Politici e giudici, una lettura diversa di Giovanni Moro. Non furono i giudici ad abbattere il sistema dei partiti, le cause sono più lontane

Il distacco tra classe politica e cittadinanza cominciò già negli anni Settanta

C’è un tema ricorrente nella vita pubblica del nostro paese che continua ad alimentare il conflitto permanente tra politici e giudici. Si tratta dei fatti che vanno sotto il nome di Tangentopoli, del loro significato e dei loro effetti.

La interpretazione più gettonata tra le leadership politiche è quella dei giudici che abbattono il sistema dei partiti, favorendo in questo modo l’avvento del populismo, se non, peggio, quella del complotto dei poteri forti contro il sistema democratico nazionale.

In fondo, si tratta di una visione di comodo, con la quale si cerca di evitare di misurarsi con un problema ben più profondo, il cui mancato riconoscimento continua a produrre effetti negativi.

Se proviamo a guardare da più lontano quello che è accaduto nel ’92-’93, ci accorgeremo infatti che da tempo nel paese era in corso un distacco tra il sistema dei partiti e la cittadinanza, che metteva in discussione le tradizionali forme di legittimazione dei partiti stessi, basate su appartenenze ideologiche o sociali, comunque stabili nel tempo e nello spazio. Il fenomeno, peraltro, ha interessato tutte le democrazie consolidate. Per quanto riguarda l’Italia, l’inizio di questo distacco si manifestò già nel corso degli anni ’70.

L’evento forse più emblematico, al proposito, ma non certo l’unico, fu il referendum sul finanziamento pubblico dei partiti del giugno 1978. La proposta di abrogazione della norma, avanzata dai radicali, fu sconfitta nelle urne, ma i favorevoli furono circa il 43,6% dei votanti (e all’epoca le percentuali di voto erano ancora altissime). E ciò avvenne malgrado la indicazione della quasi totalità dei partiti di rigettare la proposta e malgrado il fatto che i soggetti promotori raccoglievano appena il 4% dell’elettorato.

I partiti, messa in discussione la loro tradizionale legittimazione popolare, evitarono di dare luogo a una profonda riforma di se stessi e, a partire dagli anni ’80, percorsero un’altra via, quella dell’acquisizione e della gestione di risorse finanziarie ottenute in forza del loro ruolo istituzionale nel governo, nelle amministrazioni e nelle aziende pubbliche.

Questo nuovo principio di legittimazione prese talmente piede che l’acquisizione di risorse divenne la ragione principale – e non un effetto secondario, come purtroppo avviene e continua ad avvenire non solo in Italia – dell’azione di governo. Forse qualcuno ricorda le opere promosse in occasione dei campionati mondiali di calcio del 1990, che ce lo mostrano chiaramente: stazioni troppo piccole per i treni, stadi inagibili, terminal aeroportuali usati una volta soltanto, con un generale, spropositato aumento dei costi.

È in questo contesto che, ben prima dell’intervento dei magistrati di Mani pulite, si manifestarono inequivocabili segnali dell’emergere di quello che oggi chiamiamo populismo. Ad esempio, non va dimenticato che quando cominciò l’inchiesta della Procura di Milano, la Lega Nord aveva già ottenuto significativi risultati, come alle elezioni regionali del 1990, quando conquistò quasi un quinto dei consensi in Lombardia. E, contestualmente, la percentuale di votanti alle elezioni continuò ad abbassarsi costantemente.

Due circostanze mi sembra che vadano menzionate per la loro pertinenza rispetto a questo slittamento del principio di legittimazione dal popolo al denaro che concorse a dare origine a Tangentopoli. La prima è che tutto questo avvenne mentre vigeva il finanziamento pubblico dei partiti, abrogato solo nel 1993 con un altro referendum. I partiti, cioè, non erano in bolletta; e ciò fa pensare che la lotta per acquisire e gestire risorse finanziarie avesse un significato non puramente materiale.

La seconda circostanza è che, a prendere sul serio le motivazioni che chi ne ebbe il coraggio espose pubblicamente, nelle élites politiche si era evidentemente instaurata una doppia morale. Beninteso, non una morale pubblica discorde da quella privata, ma una “doppia morale pubblica”, che portava a giustificare l’illegalità in chiave di interesse generale. Ho sempre pensato che alcuni dei tragici suicidi che avvennero tra gli indagati nel mezzo delle inchieste fossero motivati dalla convinzione di essere stati nel giusto; in forza, appunto, di una morale diversa da quella ufficiale, ma sempre pubblica.

Ottenere legittimazione non con il consenso popolare ma con il denaro raramente è una buona idea nei regimi democratici. Possiamo dire che non lo è stata neanche questa volta.

 

Giovanni Moro – Sociologo politico, docente nell’Università  “La Sapienza” di Roma

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