Le guerre si iniziano sempre con la convinzione di poterle controllare. La storia dimostra che quasi mai è così. Quella iniziata sabato con l’attacco coordinato di Stati Uniti e Israele contro l’Iran segna l’apertura di una crisi che rischia di cambiare gli equilibri del Medio Oriente e di produrre effetti diretti su buona parte del mondo, Europa compresa. Missili, droni, attacchi contro basi militari e minacce alle rotte energetiche dimostrano che il conflitto è già entrato in una fase di escalation regionale. In questo contesto la domanda che molti cittadini europei si pongono è inevitabile: quanto durerà questa guerra e quanto coinvolgerà anche noi? La risposta, purtroppo, non è rassicurante.
Una guerra facile da iniziare, difficile da controllare
La prima cosa che possiamo fare nel tentare di interpretare un evento, è sempre quella di paragonarlo a fatti similari. Ecco, il conflitto con l’Iran non è in nessun modo paragonabile alle operazioni militari degli ultimi anni in Medio Oriente. L’Iran è uno Stato con novantatré milioni di abitanti di cui oltre il 50% sotto i 35 anni, una struttura statale consolidata, una significativa capacità militare e una rete di alleanze e proxy regionali che si estende dal Libano allo Yemen. Questo significa che il conflitto non può restare limitato al territorio iraniano. Gli attacchi contro basi statunitensi nel Golfo e le tensioni che coinvolgono diversi attori regionali dimostrano che la guerra ha già assunto una dimensione più ampia. La vera incognita riguarda ora la durata e la capacità di controllare l’escalation.
Il rischio di una guerra lunga
La storia recente suggerisce prudenza. Le guerre iniziate con l’obiettivo di modificare equilibri politici o di ridurre capacità militari avversarie di rado si concludono rapidamente. Afghanistan, Iraq, Siria e Libia dimostrano come operazioni inizialmente presentate come limitate possano trasformarsi in conflitti molto più lunghi e destabilizzanti del previsto. Un confronto con l’Iran, per dimensioni territoriali, capacità militari, tradizione diplomatica e complessità geopolitica, potrebbe rivelarsi ancora più difficile da gestire. Non va dimenticato che la Persia ha una lunga tradizione di relazioni diplomatiche con l’Europa e una cultura negoziale profondamente radicata. Sottovalutare questo elemento significherebbe ridurre il confronto con l’Iran a una dimensione puramente militare, ignorando la profondità storica e politica della sua presenza nella regione.
Il nodo energetico e il rischio globale
Se questa guerra dovesse trasformarsi in un conflitto lungo, le conseguenze non resterebbero limitate al piano militare. Uno dei nodi più sensibili diventerebbe la sicurezza delle rotte energetiche globali. Il punto più critico è infatti rappresentato dallo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa il 20% del petrolio mondiale (oltre 20 milioni di barili al giorno) e una quota rilevante di gas liquefatto. Da questa rotta transitano le esportazioni energetiche di Iran, Iraq, Qatar, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, dirette soprattutto verso Cina, India, Giappone e Corea del Sud.
Qualsiasi minaccia alla sicurezza di quella rotta marittima ha delle conseguenze immediate sull’economia globale. Non serve una chiusura completa dello stretto per produrre effetti destabilizzanti. Basta la percezione di rischio per far aumentare il prezzo dell’energia e alimentare nuove tensioni economiche. In seguito agli attacchi subiti sia da Arabia Saudita che da Qatar, la produzione è stata già ridotta, con effetti immediati sul prezzo che, è già previsto, supererà presto i cento dollari a barile. La reazione dell’Iran di fronte all’attacco israelo-statunitense ha già dimostrato che uno degli obiettivi iraniani sarà proprio quello di usare la leva energetica. Per l’Europa, che sta ancora affrontando le conseguenze delle crisi energetiche degli ultimi anni, questo rappresenta una vulnerabilità strategica evidente.
La questione nucleare tra realtà e percezione
Ma la dimensione energetica non è l’unico fattore che rende questa crisi particolarmente pericolosa. Sullo sfondo resta anche la questione del programma nucleare iraniano, che da anni rappresenta uno dei principali punti di tensione tra Teheran, Washington e Israele. Nel dibattito internazionale la giustificazione principale dell’attacco resta il dossier nucleare di Teheran. Tuttavia è importante ricordare che l’accordo sul nucleare del 2015, il JCPOA, era stato abbandonato dagli Stati Uniti nel 2018 proprio durante la presidenza Trump.
Da quel momento il sistema di controlli e incentivi che lo aveva contenuto ha progressivamente perso efficacia, contribuendo a riaprire una fase di tensione. Anche l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha più volte dichiarato di non avere prove dell’esistenza di un programma militare attivo in Iran per la costruzione di un’arma nucleare, pur segnalando elementi di preoccupazione legati all’arricchimento dell’uranio. La questione riguarda quindi soprattutto il rischio potenziale e la fiducia internazionale, più che l’esistenza di un programma militare accertato.
