Conoscere la Sicilia, per capire meglio anche la storia d’Italia

"I presidenti di Sicilia", il nuovo libro di Giovanni Ciancimino. Dallo Statuto del ’46, nato prima della Costituzione italiana all’attuale presidente Musumeci, in un viaggio di 75 anni

Un presidente  – Giuseppe Provenzano – fermato per tre ore a New York dalla polizia che vuole capire se è solo un omonimo del boss Bernardo Provenzano, ricercato da 28 anni dalle polizie di mezzo mondo. Un presidente – Angelo Capodicasa – fermato in un altro aeroporto all’estero perché scambiato per il leader curdo Ocalan, a cui vistosamente somigliava. Un presidente assassinato dalla mafia (Mattarella), un altro condannato e incarcerato per mafia (Cuffaro). Un presidente pioniere dell’autonomia regionale (Alessi), il presidente che sognava il separatismo (Lombardo).

Settantacinque anni di vita istituzionale siciliana, quanti sono gli anni dalla entrata in vigore dello Statuto, approvato dalla Consulta due anni prima della Costituzione. 30 presidenti di Regione, eletti prima dall’Assemblea regionale e poi, dal 2001, direttamente dai cittadini. Diciassette legislature, e non si conta il numero dei governi regionali la cui durata era più o meno quella dei governi nazionali: cioè breve, e decisa dall’agguato dei franchi tiratori.

Una galleria di personaggi, i presidenti di Sicilia, di varia carature e personalità, alcuni dei quali hanno passato lo Stretto, per assumere ruoli nazionali, di parlamentare, sottosegretario, viceministro, parlamentare europeo, dirigenti nazionali di partito;  ed altri diventati  tragico simbolo della lotta alla mafia. 

Alcuni presidenti – meteore, per la brevità del loro mandato, come Salvatore Corallo, Calogero Lo Giudice, Santi Nicita, ed altri che hanno lasciato il segno nella storia siciliana e nazionale, come Giuseppe Alessi, Giuseppe La Loggia, Silvio Milazzo, Giuseppe Drago, Franco Restivo, Mario D’Acquisto,  strenuo oppositore della mafia, fautore della politica “con le carte in regola”, come ben illustra anche il prefatore del libro Pasquale Hamel, ad avviso del quale anzi D’Acquisto è il presidente che più si è battuto contro la mafia.

Giovanni Ciancimino, decano della stampa parlamentare siciliana ed eminente giornalista, memoria storica della Sicilia, ha raccontato tutto questo, con la preziosa e attiva collaborazione di Loredana Passarello, in un denso volume I presidenti di Sicilia. Sottotitolo: Gli inquilini di Palazzo d’Orleans nella storia dell’Autonomia regionale. Pagine 304, Arti Grafiche Palermitane Edizioni. Con un ricco corredo fotografico.

Ciancimino, che ha passato una vita negli ambulacri di Palazzo D’Orleans, sede della Presidenza, e di Palazzo dei Normanni, sede dell’Assemblea regionale, o Parlamento regionale, tanto che i componenti si chiamano deputati e non consiglieri, aveva davanti a sé vari modi di scrivere la storia dei Presidenti: indulgere prevalentemente all’aneddotica, che nella sua memoria è certamente ricchissima, o illustrare i vari presidenti, il loro programmi, con qualche tratto psicologico e personale.

Saggiamente, l’autore ha scelto una forma mista: ha dedicato, in modo equanime, quasi lo stesso numero di pagine ai singoli presidenti, ne ha illustrato i programmi, la personalità, gli esiti, mettendoli sempre in rapporto al contesto generale e nazionale, e poi ha fatto un uso misurato degli aneddoti, piazzati al punto giusto, non per semplice gusto dell’episodio in sé ma come scintilla per illuminare un concetto o un fatto. Il suo è uno sguardo distaccato da storico che però lascia chiaramente intravedere la sua passione civile e democratica. E, facendo un’eccezione, dichiara le sue preferenze quando definisce Rino Nicolosi il migliore presidente che la Sicilia abbia mai avuto, per ampiezza di visione e capacità progettuale.

