“Se in platea applaudono è tanto peggio per me…”. I libri di Carmelo Bene, decadente lettore controcorrente

Valeria Bruni Tedeschi e Luigi Lo Cascio guardano Nostra Signora dei Turchi in Il capitale umano. Regia: Paolo Virzì. Produzione: Indiana Production, Manny, Films, BAC, Films, Motorino, Amaranto, Rai Cinema con il contributo del MiBACT in collaborazione con Credito Valtellinese e Eurimages (Italia-Francia, 2013).

 

-Finalmente l’ho trovato. Allora, ti dò qualche indizio: 1968… a cavallo tra cinema e teatro… premiato a Venezia.

Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene!

-Bravissima!

Il quiz al telefono da una videoteca lo fa Donato Russomanno, professore universitario siciliano di Storia del cinema che abita in una stanza squallida in un quartiere popolare nella provincia lombarda (Luigi Lo Cascio, da manuale se nella vita professori lo si è davvero). Dalla cucina della sua villa indovina a botta sicura la risposta Carla Bernaschi (una intensa, come al solito, Valeria Bruni Tedeschi), ex attrice nullafacente, moglie di un Gordon Gekko di Brianza (un odioso straordinario Fabrizio Gifuni).

Il professore e la signora stanno per diventare amanti di una sola notte durante una proiezione del dvd nella sala da cinema di villa Bernaschi. Le due scene del film Il capitale umano (il dialogo al telefono e la proiezione afrodisiaca di Nostra Signora dei Turchi che legittima l’adulterio tra il professore e la padrona di casa) ridicolizzano certe inappropriate appropriazioni post mortem dell’eredità di Carmelo Bene da parte di pseudointellettuali e accademici orientati, a piacere, sia a sinistra sia a destra. Probabilmente il genio se la ride, come fa alla fine della descrizione del “funebre arredo” allestito “alla Poe” perché il sipario si apra sulla veglia premessa alla Parte prima del “Riccardo III” ovvero la nottataccia di un uomo da guerra (uscito in volume nell’aprile 1978 nell’Universale Economica Feltrinelli). Carmelo Bene vi manifesta disprezzo per un pubblico che certo capirà a rovescio le sue intenzioni e farà ciò che non deve quando non deve: “Se in platea applaudono è tanto peggio per me” (pp. 9-10).

 

 

Carmelo Bene e Laura Morante fotografati da Antonio Sferlazzo in Riccardo III (da Shakespeare) secondo Carmelo Bene. Regia, scene e costumi: Carmelo Bene. Cesena, Teatro Bonci, 22 dicembre 1977 (penultima tavola fuori testo di “Riccardo III” ovvero la nottataccia di un uomo da guerra, in Carmelo Bene – Gilles Deleuze, Sovrapposizioni. Riccardo III di Carmelo Bene. Un manifesto di meno di Gilles Deleuze, Universale Economica Feltrinelli 1978).

 

Durante lo stesso 1978 in cui esce in volume il testo del Riccardo III, la Compagnia Carmelo Bene, rappresentata legalmente da Lydia Mancinelli, chiede al Ministero per il turismo e lo spettacolo l’autorizzazione per gli spettatori minorenni ad assistere allo spettacolo tratto da I canti orfici di Dino Campana.

L’autorizzazione del ministero ad ammettere i minorenni tra il pubblico di I canti orfici firmata dal Sottosegretario Marcello Sgarlata il 20 luglio 1978, conservata nel vol. I di Dino Campana, Canti orfici e altri scritti, Introduzione di Carlo Bo, 3 voll., Milano, Mondadori, aprile 1974 (Lecce, Archivio Carmelo Bene).

 

 

L’autorizzazione è conservata ripiegata tra la pagina di guardia e la prima pagina del Sommario del primo volume della copia dei Canti orfici stampata nel 1974 e postillata dall’artista, verosimilmente proprio in vista di letture pubbliche. Bene non arriva solo da trentacinquenne ad assorbire il prosimetro di Dino Campana. Almeno fin dal 1962 Bene esercita sulla lettura di Campana la sua voce metamorfica. Ma non si esercita da solo, né da sé trova la strada per fare dell’intonazione vocale il suo principalissimo mezzo attoriale. Bene è in debito con uno studioso e intellettuale multiforme per questo insegnamento. Se, infatti, Bene deve anche a Vittorio Gassman la vocazione per il teatro (lo ha raccontato spesso, anche nell’intervista a Settimo giorno citata sopra), egli deve ad Aldo Braibanti dal 1962 la scoperta della lettura metrica basata sull’intonazione enfatica, prima ancora che sul significato e sulla punteggiatura, provando proprio su Dino Campana. Lo ha raccontato lo stesso artista in una delle sue due autobiografie, ricordandosi venticinquenne discepolo di Braibanti:

