E così questa Italietta politica si è giocata anche Draghi. Tacciato di volta in volta come il banchiere algido, l’uomo dei poteri forti, l’uomo del “Britannia”, dove si decisero le privatizzazioni dei gioielli del Paese, o, nella versione di Cossiga, “il vile affarista”, ma di Cossiga, si può dire quello che Orazio scrisse su Omero, quandoque dormitabat (nei giudizi sugli uomini, in questo caso). Fatta la tara dei giudizi e delle etichette malevole, anche il Draghi politico ha mostrato un profilo di serietà sconosciuto a molti leader e leaderucoli nostrani. Chiamato Da Mattarella al capezzale di un Paese eternamente sul filo della catastrofe finanziaria, ha fatto con dignità la sua parte e negli ultimi tempi aveva lanciato anche chiari, chiarissimi segnali, soprattutto ai suoi critici che dall’interno con qualche confusione picconavano le fondamenta della maggioranza. Sono stato chiamato a fare le cose, se me le lasciate fare, bene, altrimenti – aggiungeva sfidando monsieur La Palisse – non si fanno. Ma una cosa però l’ha detta con nettezza: non si governa con gli ultimatum. E il riferimento era chiaramente rivolto a Giuseppe Conte, che, su queste pagine, l’altro giorno, Pino Pisicchio ha raffigurato come l’incarnazione ( velleitaria, aggiungiamo noi) del conte di Montecristo, che torna a consumare la sua vendetta (mai rassegnato alla perdita di Palazzo Chigi da cui si è sempre considerato ingiustamente defenestrato). Questa crisi arriva in piena estate, in un orizzonte che più complicato non potrebbe essere: la guerra con l’Ucraina continua, benché sembri ormai più lontana nell’emozione della gente, ma sempre più vicina e scottante per gli effetti che ha sulla vita quotidiana ( pieno di benzina, costi delle bollette, prezzi del gas e della luce). L’inflazione ha rialzato pericolosamente la testa ( anche nella lontana America è oltre il 9 per cento), i contraccolpi già si