Piccolo atlante elettorale

E alla fine elezioni furono.Nessuno le voleva (a parole), Draghi stava bene a tutti o quasi, ma alla fine all’italiano con il più alto prestigio in Europa ( ma non in Italia, evidentemente!) è stato riservato un trattamento immeritato quanto imprevisto e autolesionistico ( per il Paese). Ora molti lo rimpiangono e parlano di Agenda Draghi, ma senza essere Draghi e soprattutto cercando velleitariamente di imitarlo ( fischieranno gli orecchi a Calenda?). Passiamo in rassegna alcune delle questioni sul tappeto o che dovevano essere affrontate PRIMA delle elezioni.

Politica

Ora tutti si lamentano. Andremo al voto purtroppo con una brutta legge elettorale. Chi se n’è lamentato? Più di un politico, ma citiamo quello più rappresentativo: il segretario del Pd Enrico Letta. Di grazia, onorevole Letta, Lei che cosa  ha fatto nei mesi scorsi, quando si avvicinavano le elezioni politiche del 2023, per cambiare il Rosatellum, che non è un vino ma una legge elettorale che porta il nome di un deputato, Ettore Rosato, prima nel Pd poi passato a Italia Viva.

Non si è mosso Letta, non si è mosso nessuno dei segretari di partito. A questo punto una domanda maliziosa sorge spontanea: non sarà che il Rosatellum, che non prevede preferenze ma solo liste corte e bloccate, con pochi candidati ( ovviamente nel proporzionale) fa comodo, anzi stracomodo ai leader politici che così possono piazzare in lista i loro delfini, fedelissimi, yesmen, amici, benefattori?

E così al povero cittadino elettore che voglia votare una lista e scegliersi i suoi rappresentanti non resta che questa amara alternativa:  mangiarsi la minestra dei candidati bloccati o buttare la lista dalla finestra, astenendosi o rifugiandosi nello sberleffo del voto nullo?

Inutile aggiungere altro se non che questa faccenda della legge elettorale – democratica che permetta ai cittadini di scegliere chi dovrà rappresentarli in Parlamento – è molto seria, e dovrebbe essere affrontata si spera nel nuovo Parlamento, nuovo anche di consistenza numerica ( 400 deputati invece dei 630 finora eletti, e 200 senatori invece dei 315).

Il festival dei sondaggi

Non c’è dubbio che da quando i sondaggi sono stati introdotti nelle contese elettorali, sono cambiate molte cose. Anzitutto la qualità dell’essere leader. Leader viene da lead, che vuol dire guidare. Da quando i sondaggi  imperversano, il politico non guida ma spesso si fa guidare; se vuole fare una legge che poi scopre non piacere al suo elettorato, evita di farla, o ne cambia le caratteristiche. E’ per alcuni versi lo stesso fenomeno parallelo dell’auditel, dello share che governa i programmi televisivi e ne segna nel bene e nel male il destino.

Quel che conta alla fine è una questione di quantità, di numero, a scapito della qualità. E così può accadere nella politica.

Meloni. È il suo momento.Ma ci sono parole non dette

I giornali riportano i piazzamenti eventuali alle prossime elezioni dei partiti dei vari schieramenti politici. Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, può vantare di avere da mesi un trend sempre positivo e in crescita, che a destra non riuscì ad avere nemmeno Fini con la sua Alleanza Nazionale, fermatasi al 15 per cento ( un risultato comunque di tutto rispetto).

Questo risultato, obiettivamente sorprendente, una vera novità nel panorama storico della destra italiana dal Dopoguerra a oggi, è dovuto a vari fattori, non ultimo, naturalmente,  quello di aver tenuto sempre una linea di opposizione. Perfino rifiutando di entrare nella ‘’maggioranza di unità nazionale’’ che ha sostenuto il governo Draghi, un governo nato, come ha ricordato lo stesso presidente del Consiglio,  nel suo discorso di addio, con spirito repubblicano.

Qualche spiritoso obietterebbe: perché altri governi erano nati con spirito monarchico? Repubblicano, in tal caso, era riferito alla Repubblica, al Paese, alla Patria, usando un termine caro a Ciampi, e non certo appannaggio della destra nazionalista. E tuttavia, Giorgia Meloni ritenne di non aderire allo spirito patriottico che fece nascere il governo Draghi, un governo di salvezza nazionale.

Fare opposizione,  si sa, può servire ad arricchire il proprio carniere di voti, ma non sempre aggiunge statura e rilievo istituzionale a chi la pratica, specialmente se i tempi sono difficili.

