
La tentata svalutazione della democrazia occidentale
Atene e Sparta: democrazia v/s autoritarismo

Atene e Sparta: democrazia v/s autoritarismo

Ispirata da un gustoso aneddoto Andreotti- Ariosto (Egidio, non Ludovico naturalmente)

Il 24 febbraio sono stati due anni dall’inizio della guerra e gli Ucraini contano i morti. Le vittime civili sono almeno trentamila, mentre rimane sconosciuto il numero di caduti al fronte, stimati tra venticinquemila e settantamila. Al peggio, centomila morti che non sarebbero morti se la Russia di Putin non avesse aggredito e invaso l’Ucraina, violandone i confini una seconda volta dopo l’impossessamento della Crimea. E ciò, tra l’altro, infrangendo proditoriamente gli impegni contratti nella Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, il cui Atto finale, sottoscritto a Helsinki nel 1975, contiene la “Dichiarazione sui principi che guidano le relazioni tra gli stati partecipanti”, il cosiddetto “decalogo”. È indispensabile elencare tali principi affinché gli smemorati si rendano conto che la Russia di Putin, aggredendo l’Ucraina, non ne ha violati soltanto uno o due, bensì l’intero decalogo. Non era mai accaduto prima. Anche semplicemente scorrendoli, i dieci principi fanno capire a chi vuol capire l’enormità morale, giuridica, politica della guerra di Putin all’Ucraina, guerra che non si spiega se non nell’ottica di operazione bellica prodromica: la nazione aggredita era considerata dall’aggressore un facile boccone perché isolata e debole, e perciò utile a saggiare la volontà e la capacità di resistenza delle limitrofe nazioni ex sovietiche e dell’Occidente tutto. Ecco il decalogo: 1. Eguaglianza sovrana, rispetto dei diritti inerenti alla sovranità; 2. Non ricorso alla minaccia o all’uso della forza; 3. Inviolabilità delle frontiere; 4. Integrità territoriale degli Stati; 5. Risoluzione pacifica delle controversie; 6. Non intervento negli affari interni; 7. Rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo; 8. Eguaglianza dei diritti ed autodeterminazione dei popoli; 9. Cooperazione fra gli Stati; 10. Adempimento in buona fede degli obblighi di diritto internazionale. Putin avrebbe voluto conquistare Kiev e catturare il presidente Zelensky per deportarlo a

Un articolo di stampa ha riacceso, da ultimo, l’annoso dibattito sull’imposta patrimoniale. Non che debba considerarsi una novità, c’è già. Ma ricompare di tanto in tanto, specialmente quando la finanza pubblica è più in crisi del solito. A me sembra già un paradosso introdurre una nuova imposta patrimoniale quando i contribuenti sono in difficoltà. Riterrei che debba parlarsene quando l’economia va prosperando e le sostanze dei contribuenti sono floride. La patrimoniale, afferma il partito dei tartassatori, “serve alla crescita” ed ha “molte buone ragioni a sostegno”, le quali però si ridurrebbero a due: “serie difficoltà nella finanza pubblica” e “gravi iniquità sociali”. Sulle difficoltà finanziarie è impossibile dissentire. Sulle gravi iniquità da sanare con un’imposta straordinaria, sorge più di un dubbio. Innanzitutto, l’idea che un aumento del prelievo tributario “serva alla crescita” è semplicemente assurda, dal momento che, secondo l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, nel 2023 i contribuenti italiani fedeli al fisco hanno subìto una pressione fiscale reale del 47,4 per cento: quasi 5 punti in più rispetto al dato ufficiale, che l’anno scorso si è attestato al 42,5 per cento. Inoltre, in che modo la patrimoniale potrebbe “servire alla crescita”? Secondo il partito dei tartassatori, verrebbe impiegata per ridurre il costo del lavoro ed aumentare i salari. Insomma, l’uovo di Colombo. La riduzione del costo del lavoro ottenuta mediante la proporzionale riduzione degli oneri contributivi produce nondimeno l’aumento del debito pensionistico e assistenziale se non compensata da altre entrate fiscali o parafiscali. Pertanto la patrimoniale da straordinaria (l’eccezionalità è la sua essenza originaria) dovrebbe diventare ordinaria. E perché mai i contribuenti dovrebbero pagare l’aumento delle retribuzioni dei salariati? Almeno, quando il cosiddetto cuneo fiscale viene ridotto con il ricorso al debito pubblico, la riduzione pesa sulle spalle di tutti i cittadini, compresi i lavoratori che ne beneficiano. A

Patendo da due recenti notizie, l’autore nota come esse mettano in luce due facce dello stesso problema ed evidenzino la paradossale disaffezione verso quel libero sistema democratico che nel ventesimo secolo è stato difeso o ottenuto con un mare di sangue proprio dai popoli che ne avevano goduto o anelavano a goderne.

