Si fa presto a dire Maremma

Prosegue il viaggio di beemagazine nell’Italia da (ri)scoprire. Oggi di scena la Maremma "una e bina". "Una terra di briganti, di ribelli, di contadini e operai, di pescatori e cacciatori, di artisti e poeti ed in grado di restituire ancora oggi un fascino struggente che ammalia fino alla voglia di viverci".

Si fa presto a dire Maremma.

Oggi sinonimo di affascinante paesaggio costiero che dal nord del Lazio lambisce Livorno, ma fino a poco più di due secoli fa nome di terre perdute, contese al mare e alla malaria.

In realtà la Maremma è una e bina.

C’è quella più nota soprattutto a chi viene dalla Capitale, che una volta superato il cartello stradale di Pescia Fiorentina è convinto di essere “in Toscana”, scambiando il particolare con il tutto e dimenticando che quel termine, Toscana, è ancora oggi un’espressione soprattutto amministrativa, dimentica dei fasti di un Granducato che fu il primo Paese europeo a bandire la tortura e la pena di morte nel 1786, ma molto ben memore dei dissidi e delle rivalità che ancora ne fanno una specie di federazione di Comuni nella quale sono tutti (o quasi) contro tutti (o quasi).

Quella è la Maremma Grossetana, prima ancora definita Maremma Senese con un toponimo che la dice lunga a proposito della supremazia a lungo esercitata dalla città del Palio su tutta la Toscana meridionale: lì davvero è stata dura l’opera di bonifica a sud – e non solo – di Grosseto che, cominciata in epoca granducale, è proseguita fino agli anni Venti e Trenta del Novecento.

Per chi non si accontenta di Capalbio e della sua ormai un po’ scolorita fama di pittoresca selvaggitudine che fu e del suo fascino di buen retiro fra tramonti straordinari, vale la pena di raggiungere Alberese, prima lasciarsi ammaliare dalle sirene dell’Argentario e di incontrare le rive dell’Ombrone popolate da buoi dalle corna “a lira”, così frequenti nei dipinti dei Macchiaioli ed oggi quasi a rischio di estinzione.

Il paese, incastrato tra le colline del Parco dell’Uccellina ed il mare, porta segni visibili di quell’avventura ingegneristica e culturale insieme, vero paradigma dell’ultima grande bonifica del secolo scorso. È l’insediamento dei coloni, tantissimi del Veneto, del Trentino e del Friuli, che trovarono sulle sponde del Tirreno una terra promessa dopo i lutti ed i disastri della Grande Guerra.

Combattenti e reduci ricompensati con la fatica e con la prospettiva di una vita da ricostruire arando campi infestati dalle zanzare e dall’acqua salmastra. Sulle strade dedicate ai Bersaglieri, agli Alpini, agli Arditi si affacciano ancora quelle che sono state le case a due piani di coloro i quali furono i veri protagonisti della trasformazione di quel territorio a cui questa parte di Toscana deve la propria produzione agricola di qualità.

Ma serve un po’ più di coraggio, quantificabile con un’ulteriore ora di auto lungo la Statale Aurelia, per scoprire l’altra Maremma, quella più a nord, che comincia dal Golfo di Follonica e da Piombino e finisce alle porte di Livorno. È la Maremma Livornese, per lungo tempo e a dispetto della divertente e mai uggiosa contrapposizione tra le due città, denominata anche Maremma Pisana. Oggi, forse per rifuggire quel dissidio sull’aggettivo geografico, ha acquisito il nome più accattivante di Costa degli Etruschi. Ma sempre Maremma è.

Ciò che cambia non sono solo il paesaggio e l’accento: da Carrara a Grosseto, lungo i 400 chilometri di costa gli idiomi variano almeno sei o sette volte anche per un orecchio disattento, ed altrettante volte accade nella Toscana interna.

Tra le due Maremme ci sono un mondo ed una storia diversi, dove il denominatore comune è, certo, l’opera dell’uomo nella conquista di terre asciutte che impegnò migliaia di braccia ed ingenti risorse e sogni da Ferdinando III e Leopoldo II. Ma è la storia più recente ad aver determinato una configurazione ed una vocazione diversa dell’ “altra” Maremma.