Ma ora Meloni, dal suo punto di vista, può dire di aver fatto la scelta giusta, drenando voti dai suoi stessi alleati-competitori di destra (specialmente la Lega, che da primo partito nei sondaggi ha dovuto cedere il primato a Fratelli d’Italia).

A leggere i sondaggi sembra tutto già scritto: i numeri, se dobbiamo dare rettai, e non crederci solo quando conviene, consegnano una vittoria al centrodestra, a 14 anni dalle elezioni del 2008. Con un divario che al momento sembra essere di dieci punti. Certo, mancano 40 giorni al voto e ancora tutto potrebbe cambiare, ma l’aria è abbastanza eloquente.

Il fantasma del fascismo e il ruolo dell’Europa

Alcuni giornali, alcuni giornali-partito e alcuni partiti, hanno cominciato già a stracciarsi le vesti, gridando al pericolo del fascismo, agitando la bandiera dell’antifascismo per scongiurare l’avvento di Fratelli d’Italia a Palazzo Chigi.

Con la bandiera dell’antifascismo, i partiti di sinistra sperano di richiamare e di riportare alle urne i milioni di elettori che hanno perso in questi anni praticando politiche suicide non ispirate alla giustizia sociale, al lavoro, alla giustizia fiscale, a una visione di società che prevedesse una nuova carta dei diritti (e dei doveri), un nuovo contratto sociale, una politica dell’occupazione che non difendesse solo chi il lavoro ce l’ha ma risolvesse il drammatico fenomeno del precariato che vuole dire anche precarietà dell’esistenza delle persone.

Questi sono i terreni da arare, queste sono le bandiere da far sventolare, se i partiti della sinistra vogliono riconquistare pezzi perduti di società, riprendere temi – come la sicurezza, l’ordine sociale- che hanno insensatamente per anni regalato alla destra che ne ha fatto una declinazione autoritaria e poco liberale.

Ma poi – diceva giorni fa il filosofo Massimo Cacciari – di quale sinistra parliamo? Dov’è la sinistra? Un nome senza soggetto, diceva Machiavelli parlando dell’Italia. Da parte sua Giorgia Meloni va per la sua strada forte dei sondaggi che, via via che ci si avvicinerà al 25 settembre, potrebbero ancora migliorare, per l’effetto valanga.

Ma i sondaggi non sono tutto.

La segretaria di Fratelli d’Italia sa che in caso di vittoria sarà tentata una cintura sanitaria, intorno a lei, per additarla come un pericolo per la democrazia, saranno cercati appoggi e sponde in Europa per delegittimarla, additarla come amica di le Pen, di Orban, ecc.. Già qualche giornale – non di sinistra –  ipotizza(  per scaramanzia? Per esorcizzare il pericolo?) manine e manone giudiziarie per azzoppare il centrodestra vittorioso e guastargli la festa. Mah!!!

Meloni sa che questo è il suo momento. Da lei si aspettano parole inequivoche.

La sospettano di fascismo, di contiguità con frange estreme, con Casa Pound?

Ebbene, dica solennemente qui e ora che ripudia il fascismo. Faccia come Fini, anche se l’allora segretario di An, come nella storiella troppa grazia sant’Antonio, arrivò a definire il fascismo un male assoluto.

Dica che la scelta della libertà, dei diritti, in economia e nella società, per lei è una scelta irreversibile; che l’Europa è l’orizzonte in cui l’Italia deve stare da protagonista.

Tagli tutte i legami in Europa che le fanno rischiare l’accostamento a regimi illiberali o fascisti. Dica qualcosa di liberale, come si usava dire a sinistra: dica una cosa di sinistra.

Il giochino del premier. L’astuzia di Berlusconi, lo spauracchio europeo

Una regola legittima che Giorgia Meloni, per la verità, suggerì e accettò, quando Fratelli d’Italia era il partito più piccolo della coalizione, prevedeva che il partito arrivato primo nella coalizione esprimesse il premier.

Se, come si sondaggi prevedono, Fratelli d’Italia vincerà alla testa del centrodestra, chi sarà premier lo deciderà lei. O lo sarà personalmente o sceglierà lei una personalità di suo gradimento (e ovviamente accettata dal presidente della Repubblica, di cui è lecito prevedere, in un probabile e inedito nuovo corso della politica italiana, un ruolo diciamo così vigile e attivo, più attivo, naturalmente sempre nell’alveo costituzionale, cosa ovvia conoscendo la statura e la caratura morale del presidente della Repubblica).

