Se il “Bel Paese” non canta più

Il Paese della canzone che non canta più è un brutto affare. Perde alcune delle sue più belle caratteristiche: allegria e leggerezza. C’è poi da domandarsi perché questo avviene. Ma le risposte non sono univoche

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A ben vedere è una sorte poco benevola quella delle canzoni: sottovalutate, prese sottogamba, snobbate. Eppure… Sono una impagabile compagnia, fedeli ai nostri ricordi e leali, nella loro immutabilità che sfida il tempo, anche se magari le ascoltiamo di contraggenio o di malavoglia, come avviene con certi tormentoni estivi.

In qualche caso diventano dei veri talismani, il sigillo di momenti importanti, calde coperte da indossare quando la vita si fa freddina. Che dire poi di certi orecchiabili e canaglieschi motivetti che gli esperti di musica “colta” etichettano sbrigativamente come canzonette o canzonacce e poi le fischiettano di nascosto? Davvero curiosa la vita delle canzoni che come frutta e verdura sottostanno anche  alla stagionalità: c’è la canzone di Natale e quella per l’estate.

Riflettere un po’ su cose leggere in fondo non fa male a nessuno e forse ci distrae un poco dagli affanni di questi tempi complicati e pure noiosi. Magari scoprendo che il futile è più profondo di quel che si pensa. Intanto qui preme ricordare che, come disse il poeta, “cantare è d’amore”. Sintesi impeccabile.

Ripensate ai dischi (sono tornati di moda anche loro, degnamente sopravvissuti dopo che tanti moderni supporti sembravano averli cancellati) della vostra vita e vi accorgerete che qualsiasi brano è alla fin fine un canto d’amore. E se anche non lo fosse facendo nostra la canzone lo rendiamo tale.

Così anche quando parlano di rabbia, di odio e di vendetta trattano di amori, maledetti o finiti male. E anche quelle definite “impegnate” come si diceva dei lavori di molti cantautori, pur parlando di politica e sociale si buttano poi sul sentimentale.

Perfino il rap più duro, le composizioni delle periferie, al di là di una evidente ripetitività, sono o vorrebbero essere struggenti confessioni del cuore. Ma questo non è un trattatello raffazzonato su un genere musicale: sono stati pubblicati studi di ogni genere sull’argomento, qualcuno degno di stare tra i libri importanti.

Perché le canzoni sempre accompagnano e  spesso interpretano o addirittura anticipano molte svolte della storia. Disegnano con popolare e popolana sapienza svolte del costume, talvolta rendono atmosfere politiche e sociali meglio di eruditi saggi.

Severo davvero il destino delle parole cantate se messo in relazione con altre forme di espressione, dalla letteratura alla saggistica: leggiamo ogni giorno la noiosa riscrittura di cose già scritte ma nessuno osa dire che un editoriale, una analisi o un commento sono copiature, repliche o plagi, semmai alla lunga smette di leggere e non compera più i giornali.

Invece l’orecchio non fa sconti e la sentenza scatta subito e feroce: “Questa l’ho già sentita, è uguale a…” proclama soddisfatto l’ascoltatore attento mentre segue la nota manifestazione canora. E immediata scatta la mannaia. Non si scappa, il motivetto dev’essere magari banale ma originale, se vuole campare.

Dentro molte strofe peraltro, nel tempo compresso di pochi istanti, ci sono tante splendide descrizioni della nostra quotidianità. Fulminanti intuizioni di ghirigori sentimentali; lucide istantanee di momenti cruciali; corroboranti sostegni sonori in ore di tristezza o scoramento.

Non a caso ci sono veri poeti “prestati” alla creazione di testi cantabili. E ci sono compositori che non godono, chissà perché, del lauro ma lo meriterebbero eccome. Dobbiamo oltretutto ad alcuni coraggiosi scrittori per canzoni un certo rinnovamento del linguaggio, una fantasiosa creatività, che la letteratura da tempo non osa.

Così certe strofe diventano modi di dire, poetici intermezzi del quotidiano. Insomma, almeno dalle nostre parti, quel che cantiamo non sono solo canzonette. E se lo sono hanno comunque una dignità superiore a quella che viene loro concessa da certe snobistiche interpretazioni della cultura.

Ora che siamo arrivati fin qui, ragionando alla buona e senza pretese esaustive, è il momento di porre un quesito. Perché le persone non cantano più o cantano molto meno di una volta?

L’osservazione è assolutamente personale, del tutto empirica e non ha nessun sondaggio a supporto. Ma se il presupposto è vero sarà forse perché le canzoni sono meno cantabili? Non è una spiegazione convincente anche se ha delle basi. O forse c’è meno tempo per cantare? O più semplicemente c’è meno voglia di farlo, da soli o in compagnia, con l’amico che strimpella la chitarra. Demodé anche il fenomeno del karaoke…

Brutti tempi quelli in cui non si canta.

Vuole forse dire che non c’è spazio per l’amore e per la gioia o la malinconia, che poi sono indissolubilmente legate? Il Paese della canzone che non canta più è un brutto affare. Perde alcune delle sue più belle caratteristiche: allegria e leggerezza. Un marchio di qualità della vita invidiatoci da tutto il mondo. Da tanto tempo, dato che anche uno come Wagner si innamorò dei cantanti di strada napoletani.

Perché è vero che siamo la patria del melodramma ma anche del bel cantar leggero. A proposito di felici intuizioni delle canzonette: che dire di questa strofa di un vecchio brano di Sergio Caputo che fotografa magnificamente la situazione sociale e politica che viviamo da troppo tempo: “…Effetti personali, non metterci le mani, potresti forse avere, delle strane sorprese. Effetti personali, parliamone domani, saremo più sereni. Con gli stessi problemi…”.

Cantarci su (o magari fischiettare per darsi un po’ di allegro coraggio) è sempre meglio che rodersi il fegato nel silenzio dell’impotenza. La canzone non può fare a meno di noi; come noi di essa.

 

Maurizio Lucchi– Giornalista, osservatore di costume

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