Basti pensare a Piombino ed al suo territorio, “capitale” siderurgica fin dall’Era Etrusca che oggi, dopo millenni, è ad un passaggio cruciale del proprio futuro. È questo avamposto cinto da mura leonardesche che segna una specie di confine virtuale tra le due Maremme, superato il Golfo di Follonica disegnato da una ininterrotta e lunghissima lingua di spiaggia e macchie di pinete e vegetazione mediterranea, dove fino a pochi anni fa le ciminiere della centrale Enel di Torre del Sale, come Colonne d’Ercole, indicavano l’inizio di un territorio in cui l’industria prevaleva sull’agricoltura.

Oggi, nell’immediato entroterra di quell’insediamento, c’è un’area palustre in cui i birdwatchers possono letteralmente impazzire e, subito dopo, ad est, le ferite collinari delle miniere di Campiglia Marittima, adesso parco minerario e vero libro aperto di una storia industriale plurigenerazionale, vissuta e scritta tra estrazione e siderurgia.

Due capisaldi per capire la drammatica bellezza di Piombino sono il romanzo Acciaio di Silvia Avallone ed il film La bella vita di Paolo Virzì. Oggi l’altoforno è spento. Delle acciaierie restano, insieme alle speranze frustrate da scelte politiche ed imprenditoriali rese dubbie dalla prova dei fatti, i manufatti industriali in attesa del proprio futuro, dopo le docce scozzesi dell’illusione Rebrab, il magnate algerino il cui progetto di rilancio è rimasto impigliato nelle disavventure in patria, e della bonaccia di attesa assicurata poi dal colosso indiano dell’acciaio Jindal, simile ad una costosa “melina” che mette fuori gioco nello scacchiere siderurgico un polo che potrebbe disturbare altre strategie.

Dall’altra parte, sul mare, c’è la Piombino delle stradine attorno al bastione del Rivellino e alla rocca del Palazzo comunale, incastonata sugli scogli e con piazza Bovio, autentica terrazza sullo stretto, anzi vera testa di ponte verso le luci di Rio Marina e di Cavo, sull’Isola d’Elba, la perla più grande della Collana di Venere, il semicerchio delle isole dell’Arcipelago Toscano che con lei hanno spesso condiviso la vocazione penitenziaria: le vicine Pianosa, Gorgona e Capraia, quest’ultima ad appena venti miglia dalla Corsica, quindi più vicina alla costa francese che a quella italiana.

La vecchia Piombino, una città che al tramonto della propria storia industriale sta rapidamente sostituendo l’alba di un dinamico centro culturale con la valorizzazione delle mura e della fortezza disegnate da Leonardo da Vinci, l’organizzazione di mostre, rassegne, esperienze enogastronomiche.

Il turismo (in gran parte assorbito dall’attività portuale) è solo una componente, e la città sembra aver trovato una nuova vita ed anche un nuovo ruolo di pernio di un’area che dalla Val di Cornia si estende al mare. Un dato per tutti: il mercato immobiliare in quella che fino a ieri era una città-fabbrica ha subito un’impennata nelle attività di compravendita con un effetto che gli operatori valutano mediamente con almeno il 40% di aumento dei prezzi rispetto ad una quindicina di anni fa.

Senza contare che anche questa porta sud della Maremma Livornese sta beneficiando del tocco magico del dio Bacco: il vino, autentico oro rosso di questa terra, che ha qualche chilometro più a nord, nel territorio di Castagneto Carducci, la propria vera cava a cielo aperto. La strada statale Aurelia che procede verso nord è l’osservatorio migliore per leggere questo territorio, soprattutto verso est, dalla parte opposta del mare, e scorgervi anche appena fuori l’area industriale di Piombino i segni di un’agricoltura mutata negli ultimi anni.

Necessaria dispensa delle case vicinali, dove le coltivazioni di frutta e ortaggi si alternano ancora alla fitta forra dalle quali non è allucinazione vedere uscire di corsa i cinghiali, e poi, adesso, grandi appezzamenti dedicati alla viticoltura. E più in alto, sulla collina, i borghi di Campiglia e di Suvereto.