Giorgia Meloni potrebbe anche stupire e spiazzare tutti, avversari e alleati, proponendo per esempio un personaggio che ella sostenne durante le elezioni presidenziali: Carlo Nordio. Se l’aveva proposto per il Quirinale, che ci sarebbe di strano a indicarlo per la guida del governo?

Di altre personalità contigue alla destra non c’è una lunga lista, e uno storico come Franco Cardini ha detto che Fratelli d’Italia non ha una classe dirigente e ha invitato Meloni a fare 20 anni di opposizione. Un consiglio che certo ha del paradossale, ma che fotografa una situazione e disegna uno dei compiti che Meloni si trova a dover affrontare, allargando molto alla società civile.

Poi ci si è messo Berlusconi a sparigliare: Meloni premier in Europa è divisiva, una estranea,  rischia di non essere accettata, meglio mettere Tajani che in Europa è conosciuto, fa parte del Ppe, ed è stato presidente del Parlamento europeo ecc..

Ma Meloni ha fiutato il rischio di queste pastette e ha chiesto patti chiari e preventivi prima del voto del 25 settembre.

E poi, a essere obiettivi, molti fingono di dimenticare che Giorgia Meloni è presidente del partito europeo dei conservatori.

E pare che prima del voto di settembre voglia fare un giro delle capitali europee per un discorso preventivo e per farsi ulteriormente conoscere.

Ma, insistiamo, Giorgia Meloni ha una occasione da non perdere. Il 25 settembre sarà un mese prima di un anniversario storico: i cento anni della marcia su Roma, e quindi dell’avvento del fascismo.

Colga questa occasione per pareggiare pubblicamente, definitivamente, e soprattutto senza equivoci i conti (non suoi personali, ovviamente) ma conti politici con quel che di illiberale, tirannico, ha rappresentato il fascismo. Tolga ogni alibi ai suoi avversari politici.

Il conte di Montecristo abita ancora in Parlamento

Lo spirito di rivalsa o, nella sua declinazione meno nobile, di vendetta, non è estraneo alla politica come del resto alle altre attività umane.

Il conte di Montecristo, simbolo del ritorno con “vendetta”,  si potrebbe evocare non solo per Berlusconi. Dichiarato decaduto da senatore per effetto (retroattivo!) della legge Severino, pare che si candiderà a Palazzo Madama. E secondo le cronache politiche, il colpo di grazia al governo Draghi, che pure aveva difeso contro i suoi critici, pare che Berlusconi si sia deciso a darlo dopo che (post hoc o propter hoc?) Salvini gli abbia fatto balenare la possibilità che diventi presidente del Senato.

Umanamente, ancor più che politicamente, per il Cavaliere sarebbe il massimo della rivalsa (o vendetta) e comunque il massimo del risarcimento. Certo, dovrebbe, come vuole il ruolo, stare seduto sul seggio presidenziale per alcune ore a presiedere sedute lunghe e delicate, altrimenti dovrebbe spesso delegare i vicepresidenti. Quattro giorni dopo le elezioni compirà 86 anni. Ma giorni fa Berlusconi ha smentito l’ipotesi di una sua elezione a presidente del Senato, che tra l’altro, essendo la seconda carica dello Stato, lo farebbe diventare vice di Mattarella. C’è da credergli?

Berlusconi nel corso della sua carriera ha spesso smentito cose che poi ha fatto. O viceversa ha promesso cose che non ha mantenuto: quanti politici (Fitto, Toti, ecc.) li ha presentati come suoi delfini?!

Un altro possibile emulo del personaggio di Dumas è Giuseppe Conte, certo con più velleità di Berlusconi. Ma lui le sue vendette (politiche) le ha già consumate, e si trova nella situazione del cacciatore che ha già sperperato  quasi  tutte le sue cartucce e ha pochi obiettivi da puntare.

Un conto è vincere un altro paio di maniche è governare

Questo è un utile promemoria non solo per il centrosinistra ma anche per il centrodestra. Per la verità il trio Fdi-Lega-Fi sembra più coeso, o almeno si sforza di apparire,  rispetto alla variegata compagine del centrosinistra.

E tuttavia parlando i precedenti:

cominciò nel 1994 Berlusconi: dopo la travolgente e inaspettata cavalcata elettorale, il suo governo si sfasciò ben presto dopo che la Lega si chiamò fuori, nacque il governo Dini e si andò dopo due anni alle elezioni.

Nel 1996 e nel 2006 il centrosinistra vinse, con Prodi. Ma nel primo caso, vittoria dell’Ulivo, il governo fu azzoppato dopo due anni dall’alleato Bertinotti; nel 2006, vittoria della cosiddetta Unione, qualcosa come 13-14 formazioni politiche, Prodi fu disarcionato da divisioni interne, e dopo due anni si tornò al voto e vinse di nuovo Berlusconi.

