tutti i rospi che avevano dovuto ingoiare per colpa della Dc.

Con il Vaticano suo padre ha sempre avuto un filo diretto 

Mio padre era un credente ma aveva anche una visione laica della politica. Certo con il Vaticano, con i vari Pontefici, è stato il democristiano che ha avuto una più lunga e durevole consuetudine. Ha scritto anche dei libri su questi incontri.  Una volta dovette intervenire per un episodio che riguardava Giovanni Paolo II.

Ci racconti

Tutti ricordiamo che il papa polacco era un uomo giovane e vigoroso e non disdegnava lo sport, sci e nuotate in piscina. Ebbene, un fotografo, siamo nel 1980,  col teleobiettivo, come si fa con i divi, scattò delle foto del Papa in costume da bagno mentre era in piscina. Ma il Papa non era un divo o un uomo dello spettacolo, pubblicare quelle foto, com’era pronto a fare un settimanale di larga diffusione,  avrebbe potuto suscitare turbamento e disorientamento nella gente.  Il vescovo Eduardo Martinez Somalo, sostituto della Segreteria di Stato, si precipitò a Merano dove mio padre si trovava in villeggiatura per chiedergli di sbrogliare questa faccenda.

E come andò a finire?

Le foto le comprò Edilio Rusconi , poi passarono a Tassan Din, della Rizzoli e alla fine furono restituite al Vaticano, compresi i negativi.

Torniamo ai ‘’Diari’’ Ci sono omissis fatti da voi curatori?

No,  E’ stato solo omesso qualche giudizio sprezzante su terze persone, non espresso peraltro ma solo riportato da mio padre. 

Si parlava di politica in casa Andreotti?

Mio padre ha sempre tenuto la famiglia fuori dalla politica, per il resto eravamo una famiglia serenamente normale.

E nei momenti di difficoltà come lo avete visto?

Nel periodo dei processi in Sicilia, era molto preoccupato. I primi due anni non era più lui, sono cominciati i malesseri psicosomatici, a parte l’emicrania che lo ha afflitto tutta la vita.

Con Craxi, i rapporti non erano idilliaci, più per motivi di politica interna. Perché in politica estera, nell’atteggiamento verso gli Stati Uniti, l’Europa, il mondo arabo, si può dire marciassero all’unisono.

Con Craxi mio padre aveva un rapporto di stima, e credo che fosse reciproca.

Ma Craxi disse, parlando di suo padre ( Giulio ‘’la volpe’’): prima o poi tutte le volpi finiscono in pellicceria

Sì ricordo, e le racconto  a questo proposito un episodio gustoso. Un giorno Craxi andò a trovare mio padre nel nuovo studio  di piazza san Lorenzo in Lucina ( per i non romani: a poche decine di metri dal Parlamento). Mio padre era stato sfrattato dal precedente studio in piazza Montecitorio. 

Ma come?! Andreotti sfrattato? Chi è stato il temerario?

Ma no, non era stato sfrattato solo mio padre ma tutti gli inquilini del palazzo, il proprietario aveva in mente altri progetti.

Torniamo all’episodio gustoso di cui parlava

Ah sì, nel palazzo di piazza san Lorenzo in Lucina, c’era una pellicceria, e mio padre  gliela indicò, e non si fece scappare l’occasione per ricordare a Craxi la sua battuta.

Andreotti lo si conosceva come uomo di spirito, battutista, grande lavoratore, apparentemente distaccato . Ma come padre, che tipo era?

Sicuramente un padre premuroso, l’esatto opposto del padre severo. Egli non ha mai interferito nelle nostre scelte. Diceva: fate quello che volete, se sbagliate ve lo dico. Mamma era più severa, aveva la severità della professoressa.

I figli di importanti leader – De Gasperi, Moro, Fanfani – si sono tenuti lontani dalla politica. Ha mai pensato di fare politica?

Io e i miei fratelli e sorelle per scelta nostra abbiamo deciso di no. Se avessimo fatto politica , comunque, nostro padre non sarebbe stato contento.

Che cosa ha significato essere figli di Andreotti?

 Non sto a girarci intorno, non nego che vantaggi ne abbiamo avuti. Ma anche qualche inconveniente. Le mie tasche spesso le trovavo piene di raccomandazioni.

È quasi proverbiale il legame di Andreotti con i suoi elettori che lo votavano a valanga in tutte le elezioni. Tanto è vero che quando Cossiga nel ’91 lo nominò senatore a vita, suo padre, come raccontò l’ambasciatore Riccardo Sessa, non fece salti di gioia. Ne parlò in famiglia?

È vero. Mio padre non ne fu entusiasta, anzi ne restò contrariato,  ma uomo delle istituzioni qual era pensò che il rifiuto sarebbe stato interpretato chissà come,  e comunque sarebbe stato uno sgarbo istituzionale. Ma gli dispiacque dover interrompere l’intenso legame con i suoi elettori.

Concludiamo questa intervista: chi si appresta a leggere i Diari di Andreotti si aspetta di entrare in un santuario gremito di segreti

Sembrerà un paradosso quello che le dico: il segreto più grande è che non esistono grandi segreti. 

Che fa?!, il verso a suo padre con le battute?

La ringrazio ma Lui nelle battute era inarrivabile. Comunque, battute di spirito a parte, l’interesse dei ‘’Diari’’ non è nei segreti che qualcuno si attende ma nel carattere complessivo di zibaldone, diciamo così, che hanno gli scritti diaristici di mio padre. Egli scriveva di tutto, appena aveva un momento libero annotava fatti, pensieri, riflessioni, ovunque si trovasse, anche durante le riunioni parlamentari. Il consiglio di scrivere sa chi glielo diede? Leo Longanesi!. Uno dei sommi maestri del giornalismo italiano. Mio padre appuntava minuziosamente riunioni, colloqui,  aveva agende di ogni tipo.

Lei ci ha svelato la notizia che fu Longanesi a esortare suo padre a scrivere. Ma chissà che Andreotti non abbia preso ispirazione anche da un attore che egli ammirava ( comparve anche in un paio di suoi film): parliamo di Alberto Sordi. In un film del 1955, ‘’Un eroe dei nostri tempi’’, l’attore romano recita un personaggio che si muove con un’agendina sempre in tasca su cui puntualmente annota ogni cosa che gli accade durante la giornata.

Grazie, mi ha incuriosito. Cercherò questo film.

 

*Direttore editoriale

 

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