Gran parlare e qualche confusione di troppo sul tema del terzo mandato. Cioè sulla possibilità o no per i presidenti delle Regioni (non governatori: finiamola con questo imbroglio lessicale) e i sindaci delle città di candidarsi una terza volta, dopo essere stati eletti già due volte. Schematicamente vediamo i pro e i contro. I contrari dicono: un terzo mandato porterebbe la permanenza in carica a 15 anni. Una vita! Il fascismo è durato 20 anni ed è sembrato, per molti italiani, una eternità. Il potere troppo a lungo detenuto può portare a incrostazioni, a nepotismi, a un abbaglio di prospettiva, per cui chi è in carica alla fine tende a considerarla “cosa propria” (se non cosa nostra). Altra controindicazione: si tende a perdere il contatto con la realtà, che è la cosa più grave che guasta il rapporto tra elettore ed eletto, tra rappresentante e rappresentato. Altro effetto collaterale (gli effetti collaterali non ce li hanno solo i farmaci, evidentemente): non si creano le condizioni del ricambio, del rinnovamento; i giovani, di cui tanto si decanta il futuro come classe dirigente, stanno lì in lista d’attesa aspettando che il notabile, quasi intoccabile e aureolato da tanti mandati, si faccia finalmente da parte. In effetti il potere di per sé, e naturalmente colui/colei che lo detiene, tende a perpetuarsi. Nei confronti del potere, il detentore ha lo stesso atteggiamento della donna innamorata in una poesia di Patrizia Valduga: rivolgendosi all’amante con una serie di inviti/preghiere/ esortazioni tutti all’all’imperativo, gli dice: inargentami, fondimi, confondimi. Ma soprattutto gi dice: eternami. Ecco, l’uomo di potere sogna l’eternità del potere, una eternità umana si capisce, ma che esprime l’ansia e la tendenza alla durata. La durata è quindi uno dei connotati che riguardano il potere e chi lo detiene. Gli antichi Romani avevano capito la