Cominciamo dall’ultimo presidente dell’elenco, quello in carica, Nello Musumeci, “il primo presidente di destra”, eletto nel 2017, e quindi in scadenza. Ciancimino lo presenta così: a sinistra è stato considerato un “fascista gentiluomo e galantuomo”, empatico più con la gente che con l’establishment; capace di gesti che spiazzano alleati e avversari politici. L’autore ne illustra alcuni:  si alzò in aula e chiese finanziamenti per l’Istituto Gramsci; in pieno lockdown si recò a Portella della Ginestra dove ci fu un eccidio durante la festa del primo maggio del 1947;  propose la distribuzione di profilattici nelle scuole.

Formidabile oratore tanto da far dire a Fini: difficile parlare dopo che ha parlato Musumeci, o a Storace: se volete fare un dispetto a un politico fatelo parlare dopo Musumeci. E una volta, suscitando furiose reazioni dei sindacati, disse che il 70% del personale della Regione non lavorava.  Berlusconi quando lo sentì parlare domandò ai dirigenti siciliani: Ma dove lo avete tenuto nascosto, questo?!

Colpisce, di questo libro, la misura espressiva: un giornalista come Ciancimino poteva  permettersi di essere  più “interventista” e valutativo dall’alto della sua conoscenza storica di testimone diretto, invece lascia parlare le cose, le dichiarazioni programmatiche attentamente illustrate, la caduta di molti governi regionali quasi sempre sul bilancio, per opera dei franchi tiratori ( fenomeno un tempo abituale anche del Parlamento nazionale). Tanto che una volta Franco Restivo, altro presidente che ebbe ruoli nazionali, soprattutto come ministro dell’Interno,  per non farsi bocciare il bilancio, dovette chiedere all’arcivescovo di Palermo Ruffini di intervenire sul Msi perché si astenesse nella votazione.

 Nel racconto che scorre veloce, ogni tanto c’è la zampata del cronista che lascia il segno. Per esempio quando registra di volta in volta i primati o i record:

Così Totò Cuffaro è il primo presidente eletto dal popolo, nel 2001; Giuseppe D’Angelo, il primo presidente di un governo di centrosinistra, che realizzò la metanizzazione dell’Isola; Francesco Coniglio è il primo presidente che rilancia l’idea del Ponte sullo Stretto; sono del presidente Calogero Lo Giudice  le dichiarazioni più lunghe della storia parlamentare siciliana; è di Mattarella la maggioranza più alta nell’Assemblea regionale: 77 su 90; il record minimo di durata è del presidente Salvatore Natoli, “presidente per una notte”, dopo che gli era stato recapitato un messaggio inequivocabile: o ti metti da parte o muori; Giuseppe Campione, primo presidente di un governo con i post comunisti; Angelo Capodicasa, il primo presidente post comunista; di Lombardo il record assoluto, batte con il 65% Anna Finocchiaro; mentre il presidente Crocetta detiene il record di assessori nominati e avvicendati nella sua gestione: 59. 

Tra di essi Franco Battiato e lo scienziato Antonino Zichichi che rimasero appena un anno. E Poi, Giuseppe La Loggia, fautore della teoria bisogni, diritti e giustizia sociale; e rimpianto da Montanelli;  a suo padre Enrico si deve la definizione dell’impianto finanziario tra Stato e Regione Sicilia

E poi alcune curiosità interessanti che strappano il sorriso: un  presidente, Modesto Sardo, che, per dare tempo agli altri colleghi di maggioranza assenti di arrivare in assemblea, si mette a parlare per ore leggendo la Bibbia; un presidente, Vincenzo Leanza,  che veste una taglia più grande a ha tasche enormi da cui traboccano bigliettini di raccomandazioni o di aiuto che i cittadini gli consegnano quando lo incontrano. O l’episodio che vede il presidente Campione scappare in mutande per le scale del palazzo D’Orleans piene di fumo pensando a un attentato ( ma era un corto circuito) e finisce in sala stampa davanti ai giornalisti: Vi prego non dite che mi avete visto in mutande, ma che ero senza cravatta.

