Promemoria classico per governi nuovi. Alcuni spunti da un Maestro del pensiero economico, Adam Smith

Nella Ricchezza delle nazioni Adam Smith contrappone “la scienza del legislatore, le cui deliberazioni dovrebbero essere governate da principi generali che sono sempre gli stessi, all’abilità di quell’insidioso e astuto animale volgarmente chiamato uomo di stato o politico i cui giudizi sono ispirati dalle circostanze del momento” (UTET 1975, IV, 2).

Se dovessimo definire il populismo, che tanti altri hanno definito in vario modo, diremmo proprio che esso consiste nel totale abbandono o nel parziale allontanamento dei governanti dalla scienza del legislatore e nell’affidarsi a insidiosi e astuti uomini politici che sfruttano le circostanze del momento per imporsi affermando disvalori contrastanti con gli smithiani principi generali che sono sempre gli stessi.

Tutto il capolavoro di Smith è una summa diretta e indiretta di tali principi, uno dei quali il Maestro descrive mirabilmente così: “Lo sforzo naturale di ogni individuo di migliorare la propria condizione, quando può realizzarsi con libertà e sicurezza, è un principio tanto potente che può da solo e senz’altro concorso non solo condurre la società alla ricchezza e alla prosperità, ma anche superare centinaia di ostacoli assurdi coi quali la follia delle leggi umane troppo spesso ostacola la sua estrinsecazione; sebbene l’effetto di questi ostacoli sia sempre più o meno quello di violarne la libertà o di diminuirne la sicurezza” (ibidem, IV, 5).

Bisogna sottolineare che qui la sicurezza va intesa non solo con la mancanza di restrizioni e costrizioni ingiuste, contro legge o neppure stabilite da una legge generale ed astratta, cioè la condizione di libertà personale, politica, economica, ma anche come certezza del diritto assicurata da una giustizia pronta, efficace, uguale. La sicurezza è il risvolto istituzionale e legale della libertà che è naturale.

Aggiunge il nostro Smith: “Nonostante tutte le estorsioni del governo, il capitale (della nazione, n.d.r.) è stato silenziosamente e gradualmente accumulato dalla frugalità privata e dalla buona amministrazione dei singoli, dal loro sforzo generale, continuo e ininterrotto per migliorare la propria condizione. È stato questo sforzo, protetto dalla legge e che la libertà ha permesso che si compisse nel modo più vantaggioso, a mantenere il corso (delle nazioni, n.d.r.) verso l’opulenza e il progresso in quasi tutti i tempi andati, ed è sperabile che lo mantenga sempre nel futuro” (ibidem, II, 3).

Quando tale sforzo viene invece compromesso dalle leggi e ostacolato da misure illiberali e assistenziali, sino a diventare svantaggioso, difficoltoso, dispendioso, accade che: “Le persone improduttive, che dovrebbero essere mantenute soltanto da una parte del reddito risparmiato dalla gente, possono consumarne una parte eccessiva e costringere un numero così grande di persone ad intaccare il proprio capitale e i fondi destinati al mantenimento del lavoro produttivo che tutta la frugalità e la buona amministrazione degli individui produttivi non possono riuscire a compensare lo spreco e la diminuzione del prodotto causata da questo violento e forzato consumo di capitale” (ibidem, II, 3).

Infatti, sprecando e spendendo, il populismo ha sempre finito per considerare il debito pubblico come il Bengodi del popolo, anziché il declino e il fallimento. Ecco l’amara conclusione di Smith: “Non credo vi sia un solo caso di debiti nazionali accumulati in misura elevata che siano stati pagati in modo equo e totale. La liberazione dell’entrata pubblica, se mai si è realizzata, è stata sempre mediante bancarotta; talvolta mediante bancarotta dichiarata; ma sempre bancarotta reale, anche se spesso mascherata da un preteso pagamento” (ibidem, V, 3).

Andando contro i principi generali che sono sempre gli stessi, l’uomo politico consegue il proprio successo a scapito dei popoli che millanta di servire, i quali invariabilmente lo hanno poi gettato nella polvere dopo essere stati trascinati indietro nell’illusione di andare avanti senza gli sforzi indispensabili, nell’abalietà e nell’indebitamento.

 

Pietro Di Muccio de QuattroDirettore emerito del Senato, Ph.D. Dottrine e istituzioni politiche

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