Vorrei chiosare, non in polemica, l’articolo del giudice Roberto Tanisi sulla separazione delle carriere dei magistrati (www.beemagazine.it, 19.12.2023). Premetto di non avere nessuna difficoltà a riconoscere in generale la ragionevolezza della sua contrarietà. Tuttavia desidero soffermarmi sul seguente passo della lunga e articolata esposizione dei motivi addotti a sostegno della sua tesi: “Ma se anche così fosse, se, cioè, la riforma garantisse piena autonomia al P.M., il rischio potrebbe essere quello di avere un magistrato trasformato in una sorta di superpoliziotto, un “grande inquisitore” scevro da verifiche e controlli, che piuttosto che essere – come oggi è – promotore di giustizia, sarebbe un mero avvocato dell’accusa o della Polizia, non più tenuto istituzionalmente alla ricerca della verità ma, semplicemente, delle prove a carico dell’indagato.” La ragione precipua per la quale io, al contrario del giudice Tanisi, sono favorevole non solo alla separazione delle carriere, ma pure alla “laicizzazione” del pubblico ministero, sta esattamente nel fatto che, allo stato delle cose, il pubblico ministero italiano è un “promotore di giustizia” anziché un “avvocato dell’accusa o della Polizia” ed è “tenuto istituzionalmente alla ricerca della verità” anziché “semplicemente delle prove a carico dell’indagato.” Mi permetto di obiettare, avendone il radicato convincimento, che la “ricerca della verità” è compito di tre categorie umane: i filosofi, gli scienziati, i religiosi, non già dei magistrati, sia che inquisiscano, sia che giudichino. Per parte mia, non solo non riesco a intravedere o ricavare nella Costituzione un principio o una norma che abbia posto sulle spalle dei magistrati un tale insopportabile peso, ma sono portato a credere che sia impossibile caricarglielo addosso persino in astratto. Devo aggiungere che l’immane compito di “ricercare la verità” fa il paio con un’altra credenza circolante nell’associazionismo della magistratura, cioè che ad essa spetti un generale “controllo di legalità”. In un sistema

Sì, è tutto un gran parlare di crisi della democrazia, quella propriamente detta, all’Occidentale, assediata dalle democrature, dalle democrazie illiberali, dai populismi, dalle dittature, eccetera. Nel 1991, la fine del bolscevismo, cioè del comunismo sovietico, pareva che avesse decretato pure la fine della Storia, addirittura. Sennonché, neppure la storia dei sistemi politici si ferma. Però, per quanto la “sovrastruttura formale” della democrazia (le istituzioni politiche) possa sembrare in crisi, la sua “struttura materiale” (economia privatistica) ha stravinto dappertutto. È diffusa nel mondo intero, persino nella Cina che si dichiara orgogliosamente comunista senz’essere collettivista: un sorprendente ossimoro impensabile da una mente sana. La democrazia, cioè il sistema che serve a stabilire chi debba governare, è, per nome e per significato, totalmente diversa dal liberalismo, un sistema secondo il quale, governi il popolo o un autocrate, il loro potere non è assoluto ma limitato per salvaguardare la libertà dei cittadini, essa sì assoluta, incoercibile, superiore. La democrazia è un metodo; il liberalismo, la sostanza. Tant’è che la democrazia deve essere qualificata: democrazia liberale o democrazia illiberale, democrazia diretta o democrazia rappresentativa, democrazia parlamentare o democrazia popolare, come i sovietici chiamavano i regimi a loro sottomessi, rendendo così un omaggio nominale al sistema che avversavano. Il sistema politico liberale è il risultato dell’azione umana ma non di un disegno umano. Detto altrimenti, è il precipitato dell’evoluzione di piccoli gruppi in società complesse, storicamente integrate sulla base delle relazioni interpersonali di cooperazione e scambio. Nessuno sarebbe stato in grado d’inventare il sistema politico liberale ovvero il “governo rappresentativo”, com’è appropriato chiamarlo. Trattasi di un sistema compiuto ma non chiuso, anzi aperto e flessibile in ragione della sua intrinseca essenza che lo porta continuamente ad esplorare e verificare tutte le possibilità di sviluppo che vi si generano naturalmente. Il “governo rappresentativo” è fatto di libertà personale,

“É un ripiego, uno strumento raffazzonato. Perché l’autorità morale e il consenso politico del presidente della Repubblica sono tali da sconsigliare qualsiasi tentativo di riforma che ne implichi la sostituzione o la diminuzione del ruolo”. Il “rimedio costituzionale” risulta peggiore del “male costituzionale” che dovrebbe curare, tanto da ingenerare il dubbio che il disegno di legge non le sia stato spiegato a dovere o lei non abbia avuto il tempo necessario di esaminarlo oppure lo consideri prosaicamente un ballon d’essai. “Approvare il premierato “à la façon de madame Meloni” senza aver promulgato il testo di legge sull’elezione dei parlamentari costituisce più di un azzardo, un autentico salto nel vuoto”.