Scene gustose a parte, questo  è un libro di storia, utile per chi voglia capire come sia stata tessuta la tela dell’autonomia regionale: dal primo presidente Giuseppe Alessi, grande presidente con ruoli anche  nazionali, che dell’autonomia è stato il pioniere: ottenne la costituzionalizzazione dello Statuto. De Gasperi non era entusiasta, perché aveva sempre paura delle spinte separatiste; ma Alessi, racconta Ciancimino, approfittò del viaggio di De Gasperi in America – siamo nel ’47 – e propose di far votare dall’Assemblea Costituente l’inserimento dello Statuto nella Costituzione italiana. Al rientro del presidente del Consiglio, che da trentino vedeva con preoccupazione la Sicilia a rischio separatismo,  dove Salvatore Giuliano era colonnello dell’Evis (esercito volontario indipendenza Sicilia) disse ad Alessi: “Me l’hai fatta ehhh”. L’importanza della costituzionalizzazione dello Statuto è evidente: dà allo Statuto siciliano il sigillo di un baluardo intangibile. Per modificarlo occorrerebbe cambiare la Costituzione! 

Dell’autonomia regionale, che è  la forma sublimata dell’ aspirazione in un certo senso perenne al separatismo mai del tutto scomparsa nella mentalità dei siciliani di ieri e forse anche di oggi, si sono state varie applicazioni, interpretazioni e varianti. Anche quella separatista. Per esempio in Raffaele Lombardo che propugnava l’idea di una Sicilia indipendente che, con le sue risorse, poteva diventare “il piccolo Stato più forte d’Europa”. E faceva l’esempio di Malta. Dell’autonomia Ciancimino segue passo passo il percorso di attuazione nella sua complessità, fin dall’inizio, quando si trattava di cercare un punto di equilibrio tra o Statuto siciliano e la Costituzione; equilibrio che fin da subito si rivelò difficile, diede origine a frizioni con Roma e portò il presidente Alessi a dimettersi per protesta.

Dei 30 presidenti che si sono avvicendati a Palazzo d’Orleans, oltre che su Alessi, ci soffermiamo in particolare su tre: Silvio Milazzo, Piersanti Mattarella, sul cui assassinio, scrive Ciancimino in modo un po’ sibillino, “sarebbe opportuno indagare ancora” e Totò Cuffaro.

Milazzo, che Ciancimino chiama “il Masaniello dell’Autonomia”, “mezzo barone e mezzo villano”, nella definizione di Felice Chilanti, discepolo di Sturzo ma non fedelissimo, è rimasto famoso per aver dato il nome a un fenomeno politico di trasformismo e di coalizioni eterogenee, il cosiddetto milazzismo: costituì una maggioranza con dentro quasi tutti i partiti tranne il suo, la Dc, mentre a piazza del Gesù comandava Fanfani. Tanto che il suo mentore lo sconfessò: Milazzo è uno strumento dei comunisti. E il discepolo con rispetto ma senza pentirsi si ribellò: Da Sturzo accetto tutto, ma lui manca dalla Sicilia da 39 anni!

Si dice spesso, ed è vero, che la Sicilia è stata anche un laboratorio politico per sperimentare alleanze, modalità politiche e istituzionali che poi si sono riprodotte o impostate nella politica romana. Per esempio la staffetta; ci fu tra Vincenzo Carollo e Mario Fasino, che peraltro non era siciliano ma di origini pugliesi, La staffetta fu l’idea che anni dopo, a metà degli anni Ottanta, fu lanciata a livello nazionale: Craxi doveva lasciare dopo due anni e mezzo il posto  di presidente del Consiglio a De Mita. Ma il leader socialista non si schiodò da Palazzo Chigi suscitando l’ira demitiana.

Mario Fasino, registra puntuale Ciancimino, è stato il più longevo come deputato e assessore, una specie di piccolo Andreotti perché conosceva come le sue tasche tutti i gangli della pubblica amministrazione. Assessore con Mattarella presidente varò la riforma urbanistica suscitando dure reazioni da parte degli interessi mafiosi colpiti.