“Fu un genio straordinario, c’intendemmo subito”. “Aveva un formicaio che curava maniacalmente. Sapeva tutto delle formiche e di molte altre cose… Mi sentì un giorno che leggevo Dino Campana. ‘Il più grande poeta italiano’, disse. M’insegnò con quella sua vocetta a leggere in versi, come marcare tutto, battere ogni cosa. Gli devo questo, tra l’altro. Non è poco” (Carmelo Bene e Giancarlo DottoVita di Carmelo Bene, Milano, Bompiani, 1998, p. 115).

 

 

La prima pagina del Sommario di Dino Campana, Canti orfici e altri scritti, introduzione di Carlo Bo; con una cronologia della vita dell’autore e dei suoi tempi, una antologia critica e una bibliografia a cura di Arrigo Bongiorno, Milano, Oscar Mondadori, 1972, postillata da Carmelo Bene (Lecce, Archivio Carmelo Bene).

 

 

Aldo Braibanti durante il processo (1964-1968) per l’accusa di avere plagiato il compagno Giovanni Sanfratello.

 

 

Luigi Lo Cascio in Il signore delle formiche. Regia: Gianni Amelio. Produzione: Kavac Film, IBC MOvie, Tenderstories, Rai Cinema (Italia, 2022).

 

 

Dall’ultimo Festival del cinema di Venezia, Braibanti è diventato noto anche al grande pubblico perché protagonista del film Il signore delle formiche, nel quale Braibanti è un superbo Luigi Lo Cascio. Nel film di Gianni Amelio la vicenda umana di Braibanti è centrale: egli sconta due assurdi anni di prigione dopo un processo scandaloso e mediatico seguito a una condanna per plagio depositata dai genitori del suo compagno, che fanno il diavolo a quattro per separare la coppia, diventando i carnefici del proprio stesso figlio, facendolo segregare in manicomio con esiti devastanti. Nel giugno 1969 Braibanti pubblica una raccolta di saggi intitolata Le prigioni di Stato che esce per i tipi della casa editrice di Giangiacomo Feltrinelli: il 12 dicembre ci sarà la strage di Piazza Fontana e l’editore, inizialmente coinvolto nel clima di terrore e accuse fomentato a Milano da forze dello stesso Stato, sceglierà di continuare la sua lotta politica rendendosi irreperibile.

 

 

Aldo Braibanti, Le prigioni di Stato, a cura di V. Finzi Ghisi, Feltrinelli (I nuovi testi 5), giugno1969.

 

 

Carmelo Bene possedeva una copia di Le prigioni di Stato ma il libro non contiene dedica né glosse. Eppure Bene torna coraggiosamente sulla grandezza e sulla caduta di Braibanti nel 1998: “Un fatto ignobile. Uno dei tanti petali di questo fiore marcito che è l’Italia. Fu condannato a undici anni, per un reato mai tirato in ballo fino ad allora. Il plagio. Per giunta ai danni di un maggiorenne… Tutto è plagio, che scoperta! Qualunque soggetto pensante e parlante è quotidianamente sottoposto a plagio. In seguito, sempre troppo tardi, questo reato fu cancellato dal codice penale. Contro Braibanti si scatenò la rappresaglia del sociale, la vendetta delle masse. Era l’intellettuale migliore che avesse l’Italia all’epoca. Aveva interessi pittorici, letterari, musicali. Profeta in anticipo di trent’anni. Fu uno dei primi a condannare il consumismo. I “diversi” allora in Italia si contavano. Lui, Pasolini, pochi altri” (Carmelo Bene e Giancarlo Dotto, Vita di Carmelo Bene, p. 121).

 

 

Oliviero Toscani, Carmelo Bene, ritratto del 1972 per “L’Uomo Vogue”.