Questi precedenti parlano chiaro: una coalizione può anche vincere ma poi se si sfascia lungo la strada non riesce a governare.

Ogni partito ha da lavare i suoi panni (scegliere il fiume che si preferisce)

Fratelli d’Italia, nonostante il suo trend costante e in ascesa, che segna il gradimento di un quarto degli italiani, suscita perplessità, timori o addirittura avversioni e ripulse di carattere politico e ideologico. E in qualche deplorevole caso, anche personale, visti i ripetuti casi di insulti sui social alla segretaria del partito, o lo sprezzante trattamento, peraltro anche poco cavalleresco, nella contesa politica.

E tuttavia Fratelli d’Italia deve togliersi le sue incrostazioni che inevitabilmente si porta addosso, e che vengono associate a un tempo e a una ideologia che gli italiani hanno già archiviato. FdI si deve guardare soprattutto dai compagni di strada, dagli zelanti, dai finti duri e puri (puri poi “de che?”, dicono a Roma) che rischiano di diventare piombo nella ali del partito di Giorgia Meloni

Il Pd dovrà fare una campagna culturale di rigenerazione della sua immagine. Non si contano le definizioni che vengono date del partito di Letta: partito borghese, partito delle elite, partito che difende chi il posto ce l’ha già, partito che ha dimenticato i lavoratori; fino alla feroce definizione: partito della Ztl. E partito che da dieci anni non vince le politiche ma sta sempre al governo, di riffe o di raffe.

Letta fa quasi tenerezza con la sua illuministica linea dei diritti, solo che ogni tanto la sua azione è sbilanciata per non dire del tutto fuori fuoco. Letta si è mai domandato che effetto possa fare su un antico elettore di sinistra, deluso e demotivato, quando lo sente parlare, in termini quasi prioritari, di jus scholae e poi, solo poi, di disoccupazione, salari, occupazione, lavoro e dignità del lavoro?

Il professor Letta cominci a disegnare una nuova carta dei diritti e un nuovo statuto di società aperta e inclusiva ma soprattutto faccia una campagna di massa per mettere al centro il lavoro. Metta al centro della sua azione la giustizia sociale e la giustizia fiscale.

Invece che cosa tocca leggere nell’accordo siglato con Calenda?

Niente aumento di tasse! E ci mancherebbe altro. Gli italiani hanno sulle spalle il carico fiscale più alto d’Europa, e un partito di sinistra pensa di invertire la tendenza elettorale, positiva ma non sbancante, limitandosi a ridurre i danni?

Forza Italia

Al partito liberale di massa, quale si presentò nelle elezioni del ’94 e ancor più in quelle del 2001, il destino (in questo caso,  né cinico né baro, per invertire la famosa definizione di Saragat) ha riservato una malinconica metamorfosi in un Hotel una volta prestigioso ma ora decaduto, con qualche segno degli antichi orpelli.

Chi lo abitava se n’è andato, nella sorpresa di molti elettori di vedere come personaggi fortemente inseriti nella corte berlusconiana abbiano abbandonato il vecchio mentore e artefice delle loro fortune. Citiamo i casi dei tre ministri ancora in carica ancorché per gli affari correnti del governo Draghi (Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Renato Brunetta, Osvaldo Napoli e tanti altri che non stiamo a citare). E vale poco gridare all’ingratitudine: la gratitudine in politica non ha molto senso, non è una virtù politica, fa parte semmai della morale.

Dalla decrescita felice alla infelice dissoluzione della sua creatura

Sarebbe da studiare a parte il curioso destino dei 5 stelle. Nato da una pulsione di ribellione verso tutto e tutti, finanche verso il sistema, questo movimento ha via via assaporato il dolce veleno del potere; e dalla linea del “niente alleanza con nessuno” è passato all’alleanza con tutti. Il simbolo più evidente ma anche più effimero, e forse proprio per questo, è Giuseppe Conte, presidente del Consiglio di due governi double face, prima con la destra poi con la sinistra, consecutivamente. Sì, è successo anche questo, caro amico straniero che, come nelle Lettere Persiane, volessi raccontare ai tuoi connazionali che cosa è successo (stavolta) in Italia.

Come nelle favole, che non sempre sono a lieto fine, quella dei 5 stelle sta paradossalmente inverando, ma confondendo il bersaglio, quella che era l’aspirazione di società per il comico Grillo: “la decrescita felice”.

