Parlamento, i nuovi eletti: le blindature di sicurezza

Balza agli occhi il dato del turnover senatoriale: "solo" il 47% degli eletti è nuovo di zecca, mentre la maggioranza è rappresentata da facce note, provetti navigatori di legislature coltivate all’ombra del Grande Cooptatore (il capo assoluto). Una ricerca fatta da ricercatori della Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli studi internazionali di Roma

Le analisi sull’esito delle elezioni di domenica 25 settembre sono ancora in corso con profusione di argomenti che affrontano il tema come fosse un risultato di straordinaria imprevedibilità, quando tutti sappiamo fin dai primi sondaggi elettorali di luglio che andava a finire così.

Forse ci hanno trovati un po’ distratti, impegnati com’eravamo a goderci il nostro sudato pezzo di vacanza al mare “stile balneare”, ma che vuoi, pure ‘sta storia del voto a settembre non è che abbia aiutato a concentrarci. Lasciamo, allora, gli opinionisti a strabiliarsi della vittoria di Giorgia e cominciamo a capire che gente c’è dentro questo parlamento della diciannovesima legislatura.

Non ci interessano le facce, magari le biografie con i titoli di studio, le arti e i mestieri svolti, le biblioteche possedute e i cursus honorum che ci raccontino quali immense qualità politiche abbiano spinto i capi bastone a cooptare nelle liste queste persone per farne rappresentanti del popolo nel Parlamento italiano. Ma questi dati non sono ancora disponibili: ci torneremo appena possibile.

Per il momento l’unica traccia è offerta dal tasso di cambiamento, rilevabile attraverso i risultati (molto provvisori: le proclamazioni da parte degli organi interni delle Camere-le Giunte per le Elezioni, appunto- avverranno più in là nel tempo) di domenica 25 settembre, messi a confronto con la composizione del Parlamento della diciottesima legislatura, verificati uno per uno da giovani ricercatori della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi Internazionali di Roma.

E allora balza subito agli occhi il dato del turnover senatoriale: “solo” il 47% degli eletti è nuovo di zecca, mentre la maggioranza è rappresentata da facce note, provetti navigatori di legislature coltivate all’ombra del Grande Cooptatore (il capo assoluto).

Alla Camera i nuovi sono invece il 63,5%. Cerchiamo di capire che vogliono dire questi numeri. A partire dall’alba della cosiddetta Seconda Repubblica, la legislatura XII, che vide brillare da subito la stella di Berlusconi e declinare quella dei partiti politici (e del di loro ceto parlamentare), si è assistito ad un turnover forsennato, che, con un avvicendamento che ha più volte superato il 70%, attestandosi spesso intorno al 64 e più per cento, ha reso molto difficile l’esercizio di ruoli e prerogative parlamentari, indebolendo così il ruolo costituzionale del Legislativo, anche per l’evidenza per cui i neo-parlamentari nudi e crudi ci mettono un po’ di tempo prima di capire come funziona.

Le ragioni per cui ad ogni giro si è cambiato così tanto (per capirci: in Francia le assemblee parlamentari si mutano dal 22 al 37%, nel Regno Unito intorno al 35%, ma spesso anche sotto al 20%, nel Bundestag attorno al 35% ecc.) sono molteplici. Diciamo che sopra a tutte le ragioni si colloca la morte dei partiti politici intesi, oltre che come organismi democratici anche come strumenti per la formazione delle classi dirigenti, e l’avvento di leggi elettorali sciagurate che hanno divelto il rapporto tra cittadini ed eletto, consegnando tutto il potere nelle mani dei leader dei partiti, in aperto spregio dell’art.67 della Costituzione che fa divieto del mandato imperativo.

Così è stato sempre il capriccio del compilatore delle liste, e non l’elettore, a stabilire chi entra e chi no, in una stagione in cui, peraltro, anche i partiti sono diventati molto mutevoli e hanno cambiato i loro brand e il loro consenso elettorale- passando dalle stelle alle stalle e poi ancora alle stelle- più e più volte. Di fatto, allora, ci siamo abituati, per esempio nelle ultime tre legislature prima di questa che sta nascendo ora, ad un mutamento degli inquilini di Camera e Senato, pari al 64-65% ad ogni rinnovo. A fronte di un turnover, quando c’era ancora la possibilità di scegliere col voto di preferenza, all’incirca di un terzo per ogni giro.

Si capisce allora che, in un Parlamento ridotto nei ranghi, con la presenza di forze politiche che addirittura per regola interna non avrebbero più ricandidato gli eletti per due legislature, il ritorno al Senato del 53% dei parlamentari, è una notizia.

Già lo sarebbe quella della Camera, che addirittura starebbe sotto al turnover abituale delle ultime stagioni, nonostante tutto, ma il dato del Senato appare più vistoso. Il perché forse è chiaro: si presumeva alla vigilia che al Senato il Centro-Destra avrebbe avuto una vittoria più risicata e dunque esserci, sia per i vincitori, sia per i vinti (sia per quelli “non si sa mai”) sarebbe stato importante.

Dunque gli eletti sono stati il prodotto di blindature (erano possibili cinque capolistature: ebbene sono state impiegate tutte in numerosissimi casi per tutelare ministri, visir, dignitari e capataz a vario titolo, perché, appunto “non si sa mai”) e dell’applicazione di algoritmi da premio Nobel della cibernetica applicata.

Neanche il voto al collegio uninominale è rimasto nelle mani del popolo: non essendoci possibilità di voto disgiunto dovevi per forza stare nel circuito della lista o coalizione che avevi votato al proporzionale. E viceversa. Forse la Corte Costituzionale avrebbe da dire qualcosa, se fosse interpellata. Una sola consolazione va alle donne: tra Camera e Senato il 32,6 % sindacale dei riconfermati è donna: non si sa se è avvenuto per sapienza chirurgica o solo per caso (più probabilmente). Meglio così, ma non basta a giustificare una legge così sgangherata.

 

Pino Pisicchio – Professore Ordinario di Diritto pubblico comparato e deputato di numerose legislature. Già presidente di Commissioni, gruppi parlamentari, sottosegretario

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