 

 

Tra 1890 e 1891 si consuma a Londra la tragedia di efferato estetismo del dandy più famoso della storia, Dorian Gray; a sua volta, Dorian apprende ogni regola per procurarsi le più eccezionali e rare sregolatezze leggendo la biografia di un esteta che lo ha preceduto con stranezze inarrivabili nel 1884 a Parigi, Jean Floressas Des Esseintes. Gray e Des Esseintes sono personaggi fittizi, l’uno protagonista del romanzo Il ritratto di Dorian Gray, l’altro di À rebours di Joris-Karl Huysmans, tradotto in italiano talvolta Controcorrente, talvolta A ritroso. Provando a mettere in scena nella vita una parte delle esperienze dei due personaggi, Oscar Wilde si rovinò la vita in un’epoca e in un contesto sociale retrogradi e chiusi. Bene trova nelle stesse pagine che rovinano Dorian Gray e il suo autore ispirazione per le sue opere maggiori e le parole per esprimere il suo disgusto per la società e gli uomini (si veda la fine di questo articolo).

Al principio del romanzo Nostra Signora dei Turchi, uscito nel 1966, Bene cita Des Esseintes. In altra occasione l’artista spiega che il libro da cui è tratto il film premiato a Venezia non è solo una geniale parodia della vita interiore, un Des Esseintes smontato e irriso. Nossignori. È ben altro. È il più bel saggio, in chiave di romanzo storico, su quel mio sud del Sud”. Nel nono capitolo di Controcorrente Huysmans aveva descritto un incubo di Des Esseintes, di cui è protagonista una ventriloqua che si esibisce in un caffè-concerto; per Des Esseintes è attrattivo più il fenomeno che non l’amante”. Da questo capitolo Bene nel 1970 trae il cortometraggio Ventriloquio, lo dirige e lo interpreta con Lydia Mancinelli e, dopo il montaggio risalente al 1972, nel 1973 lo presenta alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes.

Pare che oggi Ventriloquio sia irreperibile. Però esiste la copia della traduzione italiana di A ritroso (traduzione di Ugo Dèttore, Biblioteca Universale Rizzoli, 1953) sulla quale Bene sottolineò e postillò il testo del capitolo IX alle pp. 134-135 in vista della scrittura scenica di Ventriloquio. Un’affermazione evidenziata in fondo alla pagina rientra, peraltro, certamente nel modo di intendere la propria arte: “D’altra parte, i piani che si era proposto eran maturati. Decise di attuare progetti fin allora irrealizzabili”.

 

 

La copertina e la pagina di Joris-Karl Huysmans, A ritroso e Zaino in spalla, traduzione di Ugo Dèttore, Biblioteca Universale Rizzoli, 1953, p. 135, da cui è tratta l’idea per Ventriloquio (Lecce, Archivio Carmelo Bene).

 

 

Finora ho montato insieme solo alcuni dei numerosi dati emersi da un pomeriggio di ricerche all’Archivio Carmelo Bene allestito al primo piano della Biblioteca provinciale Bernardini nel Convitto Palmieri a Lecce. Si tratta di una biblioteca di circa 5000 volumi di narrativa, poesia, storia dell’arte, teatro, storia, in alcuni casi intonsi, in altri postillati da Bene. In tre ambienti comunicanti sono stati anche allestiti abiti di scena da edizioni di Pinocchio a Hommelette for Hamlet. Da Hamlet Suite del 1994 in poi diversi costumi sono stati ideati dalla compagna dell’artista, la costumista Luisa Viglietti, che di Bene fu anche collaboratrice negli ultimi anni fino alla morte. Bene designò Viglietti nel testamento Segretaria Generale a vita della Fondazione “L’Immemoriale”, con cui Bene avrebbe desiderato “destinare la sua opera e i suoi beni ad una gestione e fruizione pubblica” nella “casa di Otranto con l’archivio, la biblioteca e la nastroteca” per “diventare un centro di formazione per studiosi, un luogo che avrebbe garantito una vita alla sua memoria” con “un consiglio di amministrazione che veniva rinnovato ogni cinque anni, di cui facevano parte la Regione Puglia, la Provincia di Lecce e il Comune di Otranto”.

Tuttavia, a seguito dell’“impugnazione del testamento da parte delle eredi” (Raffaella Baracchi, sposata da Bene nel 1992 e da cui l’artista non aveva divorziato, e la figlia Salomé) nel “2005 il Tribunale di Roma fa decadere la Fondazione dall’asse ereditario perché ha depositato l’inventario dei beni oltre il termine stabilito. Il consiglio di amministrazione promosse il ricorso in appello, ma poi il nuovo Presidente della Fondazione Giovanni Pellegrino decise di ritirarsi promuovendone la liquidazione. E del programma di Carmelo non rimane nulla” (mi limito a citare letteralmente le parole di Viglietti nell’intervista raccolta da Ludovico Cantisani Io e Carmelo Bene. “Cominciò che era finita” di Luisa Viglietti del 15 febbraio 2021: http://www.aneclazio.com/2021/02/15/io-e-carmelo-bene-comincio-che-era-finita-di-luisa-viglietti/).

