Emiciclo

Fini, Meloni e la Costituzione

Facciamo un passo indietro. Ospite di Lucia Annunziata, in gioventù un’estremista di sinistra pura e dura, giorni fa Gianfranco Fini ha in certo qual modo paragonato Giorgia Meloni a Rolando Pietri. Ma sì, il maratoneta che alle Olimpiadi di Londra del 1908 si accasciò, sfinito, a pochi metri dal traguardo. Novello Gesù Cristo, così Fini ha invitato Giorgia ad alzarsi pure lei come Lazzaro e a tagliare felicemente il traguardo dell’antifascismo. Diamine, che cosa aspetta la presidente del Consiglio – ecco il sottinteso – a proseguire sulla strada che lui tracciò a Fiuggi quasi trent’anni fa? Sta di fatto che la predica è venuta da un pulpito a dir poco sospetto. Da un personaggio che disse di considerare Benito Mussolini il più grande statista del Novecento. Non c’è dubbio che il “Duce” sia stato un abile politico fino a un certo punto e un eccellente giornalista e oratore. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Instaurò una dittatura, deliberò le vergognose leggi razziali e perse una guerra che non ci lasciò neppure gli occhi per piangere. Il fascismo voleva accreditarsi, al pari della Resistenza vent’anni dopo, come un secondo Risorgimento. Ma tradì i suoi valori scolpiti sull’Altare della Patria: “Civium libertati”, “Patriae unitati”. Proprio così: alla libertà dei cittadini e all’unità della Patria. Fini tuttavia ha sorvolato sul fatto che Giorgia Meloni è stata due volte ministro: una prima volta della Gioventù, proprio dal presidente di Alleanza nazionale indicata a Silvio Berlusconi, e una seconda volta, a ottobre, presidente del Consiglio per verdetto popolare. Tant’è che Sergio Mattarella, nelle consultazioni al Quirinale in vista della formazione del nuovo governo, intrattenne la delegazione di centrodestra, presentatasi unita, soltanto una manciata di minuti. Perché questa volta il capo del governo non sarebbe stato come Mario Draghi un’invenzione del Colle. E in tale

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Emiciclo

Come D’Artagnan, Pietro Di Muccio è andato alla conquista della Capitale

Novello D’Artagnan, un giovanissimo Pietro Di Muccio de Quattro, un uomo con due cognomi che si è fatto pure un nome, lasciò il paesello natìo e andò alla conquista della Capitale. Giulio Andreotti sosteneva che l’importante per una lunga vita è avere buoni ascendenti. La stessa cosa si potrebbe dire di Pietrino, come lo chiamo da tempo immemorabile. Lui non solo ha ottimi ascendenti, tant’è che il padre Guido è stato stimato sindaco del borgo natìo per un bel po’. Ma è nato in un luogo dove Vittorio Emanuele II incontrò un Giuseppe Garibaldi vittorioso sul Borbone. E fu fatta l’Italia. Tutto questo e molto altro ancora ce lo racconta il sullodato Pietrino in un libro – rara avis – ben scritto, godibilissimo e non privo d’ironia. S’intitola Deputato per caso. Ricordi personali e memorie politiche, Macerata, Edizioni Simple, pagine 212, € 15. Il paragone con D’Artagnan non è affatto esagerato. E perché non s’insuperbisca il chiaro Autore, non lo salutiamo come il nuovo Cesare con il suo Veni, vidi, vici. Sta di fatto che le cose stanno precisamente così. Perché il sullodato Autore potrebbe cingersi il capo di alloro per i molteplici successi che gli riserverà Roma. Così si reca nello Studium Urbis di mussoliniana memoria e si laurea in Giurisprudenza con 110 e lode dopo aver superato tutti gli esami a pieni voti. Anche nelle materie più ostiche e con docenti autorevolissimi che erano lo spauracchio degli esaminandi. Già che c’è, di lì a poco si laurea brillantemente anche in Scienze politiche e, per di più, non fatica a impreziosire il proprio curriculum con un dottorato di ricerca. Ma tutto questo, come ben sanno i più avveduti, non è un traguardo ma un punto di partenza. Dopo uno studio non proprio matto e disperatissimo, perché Di Muccio supera