Anche la narrazione politica sul rischio nucleare appare talvolta contraddittoria. Solo pochi mesi fa, durante quella che è stata definita la Guerra dei dodici giorni, lo stesso presidente Trump aveva dichiarato che i siti nucleari iraniani erano stati “completely and totally obliterated”. Se questo fosse davvero avvenuto, resta da capire perché oggi la questione nucleare iraniana venga nuovamente presentata come una minaccia imminente, tale da giustificare un’ulteriore escalation militare. Ciò non significa che non rappresenti un problema reale, ma suggerisce che il suo utilizzo nel dibattito politico internazionale sia spesso più complesso di quanto venga presentato nella comunicazione pubblica.
Perché l’Iran sta attaccando tutti i paesi del golfo?
Questa è una domanda importante a cui rispondere per capire quale comportamento adottare. C’è chi sostiene che Teheran stia colpendo questi Paesi perché sono alleati degli Stati Uniti e perché, non potendo colpire direttamente il territorio americano, rappresentano un obiettivo più accessibile dato che ne ospitano molte basi militari. Altri tirano in ballo la dimensione religiosa del conflitto.
A mio avviso, però, questa reazione va letta prima di tutto come una mossa strategica. Colpendo i Paesi del Golfo, l’Iran punta probabilmente a spingerli a intervenire politicamente su Washington per chiedere una rapida conclusione del conflitto. D’altra parte, il danno che questi Paesi rischiano di subire è enorme: non riguarda solo l’industria petrolifera, ma anche il turismo, la stabilità economica e l’attrattività per commercio e investimenti internazionali.
È quindi plausibile che questa linea d’azione sia stata decisa dalla leadership iraniana, e in particolare da Khamenei, come strumento di pressione strategica nel confronto con gli Stati Uniti. In altre parole, l’Iran non sta solo reagendo militarmente: sta cercando di modificare il calcolo politico degli attori regionali. E questo è un elemento fondamentale per comprendere la dinamica del conflitto.
La posizione italiana
In questo contesto l’Italia e l’Europa dovrebbero evitare due errori che in passato hanno già prodotto conseguenze negative. Il primo è seguire automaticamente le decisioni di altri attori senza una valutazione autonoma dei propri interessi strategici. Il secondo è limitarsi a un ruolo passivo, reagendo alle crisi invece di contribuire a prevenirle. L’Italia, per storia diplomatica, posizione geografica e relazioni nel Mediterraneo, potrebbe invece promuovere un’iniziativa europea per la de-escalation che coinvolga non solo gli alleati occidentali ma anche gli attori regionali.
Non bisogna dimenticare che tra Italia e Iran esiste una lunga tradizione di relazioni diplomatiche, economiche e culturali che risale al secondo dopoguerra. Negli anni della cooperazione energetica guidata da Enrico Mattei e dell’espansione industriale italiana, tecnici, imprenditori e diplomatici italiani hanno contribuito allo sviluppo di importanti progetti economici e infrastrutturali nel Paese.
Anche nei momenti più difficili l’Italia ha spesso cercato di mantenere aperto un canale di dialogo con Teheran. La recente vicenda della giornalista Cecilia Sala ha ricordato quanto questi rapporti siano complessi e delicati, ma ha anche dimostrato quanto la diplomazia resti uno strumento essenziale nelle crisi internazionali.
Un conflitto prolungato con l’Iran non rappresenterebbe un vantaggio strategico per l’Europa. Al contrario, aumenterebbe instabilità regionale, rischi energetici e tensioni geopolitiche di cui il nostro continente sarebbe inevitabilmente tra i primi a pagare il prezzo. Per questo motivo l’interesse europeo dovrebbe essere quello di lavorare per limitare il conflitto e riaprire uno spazio politico e diplomatico.
Conclusione
La guerra con l’Iran pone una questione che l’Europa non può più evitare. Continuare a limitarsi a dichiarazioni di preoccupazione mentre altri attori decidono le traiettorie del conflitto significa accettare di restare un attore marginale anche quando sono in gioco interessi vitali. Se l’Europa vuole essere un soggetto politico e non solo uno spazio economico, deve dimostrarlo anche nelle crisi internazionali più difficili. La storia recente insegna che iniziare una guerra è sempre più facile che controllarne le conseguenze.
Un obiettivo che dovrebbe finalmente unire i principali Paesi europei – Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito – al di là delle polarizzazioni politiche che oggi attraversano il continente. Anche perché il crescente dispiegamento di unità navali europee nel Mediterraneo orientale, con Cipro diventata uno dei principali hub logistici della crisi, dimostra quanto il rischio di un coinvolgimento diretto non sia solo teorico. Perché quando le conseguenze di una guerra diventano globali, anche le responsabilità politiche di fermarla devono diventarle.