Ma al largo giro d’orizzonte assicurato dell’arteria viaria romana è preferibile percorrere la strada provinciale La Principessa, una specie di galleria arborea di epoca napoleonica con chilometri di rettilineo, parallela all’Aurelia e collegata ad essa da un reticolo di strade che attraversano i campi. La Principessa, che unisce Piombino a San Vincenzo dove si riunisce con la strada consolare, tocca – anche se serve una brevissima deviazione – uno dei luoghi più magici di queste terre, il golfo di Baratti, sovrastato dall’antica Populonia a picco sul mare.

Luogo di scavi e ricerche attorno alla necropoli etrusca, non disdegna di strizzare l’occhio alla contemporaneità. Così nella macchia mediterranea sono nascosti agli occhi dei meno curiosi due gioielli visionari dell’architettura degli anni Cinquanta del Novecento, la Casa Balena e la Casa Esagono dell’architetto Vittorio Giorgini.

La prima, un’opera di calcestruzzo dalle curve morbide che non può non evocare l’enorme cetaceo, la seconda una palafitta lignea dove tutto è ricondotto alla forma poligonale a sei lati. Tra la Principessa ed il mare il parco costiero di Rimigliano si allunga tra le dune fino alle porte di San Vincenzo, ora moderno porto turistico il cui imbocco dal mare è segnato dal Marinaio di Giampaolo Talani, che ha una scultura gemella sulla sponda ovest degli Usa, e con un passato remoto di località marina di poche pretese, dove ancora si vedono tracce dell’attività estrattiva in cui era impegnato un popolo di pescatori, contadini e minatori.

Segni di un’Età del Ferro che tra qui, Piombino e l’Isola d’Elba è durata fino a pochi decenni fa.  Per procedere verso nord l’uso di un tratto della vecchia Statale Aurelia, che corre a fianco della sua più moderna variante a quattro corsie, è un viaggio cinematografico nelle scene più belle de Il sorpasso di Dino Risi e tutto è quasi come allora fino a dopo l’abitato di Donoratico.

Da qui si raggiunge quello che è in pratica il “capoluogo” della Costa degli Etruschi, Castagneto Carducci. È  il territorio comunale più vasto della lingua di terra costiera su cui si estende la Provincia di Livorno: oltre al paese di Castagneto, gemma incastonata sulla collina a sei chilometri dal mare, comprende anche gli abitati di Donoratico, Marina di Castagneto e Bolgheri. Terre dove da sempre la nobile famiglia Della Gherardesca, quella del conte Ugolino al quale Dante dedica il XXIII canto dell’Inferno e la cui torre diroccata è ancora visibile sulle colline, ha importanti possedimenti.

Le sue generazioni sono state tra i protagonisti non solo della bonifica della zona, ma, le più recenti, anche della valorizzazione agricola attraverso l’impegno nella viticultura e nel lavoro di cantina grazie a lungimiranti enotecnici.

Oggi davvero il vino è motore della nuova vita dell’intera Maremma Livornese, volano di un’economia turistica e culturale che copre territori fino a Cecina, Bibbona e La California (così fu battezzata da Leonetto Cipriani, che per lungo tempo fu console a San Francisco) e, nell’entroterra, si estende alla confinante provincia di Pisa, a Guardistallo, Riparbella e Montescudaio, e poi fino alle porte di Livorno, città che del vino mantiene le tinte accese e sapide, come solo certi tramonti e venti salmastri sanno fare.

Davvero, per le vie dei vecchi borghi, sembra di sentire il “ribollir dei tini” cantato da Carducci in una terra che è stata difficile, di lavoro e di sofferenza e a cui, a cavallo tra Ottocento e Novecento, dette voce il poeta anarchico Pietro Gori, suo il testo di Addio Lugano bella.

Una terra di briganti, di ribelli, di contadini e operai, di pescatori e cacciatori, di artisti e poeti ed in grado di restituire ancora oggi un fascino struggente che ammalia fino alla voglia di viverci.

 

Stefano Fabbri – Giornalista, già vicecapo della Redazione Cronache dell’Ansa e della Redazione Ansa di Firenze

 

Piombino, piazza Bovio

 

Spiaggia di Baratti

 

 

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