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Emiciclo

Quei senatori a vita schierati a sinistra

A un tizio che lo contestava dal loggione, Ettore Petrolini dal palcoscenico replicò: “Io non ce l’ho con te ma con quello che ti sta accanto perché ancora non ti ha buttato di sotto”. Allo stesso modo, non possiamo rifarcela con i senatori a vita schierati a sinistra, per il semplice motivo che in democrazia ognuno la pensa come vuole. Ma possiamo avere qualcosa da ridire, con rispetto parlando, nei riguardi di quei presidenti della Repubblica che nelle nomine non hanno usato il bilancino e hanno insignito lor signori del laticlavio non solo per le loro indiscusse benemerenze ma anche perché avevano la stessa concezione del mondo – diciamo così – degli inquilini del Quirinale. Del resto, talis pater, talis filius. Salvo lodevoli eccezioni, le cose sono andate sempre pressappoco così. Sempre. Tant’è che nelle votazioni fiduciarie, si trattasse di mozioni di fiducia o di questioni di fiducia, i predetti senatori con il torcicollo incorporato a manca hanno spesso e volentieri detto di sì ai governi di sinistra. Neppure fossero stati illuminati dallo Spirito santo. Mentre quando si trattava di concedere una fiducia sia pure stiracchiata a governi di destra, o c’era un fuggi fuggi generale pur di non esprimersi al riguardo o, nel migliore dei casi, si astenevano. Ma non sono mancati parecchi casi di voti contrari, alla faccia del fatto che i sullodati non sono rappresentanti del popolo. Memorabili le fiducie al secondo governo Prodi, che in mancanza di una maggioranza politica affidabile si reggeva grazie alle stampelle – figurate o vere, come quelle di Rita Levi-Montalcini – dei senatori a vita. Voti determinanti. A tal punto che erano ricercati e portati con ogni mezzo nell’aula di Palazzo Madama perché dicessero il sospirato sì a Prodi e alla sua scombinata squadra di governo. Manco a dirlo, la scena

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Orizzonti

I fatti della Sapienza. I nemici di Voltaire

Il 25 ottobre scorso, il giorno in cui la Camera dei deputati ha conferito la fiducia al governo Meloni, un nutrito gruppo di studenti universitari di estrema sinistra ha avuto una bella pensata. Non potendone più del trantan quotidiano e del dolce far niente, si è dato appuntamento alla romana Sapienza al lodevole scopo di impedire agli studenti di Azione universitaria di tenere un dibattito debitamente autorizzato nella Facoltà di Scienze politiche. Gli ultrasinistri hanno però avuto il torto di non dare uno sguardo all’oroscopo. Pensavano di agire impunemente e invece si sono trovati di fronte forze dell’ordine per nulla intenzionate a permettere un oltraggio al diritto di riunione e alla libertà di manifestazione del pensiero garantiti per tutti da quella Costituzione che a manca viene considerata la più bella del mondo. Spesso e volentieri senza prendersi il disturbo di darle un’occhiata. Abituati ad averle tutte vinte tra le mura domestiche, questi sfaccendati figli di papà (ricordate Pier Paolo Pasolini?) pensavano di fare lo stesso fuori dal loro giardino. E così hanno tentato di superare il blocco della polizia ricevendo in qualche caso qualche pedagogica manganellata. Ma non prima, si badi bene, di mandare all’ospedale qualche tutore dell’ordine. A questo punto, pensando di salvare la faccia, hanno compiuto una mezza ritirata dialettica. Loro, poverini, non intendevano impedire a chicchessia i diritti previsti dalla Legge fondamentale della Repubblica. Ci mancherebbe. Si sarebbero accontentati di appendere all’esterno della Facoltà uno striscione di protesta per il fatto che nel nostro Belpaese c’è qualcuno che non la pensa esattamente come loro. È chiaro che questa pezza è peggiore del buco. Perché il ridicolo uccide.  La verità è che queste testoline vuote non possono concepire il dissenso. Sognano l’universo concentrazionario. Ma hanno fatto male i loro conti. Questi tardi epigoni del ’68 non sanno che

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