Mattarella pagò con la vita la lotta per la legalità e la stagione riformatrice, che segnò l’ingresso per la prima volta del Pci nella maggioranza, prima che avvenisse, sotto la regia di Moro prossimo alla fine, a livello nazionale.

Su Mattarella Ciancimino ha lo scrupolo di precisare: fu tutt’altro che favorito dal padre, Bernardo, potente notabile Dc che anzi  sperava che il figlio si tenesse fuori dalla politica. Una curiosità: quando Mattarella chiese la tessera d’iscrizione alla Dc di Palermo, gliela negarono; gli risposero di fare domanda alla Dc di Trapani ( Mattarella era nato a Castellammare del Golfo, che si trova nella provincia trapanese).

Ciancimino getta poi un fascio di luce per far capire in quale groviglio di vipere si muovesse Mattarella con la riforma urbanistica, “il fiore all’occhiello” della sua presidenza, e cita questi dati: delle quattromila licenze edilizie rilasciate in quel momento dal Comune di Palermo (sindaco VIto Ciancimino), 1600 figuravano intestate a un tal Salvatore Milazzo, 700 a tal Michele Caggeggi e 200 a Lorenzo Ferrante.

Chi erano costoro? Prestanome di costruttori rimasti nell’ombra. La legge urbanistica insomma era contro la speculazione edilizia di mafiosi e palazzinari. Attorno a Mattarella cominciarono a venire meno i sostegni politici, il presidente rimase isolato, e secondo una delle costanti del suo agire la mafia colpisce il bersaglio quando lo vede indebolito. 

Mattarella si dimette il 18 dicembre, annuncia di volersi candidare alla Camera per proseguire la politica di Moro, che era stato assassinato l’anno prima. A questo punto il racconto di Ciancimino si carica di vibrazioni dolenti, pur nell’asciuttezza del cronista: “Passano 19 giorni e Mattarella viene assassinato davanti alla sua abitazione mentre sta andando a messa con moglie e figli. È un avvertimento per i successori. È un messaggio della mafia alle istituzioni”.

Un presidente ucciso dalla mafia, un altro presidente, 25 anni dopo, condannato per mafia: Totò Cuffaro, baci e abbracci, Totò vasa vasa, e il nomignolo, scrive Ciancimino, piace a questo politico che ha in Calogero Mannino il suo mentore. Eletto nel 2001, l’anno del cappotto del centrodestra in Sicilia, 61-0,  battendo Leoluca Orlando e Sergio D’Antoni. È rieletto nel 2006, ma viene azzoppato dopo due anni dalla magistratura, processato e incarcerato. A Rebibbia per cinque anni,  “la durata di una legislatura”, annota con involontaria ironia Ciancimino, Cuffaro scrive libri, studia  e prega. Ritornato in libertà lancia un suo movimento politico.

Appena ricevute  le prime accuse tappezzò i muri di Sicilia con un manifesto in cui è scritto: “La mafia fa schifo”. Anni prima un altro presidente, Giuseppe Campione, aveva fatto affiggere un appello a tutti i siciliani contro la mafia. Questa sequenza dei due manifesti ci ricorda il famoso motto che la storia si ripete, prima come tragedia e poi come farsa.

In conclusione, il volume scritto da Giovanni Ciancimino e dalla valorosa Loredana Passarello, è un libro da leggere, un libro necessario, da consigliare soprattutto ai giovani, non solo siciliani, perché attraverso questa narrazione di 75 anni di storia siciliana, dove scorrono come in un film centinaia di nomi e di fatti, capiranno forse meglio anche la storia nazionale.

Per questo, ci permettiamo di suggerire, per la prossima edizione del libro, che certo non mancherà, due aggiunte: l’indice dei nomi e una più chiara indicazione degli anni di elezione dei presidenti, magari posta subito dopo i rispettivi titoli a loro dedicati.

 

Mario Nanni – Direttore editoriale

 

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