 

 

Raffaella Baracchi e Carmelo Bene; Luisa Viglietti e Carmelo Bene.

 

 

 

Particolari di due dei tre ambienti contigui dell’Archivio Bene con costumi di scena per Pinocchio e gli angeli di Gino Marotta per Hommelette for Hamlet del 1987 (tutte le foto dell’Archivio Carmelo Bene sono mie; solo la seconda foto qui a sinistra è di @rosariocoluccia).

 

 

Il 21 marzo scorso Viglietti ha curato al Teatro Argentina a Roma Il congedo impossibile, “un omaggio alla visionarietà di Bene, in una serata che Viglietti” ha organizzato “con intelligenza e amore, per tenere viva la memoria di un grande artista”, coinvolgendo alcuni dei maggiori artisti della recitazione italiana che in modo diverso hanno conosciuto il lavoro di Bene e sono in grado di dare a esso nuova voce: Filippo Timi, Lino Musella, Tommaso Ragno (al cui lavoro recente “Bee magazine” ha dedicato spazio qui: https://beemagazine.it/laristocrazia-della-recitazione-e-una-squisita-mistione-di-scorsese-pasolini-scianna-e-caravaggio-ti-mangio-il-cuore-una-recensione-non-professionale/), Iaia Forte (dell’attrice, che ha fatto parte del cast da Oscar di La grande bellezza e che è una delle più sofisticate interpreti italiane, sono le parole virgolettate che cito dall’intervista Iaia Forte: “Adesso riportiamo in scena Carmelo Bene” di Emilia Costantini per il “Corriere della sera” edizione di Roma del 22 marzo scorso, https://roma.corriere.it/notizie/cultura_e_spettacoli/22_marzo_21/iaia-forte-adesso-riportiamo-scena-carmelo-bene-d5a450fc-a851-11ec-9fb7-9b041ce9b963.shtml?refresh_ce).

Bene era sempre stato infastidito dalla burocrazia e, dunque, non si era posto seriamente il problema di rendere effettivamente attuabile la sua volontà: ma chiunque sa che in Italia non basta un testamento perché la propria volontà venga rispettata, se si è vissuti ingarbugliando situazioni familiari complicate anziché scioglierle. Nonostante la complicata rissa giudiziaria che ha coinvolto le tre eredi di Bene, alla fine una parte consistente della sua volontà è stata rispettata da Raffaella Baracchi e da Salomé Bene. Con ironia della sorte e in una sorta di risarcimento tardivo, alla fine la volontà di dare vita a un centro di ricerca e di studio sulla sua memoria è stata attuata nella città che Bene amava meno, dalla quale era fuggito dopo essere perfino stato rinchiuso in manicomio e che fino alla fine lo aveva addirittura vilipeso, Lecce.

L’archivio di Bene è stato infatti acquisito nel 2019 dalla Regione Puglia e l’allestimento nello spazio molto bello affacciato sul centro storico permette già al pubblico di avere un’idea del patrimonio che presto sarà consultabile da tutti e di cui è responsabile la soprintendente archivistica e bibliografica Annalisa Rossi, che si occupa del coordinamento della tutela dell’intero fondo-archivio a cui lavorano il direttore del museo provinciale Sigismondo Castromediano, Luigi de Luca, e la storica dell’arte presso il museo, Brizia Minerva (alla quale devo la disponibilissima accoglienza per un primo soggiorno di studio presso il Fondo Bene, sulle modalità di accesso al quale si veda: https://www.lecceinscena.it/mostre/mostre-fondo-archivio-carmelo-bene-16).

