Rapporto sul mare, cala l’illegalità ma anche i controlli

Il ventottesimo rapporto di Legambiente registra il calo del 20,4% dei reati accertati lungo le coste italiane nel 2025,una flessione attribuita anche all’effetto deterrente delle nuove pene ambientali. Tuttavia, nello stesso periodo anche le verifiche sul territorio sono scese di quasi un quinto. Dato interessante, l’inquinamento diventa la prima voce dell’illegalità marina

Oltre ventimila reati legati al mare in Italia, 36mila illeciti amministrativi, 21mila denunce, una novantina di arresti e più di tremila sequestri. Sono i numeri accertati dalla ventottesima edizione di Mare Monstrum, il dossier elaborato da Legambiente che registra il livello di illegalità legata alle attività marine, costiere e balneari basato sui dati del 2025 delle Forze dell’ordine e delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera in quindici regioni e sessantuno province costiere, si prestano a una lettura ambivalente. Nonostante il volume ancora elevato degli illeciti, il dossier registra una flessione generale nelle varie voci. Delle 56mila violazioni totali (quasi 156 al giorno, oltre sei ogni ora lungo il perimetro costiero nazionale), cala del 20% il numero di reati, di sequestri e delle persone denunciate e del 10% gli illeciti e del 30% circa gli arresti.

Sicuramente un miglioramento, che va però calibrato su un secondo indicatore messo in evidenza dal rapporto: anche i controlli effettuati sono stati in diminuzione del 20% circa. La similitudine non deve trarre in inganno sulla natura statistica dei due dati, diversi, tuttavia è un dato che deve comunque essere messo in prospettiva nell’analisi del rapporto. Anche il contributo dell’inasprimento delle pene per i reati ambientali, introdotto negli anni scorsi, ha infatti prodotto un effetto deterrente misurabile.

Classifica delle violazioni, inquinamento in testa

L’inquinamento, nella duplice forma della gestione illecita dei rifiuti e della cosiddetta mala depurazione, si colloca al primo posto con 7.317 reati, pari al 35,7% del totale, superando il ciclo illegale del cemento, fermo a 6.189 reati (30,2%). Seguono la pesca illegale, con 4.338 reati (21,2%), e le violazioni del Codice della navigazione e della nautica da diporto, 2.646 reati (12,9%). Sul fronte dell’inquinamento la flessione è contenuta (-7,7%), a fronte di 8.397 soggetti denunciati, 86 misure cautelari e 2.452 sequestri penali, per un valore complessivo dei beni sottoposti a vincolo che sfiora i 146 milioni di euro.

È il capitolo in cui il divario territoriale si manifesta con maggiore nettezza: la Campania concentra il 22,6% del totale nazionale, con il primato anche per persone denunciate, arresti e sequestri; seguono Puglia, Calabria, Lazio e Sardegna. Tutte regioni dove si concentra maggiormente il turismo estivo e dove l’industria ricettiva e turistica legata al mare rappresenta una delle voci economiche più importanti.

I due indicatori che salgono

Cresce invece la pesca illegale, terza categoria per volume di reati accertati, con un aumento anche nei sequestri di attrezzi, reti e pescato e nelle denunce. Oltre settecento tonnellate di prodotto ittico sono state sottratte al mercato, circa due tonnellate al giorno, per un valore economico superiore agli otto milioni di euro. A guidare la classifica territoriale della pesca illegale c’è la Sicilia, seguita da Veneto e Toscana. Una distribuzione che rivela quanto la problematica sia legata all’intero territorio nazionale, e non solo al mezzogiorno.
Diffusione nazionale anche per quanto riguarda le violazioni del Codice della navigazione e della nautica da diporto, anche questa in aumento secondo il rapporto, con dodicimila violazioni amministrative su un totale di quattordicimila violazioni, con il podio negativo composto da Campania, Liguria e Sicilia. Quest’ultimo tema è anche al centro delle polemiche agostane legate alla presenza di numerosissime imbarcazioni private e yacht in aree protette della Sardegna.

Il nodo dei controlli

Il decalogo che chiude il rapporto insiste su due direttrici. La prima è quella dell’esecuzione: il ripristino dell’efficacia dell’articolo 10-bis della legge 120/2020, che affida ai Prefetti l’abbattimento degli abusi non demoliti dai Comuni, il finanziamento con cento milioni di euro l’anno del Fondo di rotazione presso la Cassa depositi e prestiti e l’assegnazione di cinquanta milioni annui a Procure generali e Prefetture per dare seguito alle sentenze di condanna. La seconda è quella infrastrutturale e regolatoria: completamento delle reti fognarie e di depurazione, adozione dei provvedimenti attesi sul riuso delle acque depurate e sull’end of waste, piena attuazione della direttiva UE 2019/883 sugli impianti portuali di raccolta dei rifiuti delle navi, con divieti di scarico estesi oltre le dodici miglia, e completamento dell’assetto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente previsto dalla legge 132/2016, ancora privo di alcuni decreti attuativi.

Sono richieste che si muovono su un terreno noto e in larga misura condiviso. La questione aperta, semmai, riguarda le capacità operative: il contrasto all’illegalità costiera dipende da una filiera che parte dalla sorveglianza del mare, dove la Capitaneria di porto – Guardia costiera resta il perno, con un carico di compiti cresciuto negli anni fra soccorso, controllo della pesca e vigilanza ambientale, e arriva fino all’esecuzione delle sentenze. Il calo dei controlli registrato nel 2025 è un dato che si presta a molte spiegazioni, dalla riorganizzazione delle priorità alla disponibilità di personale e mezzi, e che il rapporto non approfondisce. Ma è proprio lì, più che nella variazione annuale dei reati accertati, che si misura la tenuta del sistema.

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