Stato e mercato, su e giù in altalena. Il nuovo libro di Giuliano Amato: Bentornato Stato ma.

"immune dai suoi vecchi vizi e lontano, in ogni circostanza, dall’hybris dell’accentramento autoritario". "La formula di un lib-lab di successo e fuori dal comune".

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Sui rapporti tra Stato e mercato economisti e giuristi si sono cimentati da tempo immemorabile. E anche all’Assemblea costituente, della questione si è discusso in occasione della stesura della cosiddetta Costituzione economica. Per non far torto a nessuno, si è trovato il modo – per così dire – di coniugare ecumenicamente il diavolo con l’acqua santa.

Di qui l’ironia di Piero Calamandrei, che a torto è stato considerato uno dei padri più autorevoli della Legge fondamentale della Repubblica, mentre – da buon fiorentino – ne è stato la suocera. Tali e tante sono le critiche che le sono state rivolte. Non solo sostenne che si vedeva lontano un miglio che il progetto di Costituzione, magistralmente illustrato da Meuccio Ruini, non era stato scritto da Ugo Foscolo. Ma, affondando il coltello nella piaga, aggiunse nel corso della discussione generale a Montecitorio che un conservatore e un progressista avrebbero potuto cantare vittoria enfatizzando ora questo ora quel brandello normativo.

Così l’uno poteva squadernare il fatto che –  articolo 41 della Magna Carta – “L’iniziativa economica privata è libera”, e l’altro poteva opporgli che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”. L’uno poteva sfoderare la norma secondo cui – articolo 42 – la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, e l’altro poteva obiettargli che però la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale. E così via. Non a caso, del resto. Perché noi  italiani preferiamo di gran lunga gli et-et agli aut-aut.

A questa regola si attiene in qualche misura anche il neopresidente della Corte costituzionale Giuliano Amato nel suo nuovo libro, edito dal Mulino, che ha per titolo Bentornato Stato, ma. Un saggio la cui importanza è inversamente proporzionale al numero di pagine: appena 108 in formato ridotto. Sabino Cassese nel suo libro su Il governo dei giudici afferma che un giurista o è comparatista o non è. Ora Amato, vedi caso, non solo ha insegnato diritto costituzionale italiano e comparato ma ha ricoperto incarichi istituzionali di primaria grandezza: due volte presidente del Consiglio, sottosegretario a Palazzo Chigi, pluriministro, deputato e senatore, presidente dell’autorità garante della concorrenza e del mercato e giudice costituzionale. Ed è chiaro che questa eccezionale esperienza gli è stata utile nello stendere questo lavoro.

Amato rifugge dagli ideologismi. Novello Machiavelli, lui guarda alla verità effettuale. Ovverosia alla realtà concreta delle cose. Non esalta ma neppure demonizza né l’intervento pubblico nell’economia né il mercato. Piuttosto constata, da buon comparatista, che nel corso del tempo ora ha prevalso l’uno e ora l’altro. Sta di fatto che in ordinamenti democratici come il nostro l’uno non può fare a meno dell’altro. Sono in altalena: più l’uno sale e più l’altro scende. Così come all’alta marea segue la bassa marea. Come che sia, non esiste né un bene assoluto né un male assoluto. Insomma, c’è un modus in rebus. Quello che conta è che Stato e mercato rappresentino in qualche misura due facce della stessa medaglia.

L’intervento pubblico nell’economia in determinate fasi, come l’attuale dominata dal covid e dalla guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina, è una necessità. Ma di per sé non rappresenta una panacea. Perché molte sono le ombre. Come una legislazione simile a una selva fitta e oscura. Come la tendenza della politica a mettere le mani sull’economia per scopi non sempre commendevoli. Come una macchina burocratica anchilosata. Come la corruzione e la concussione. E via dicendo. Anche se Amato tiene a sottolineare che almeno in parte si è cercato di correre ai ripari grazie anche alle autorità indipendenti e a controlli più efficaci.

D’altra parte anche la concorrenza, da sempre magnificata, ha i suoi nei. Amato fa l’esempio della liberalizzazione delle licenze ai tassisti nel Cile di Pinochet. Rivelatesi un disastro perché tanti si sono improvvisati tassisti che hanno lasciato in mezzo alla strada i loro clienti perché alla guida di veicoli scassati e perciò estremamente pericolosi. Verrebbe da dire: è la deregulation spinta all’estremo, bellezza!

Dopo un’introduzione dedicata a un Maestro come Douglas North, premio Nobel per l’economia nel 1993, e tre capitoletti nei quali l’autore mette a confronto Stato e mercato, illustra l’intervento dello Stato di una volta e il suo ritorno ai giorni nostri e sottolinea gli antidoti contro le devianze, arriva alla conclusione. Dà sì un “ben tornato” allo Stato. Purché “immune dai suoi vecchi vizi e lontano, in ogni circostanza, dall’hybris dell’accentramento autoritario”.

More solito, la logica di Amato è stringente. L’apparato bibliografico, ridotto all’essenziale, è puntuale. E il libriccino è godibilissimo. Ecco la formula di un lib-lab di successo e fuori dal comune. Sine spe nec metu. Al di sopra delle parti.

Giuliano Amato, Bentornato Stato ma. il Mulino, Bologna, pagg. 108, € 12

 

Paolo Armaroli – Professore ordinario di Diritto pubblico comparato, Docente di Diritto parlamentare, già deputato

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