Il 13 settembre 2021 al Convitto Palmieri è stato presentato l’allestimento che accoglie già una parte consistente della biblioteca, i costumi, alcuni arredi della casa romana, compreso il grande televisore nero che per Bene era “la finestra sull’umanità” (Luisa Viglietti ne parla nell’intervista sopra citata), come per l’anziano Giorgio de Chirico e per Mario Schifano (per il quale recitò in Umano non umano). Gli abiti di scena, i manoscritti, i dattiloscritti, le registrazioni audio e video, le foto di scena e i dischi sono in corso di nuova catalogazione e  digitalizzazione per rendere il Fondo Bene presto liberamente accessibile a studiosi e interessati. Nel terzo dei tre ambienti ci sono i due angeli di cartapesta creati per la scenografia di Hommelette for Hamlet per la quale Gino Marotta vinse il Premio Ubu nel 1988. A ottobre 2021 è uscita anche una agile guida, Archivio Carmelo Bene (Lecce, Editrice Salentina, a cura di Luigi de Luca e Brizia Minerva) che presenta l’archivio nel suo stato attuale e ne prospetta tempi e modi di fruizione; tra queste ultime, sono previste periodicamente anche opere di nuova ideazione affidate ad artisti visivi in grado di rileggere in maniera originale i materiali editi e inediti custoditi a Lecce. Chiude il 2 novembre la mostra sulla prima operazione di questo tipo promossa dall’Archivio Bene: alla “Torre matta” di Otranto è allestita la mostra di Rä di Martino La’ dove muore, canta, derivata da una ricerca nei fondi dell’archivio non ancora disponibili al pubblico; di Martino ha lavorato su un quaderno manoscritto di Bene nel quale l’artista aveva steso il progetto per lo spettacolo Il vampiro, mai realizzato.

 

 

A sinistra: particolare della biblioteca di Carmelo Bene riallestita all’Archivio Carmelo Bene a Lecce con la serie (incompleta) dei “Classici dell’arte” Rizzoli; a destra: uno scorcio della sala di lettura con le copie di I canti orfici e A ritroso di cui scrivo in questo articolo.

 

 

A Lecce si possono vedere già intere collane più o meno intonse, di quelle che sia gli intellettuali sia i borghesi compravano, e comprano, un tanto al chilo: i Classici Ricciardi, i Meridiani Mondadori con una copia dell’Ulisse di Joyce assurdamente mai sfogliata; quella usata, glossata, annotata sarà, probabilmente, nel nucleo di libri in corso di digitalizzazione. In ogni caso, non può non esserci, da qualche parte. C’è anche l’intera raccolta di Scritti e discorsi di Benito Mussolini, 10 volumi Hoepli del 1936 che non ho ancora avuto il tempo di sfogliare. Tutto si tiene per un artista che non fece mistero delle sue inclinazioni a destra, soprattutto nelle apparizioni televisive della maturità, e che della declamazione, prima ancora che della tradizionale recitazione, fece presto la sua espressione favorita: Mussolini maestro di urlati monologhi in prosa; Braibanti, studioso partigiano torturato dagli scherani di Mussolini, maestro di lettura metrica di prose poetiche e di versi sontuosi.

Nel 1996 a cinquantanove anni Bene partecipò alla puntata della trasmissione televisiva Il laureato di Piero Chiambretti trasmessa su Rai 3 dall’aula magna dell’Università di Lecce. Pur trovandosi là in quel preciso momento, Bene non mancò di dichiarare a modo suo l’estraneità a Lecce “non luogo” (un concetto che gli era caro e che era stato introdotto nella cultura di massa nel 1992 dal libro di Marc Augè, Non-Lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité), definì l’università “un cesso” e insultò i colleghi più o meno grandi che disprezzava (Franco Zeffirelli, Giorgio Albertazzi, Giorgio Strelher che era solo “talentato nei capelli”: la puntata si vede qui: https://www.youtube.com/watch?v=gOfOG705HNY&t=602s). Ma questo Carmelo Bene ospite di Chiambretti e soprattutto, più volte, di Maurizio Costanzo, imbolsito, ritinto, istrionico, misogino, ambiguamente fascista, ormai quasi privo della sua modulabile voce pazzesca, volgare, sbruffone e più cafone di Fortebraccio principe di Norvegia (guardate, invece, il Bene migliore in questo montaggio Rai del 1967 mentre recita Hamlet suite al Beat 72: https://www.youtube.com/watch?v=P4qCx2vqbMc), non è il genio bello, ironico, fosco, irriverente, disordinatamente colto e capace di essere un filologo del teatro classico in ogni sua messa in scena, almeno fino alla fine degli anni Ottanta. In ogni sua riscrittura dell’Amleto e del Riccardo III c’è più critica che in tutta la letteratura teatrale accademica mondiale (lo stesso artista parla di questa sua concezione dell’attore come critico durante una puntata di Settimo giorno del 1975: https://www.youtube.com/watch?v=Gv6dcjC4XcY).