Per i cinque stelle siamo certo alla decrescita, a una centrifuga che nemmeno una lavatrice;  e quanto poi sia felice lo si dovrebbe chiedere a Paola Taverna, a Bonafede, allo stesso Fico, caduti sotto la mannaia dei due mandati.

Per Fico si materializza, sia pure in modo diverso, il ripetersi del destino capitato a Bertinotti e a Fini: quello di non vedersi eletto neanche deputato, dopo aver presieduto la Camera. A meno che non sia fatta una deroga.

Calenda, piccola Turandot

Uno dei motivi della perdita di credibilità dei giornali ma anche delle tv (con i loro insopportabili talk show) è la sproporzione tra lo spazio che dedicano a certi personaggi e il concreto percorso delle loro carriere e il loro stesso peso elettorale.

Un esempio fresco fresco, ma non è il solo, di questo fenomeno, è Carlo Calenda. Uomo di capacità indubbie, ma a cui certo non manca un’altissima considerazione di sé, che finirà per guadagnargli qualche antipatia (e mi limito a questo termine). Basti vedere il suo atteggiamento (la sua postura, come si usa dire ora prestando un termine proprio della fisioterapia) durante le trattative con il Pd. Si è comportato come l’ape sull’orecchio del bue che dice: stiamo arando.

Quante divisioni ha Calenda, che peraltro spaccia voti non suoi ma della Bonino? Nelle trattative con Letta Calenda si è atteggiato  come se fosse una grande potenza, non una formazione che qualcuno accredita del 5-6 per cento, e qualche altro sondaggista di qualcosa di meno. Qualcuno nel Pd rimprovererà a Letta una eccessiva condiscendenza: nel memorandum d’intesa Letta e Calenda vengono definiti i front runner della “coalizione”.  Ecco come si può perdere facilmente il senso delle proporzioni, forse anche del ridicolo,  e scambiare le speranze per realtà.

Ma soprattutto Calenda ha cominciato a fare la parte di una piccola Turandot: l’eroina di Puccini rifiutava i suoi pretendenti; Calenda, incruentemente, si limita a dire: non voglio Di Maio, non voglio Fratoianni, non voglio Bonelli. E a Renzi manda messaggi a corrente alternata, ricambiati dal fiorentino con qualche acida verve: se ho parlato con Calenda? La mattina fa un discorso, la sera ne fa un altro.

Il campo largo che Letta invoca si fa così? Si sente la mancanza di un Federatore

Il problema politico più serio che ha la destra ma anche il campo di sinistra è l’assenza di un Federatore. Negli anni ’90 e negli anni Duemila questo ruolo lo svolsero Berlusconi e Prodi.

Oggi il fondatore di Forza Italia ha un esercito decimato, un carisma quantomeno appannato e comunque non tale da imporsi agli altri due partiti del centrodestra, nonostante possa vantare, a differenza di Meloni e Salvini, buoni rapporti  in Europa e qualche credito presso il Ppe.

A sinistra Prodi, pur attivissimo pubblicista, non lo ascolta più nessuno e non c’è personalità  che possa assumere il ruolo di federatore.

Né i federatori spuntano all’improvviso. Non ci sono personaggi sulla scena politica oggi che abbiano carisma, peso morale e politico da poter ricondurre a unità o perlomeno a una armonica compagine forze politiche così diverse e soprattutto così divise.

Dove ci sono tanti galli non si fa mai giorno. Siamo alla “Prova d’orchestra di Fellini”

Il variegato campo della sinistra oggi non offre scene incoraggianti, tali da portare in massa gli elettori rimasti a casa in vari turni elettorali. Troppi galli e galletti, troppi capi e capetti, e ognuno vuole suonare la sua musica e soprattutto pretendere che gli altri suonino la sua. Il rischio è la “prova d’orchestra di Fellini”, cioè la dissonanza  anarchica e completa.

Per la vocazione storica della sinistra a spaccare il capello in quattro e prediligere la scissione dell’atomo (tanti sono i partitini dell’1 o del 2 per cento), non si intravede ancora un sussulto unitario; non solo e non tanto certo per fare una concentrazione purchessia per fronteggiare vittoriosamente  la destra rampante, ma almeno  per costruire uno schieramento che trovi il consenso sulle cose importanti che uniscono, e ognuno rinunciando a postare le bandierine sul proprio orticello.

Anche ad innaffiarlo ogni giorno, non cresce di larghezza ma sempre orticello resta, se manca un alto programma e soprattutto una idea di quale società costruire.

 

Pangloss

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