Il ripugnante massacro di ebrei inermi, perpetrato dai terroristi di Hamas il 7 ottobre 2023 sul territorio israeliano, e la legittima rappresaglia militare d’Israele hanno innescato dappertutto una catena di reazioni politiche, facendo riemergere un diffuso antisemitismo, anche camuffato da antisionismo, sia nel mondo arabo musulmano sia nel mondo occidentale cristiano. L’antisemitismo, costituito da mille accuse ai giudei inventate per inspiegabile astio, è alimentato da pregiudizi razziali nascenti anche dall’avversione verso il capitale, che gli ebrei sono accusati di accentrare in ristrette gerarchie capaci di dominare occultamente sul destino dei popoli. Non riesce di capire perché i padroni del mondo abbiano lasciato che il mondo li perseguitasse e assassinasse per secoli. Un perché di pertinenza della psichiatria. La sequenza delle manifestazioni pubbliche antiebraiche, in piazza e nei media, ha proceduto dall’umana considerazione per le vittime civili fino all’ odio vero e proprio verso gli ebrei in quanto ebrei e in quanto oppressori e uccisori del popolo palestinese. La guerra provocata dai terroristi è stata riguardata alla stregua di una lotta di liberazione non solo contro lo Stato d’Israele ma soprattutto contro l’intera popolazione ebraica di Palestina, per scacciarla “dal fiume Giordano al mare Mediterraneo”. Le proteste hanno raggiunto il parossismo politico nel mondo libero allorché ne hanno contestato le sistematiche prevaricazioni dei “padroni” all’interno e le piratesche spoliazioni all’esterno. Così le manifestazioni antisemite e antisraeliane hanno preso pure il consunto colore della rivolta anticapitalistica dei non abbienti contro gli abbienti. Sennonché, nulla è più falso di tal genere di sinistrismo retrò e di pacifismi da guerra fredda. Nelle università, specialmente statunitensi, migliaia e migliaia di figli di papà hanno fatto comunella con gente d’ogni risma contro le disuguaglianze economiche, benché i capi dei terroristi facciano la bella vita, vita di lusso, lontani dai pericoli della guerra che hanno scatenato e

Milanese, giornalista, direttore dell’Avanti, politico, parlamentare, vice ministro degli Esteri, scrittore, tenace polemista, Ugo Intini, o “Ugo Palmiro”, come i comunisti lo chiamavano per la sua intransigente battaglia contro il Pci, o per il suo “anticomunismo viscerale”, con i suoi quasi quotidiani articoli e soprattutto corsivi sull’Avanti, di cui era direttore, quando non era lo stesso Craxi a scriverli con il famoso pseudonimo Ghino Di Tacco, è stato a fianco del leader socialista soprattutto negli anni Settanta e Ottanta. Perciò, dal punto di vista politico, documentario e storico, la sua testimonianza e le sue analisi ricche di dati e riferimenti, hanno un particolare interesse e valore, non solo per la narrazione di importanti fatti politici ma anche per alcuni retroscena ( per esempio, a proposito degli accordi di Oslo tra israeliani e palestinesi, o dell’installazione degli euromissili, o episodi delle Brigate rosse) e vari aneddoti. ( le sottolineature in neretto, nel testo, sono nostre) ****** Il 2023 sono trascorsi 40 anni dal governo Craxi. Onorevole Intini, che cosa resta di quell’esperienza di governo durato quattro anni? Resta l’esempio di quando ancora oggi si potrebbe fare. Ma che si è sempre più lontani dal fare. In politica estera, un’Italia impegnata perché in Europa ci sia non soltanto una moneta unica, ma anche una politica economica, estera e della difesa comune. Una Europa e un’Italia alleate agli Stati Uniti ma autonome. Capaci cioè di dialogare a Est (un tempo con l’Unione Sovietica e oggi con la Cina). Capaci soprattutto (compito dell’Italia e dei Paesi mediterranei) di connettersi alla sponda nord africana in una prospettiva di pace per il Medio Oriente e di cooperazione economica. In politica interna, c’è bisogno di una Italia pragmatica, non dominata né dall’ideologia liberista né da quella statalista. Negli anni ‘80, dovevamo contrastare lo
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