La sostanziale estraneità di Bene alla superficialità del mezzo televisivo a metà degli anni Novanta (ben diversamente l’artista gestiva la televisione in differita, per dirigere e interpretare suoi spettacoli) è stata spiegata da Luisa Viglietti, secondo cui lo scopo di certe apparizioni era il fund raising:

“Nel 1994 ritornava in televisione dopo una pausa di qualche anno che lo aveva visto lontano dalle scene con uno scopo preciso: il debutto di Hamlet suite aveva bisogno di un lancio mediatico straordinario che grazie alla popolarità della trasmissione e alla sua straordinaria dote retorica realizzò facilmente. Aveva una conoscenza del mezzo televisivo che non lasciava niente al caso, ma non aveva niente di programmato, non studiava una parte per intenderci. E a parte il riscontro mediatico quelle occasioni non erano da parte sua oggetto di particolare attenzione. Usava quelle occasioni ai fini di procurarsi i finanziamenti per le sue ricerche teatrali. L’indomani del Costanzo show del 1994 gli arrivarono proposte di ingaggio per i due anni successivi”.

Ironia della sorte a parte, va dunque salutata con estremo favore l’attuale apertura del Fondo Bene insieme all’ottimo lavoro che prosegue per renderlo davvero patrimonio pubblico. Lo dimostrano già l’opera di Rä di Martino in collaborazione con il Polo Biblio-Museale di Lecce e, forse anche, in modestissima parte i risultati dell’indagine sui libri già catalogati che ho presentato qui: “È tanto il lavoro di scavo che c’è ancora da fare. Perciò la prossima tappa sarà la nomina di un comitato scientifico all’altezza dell’eredità che Carmelo ci ha regalato”. Non si può che concordare con Massimo Bray (all’epoca dell’inaugurazione della sede al Convitto Palmieri assessore alla Cultura della Regione Puglia), che ha concluso con questo auspicio il suo contributo La fantasmatica biblioteca dell’Archivio Carmelo Bene alla guida Archivio Carmelo Bene. E chissà che non riemerga Ventriloquio, insieme a una copia fittamente postillata dell’Ulisse.

“Dagli umani, al di là delle rappresentazioni televisive, Carmelo non si aspettava niente di buono, e se capitava l’opposto allora era tutta una festa” (ancora Luisa Viglietti).

“In realtà soffriva alla vista di certe fisionomie, considerava quasi come un insulto le espressioni paterne o burbere di alcuni volti, sentiva una gran voglia di prendere a schiaffi quel tale che chiudendo le palpebre con aria saputa, quell’altro che si dondolava sorridendo alla sua immagine davanti alle vetrine […]. Fiutava là sotto una così inveterata stupidaggine, una tale esecrazione per le sue proprie idee, un tal disprezzo per la letteratura, per l’arte, per tutto quello che lui adorava, bene impiantati in quegli stretti cervelli di bottegai, preoccupati solo di far birbanterie e di far soldi, accessibili solo a quella bassa distrazione degli spiriti mediocri che è la politica, che rientrava in casa pieno di rabbia e si chiudeva a chiave con i suoi libri. Infine odiava con tutte le sue forze le nuove generazioni, figliate di ignobili tangheri che hanno il bisogno di parlare e di ridere forte nei ristoranti e nei caffè, che vi urtano senza domandarvi scusa sul marciapiedi, che vi gettano tra le gambe, senza il minimo cenno di scusa o di saluto, le ruote di una carrozzina da bambini”.

Non è il referto della compagna, della sorella, della moglie, della figlia, o di un amico, di un critico, di uno studioso che ha frequentato Carmelo Bene. È la conclusione del capitolo II di A ritroso che Bene ha evidenziato con inchiostro nero: in un romanzo del 1884 onirico e decadente, il cui protagonista trova conforto e ragione di vita, in fin dei conti, solo negli oggetti inanimati, Bene prima dei quarant’anni trova le parole per spiegare a sé stesso come vede gli uomini che sono stati, tuttavia, per tutta la sua carriera anche il suo indispensabile pubblico.

 

 

La conclusione del capitolo II di Joris-Karl Huysmans, A ritroso e Zaino in spalla, traduzione di Ugo Dèttore, Biblioteca Universale Rizzoli, 1953, pp. 54-55, evidenziata da Carmelo Bene (Lecce, Archivio Carmelo Bene).

 

 

Floriana Conte – Professoressa associata di Storia dell’arte a UniFoggia (floriana.conte@unifg.it; Twitter: @FlConte) e Socia corrispondente dell’Accademia dell’Arcadia

 

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