Orizzonti

Storie italiane. La vicenda di Franca Viola e la svolta di costumi anacronistici

Disse la ragazza siciliana al processo che condannò il suo rapitore: “Io non sono di proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi fa certe cose, non chi le subisce”. Sposatasi con un giovane perbene, ricevette gli auguri del presidente della Repubblica Saragat, del presidente del Consiglio Leone, e fu ricevuta da Paolo VI. Il riconoscimento di Napolitano, l’8 marzo del 2014. Per l’abrogazione del famigerato art. 544 (nozze riparatrici) si dovettero aspettare 16 anni!

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D’Annunzio e Pirandello, così diversi così distanti. Eppure…

‹‹Spregevole (sempre per lui fu spregevole) uomo D’Annunzio››. Luigi Pirandello detestò Gabriele D’Annunzio, come testimoniano le parole del figlio Stefano riportate nella biografia del premio Nobel di Gaspare Giudice, tra le diverse la più documentata e attendibile.     Tanti i motivi che divisero fino allo screzio i due letterati, a cominciare dall’indole: schivo e riservato il drammaturgo agrigentino, esuberante e viveur il poeta pescarese. A ciò si aggiungono la rivalità, le divergenze estetiche in letteratura, la differente considerazione da parte del duce e, probabilmente, il loro diverso rapporto col gentil sesso: tormentato in Pirandello – sia nella sofferta convivenza con la moglie malata Antonietta Portulano, sia nella platonica infatuazione per Marta Abba –, di affettati corteggiamenti e ostentate conquiste in D’Annunzio.     È bene precisare tuttavia che fu Pirandello a manifestare apertamente la sua ostilità verso D’Annunzio, il quale mai rispose ai suoi tanti attacchi, forse per il suo temperamento assai meno astioso o per una sottesa alterigia.  Per lungo tempo – giova evidenziare –  quanto a prestigio letterario, D’Annunzio sovrastò Pirandello, che si affermò tardi benché fosse di quattro anni più grande. Nel corso degli anni – in un arco temporale che va dalla fine dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento – sono tanti gli scritti di Pirandello dai quali traspare la sua avversione per il “vate”. A partire dal testo Arte e coscienza d’oggi pubblicato su La Nazione letteraria di Firenze del settembre del 1893 in cui Pirandello accosta D’Annunzio ai ‹‹poeti sedicenti preraffaelliti e decadenti d’oggi…che ripetono le stesse parole, le stesse domande con una uniformità che porta alla disperazione›› rimproverandolo di imitarli ‹‹quando non li copia senz’altro››. Successivamente, ad appena un mese dalla pubblicazione del romanzo di D’Annunzio Le vergini delle rocce, Pirandello su La critica dell’8 novembre del 1895 lo stronca: trova i

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Rosa Quasimodo ed Elio Vittorini, una intensa storia d’amore. Con “fuitina”

Tutta colpa di Ade, il dio degli inferi, e della bella Persefone, di cui il re delle tenebre si invaghì, se in Sicilia per tanto tempo si ricorse alla “fuitina”. Sì, perché secondo la mitologia greca, la sensuale Persefone (Proserpina per i Romani) scatenò la passione incontenibile di Ade, che con la complicità di Zeus scese sulla terra per rapirla: quella fanciulla che raccoglieva e faceva germogliare i fiori nel prato era troppo aggraziata e affascinante per non accendere gli appetiti del demonio. Dove il luogo del misfatto? Nel cuore della Sicilia naturalmente, in quel di Enna. Dopo il ratto, la madre di Persefone, Demetra, dea della fecondità della terra, vagò disperata alla sua ricerca, per rifugiarsi, stremata e avvilita, presso il suo tempio lasciando che i frutti appassissero e la natura diventasse sterile. Tanto da costringere il dio degli dei, Zeus, a scendere a patti con Ade. Si giunse così a un compromesso, come in tutte le “fuitine”: fu concesso a Persefone di tornare sulla terra per otto mesi (quanto durano in Sicilia la primavera e l’estate) rimanendo negli inferi, in compagnia di Ade, per il resto dell’anno (l’autunno e l’inverno dell’isola). Se la “fuitina” affonda le sue radici nella più fantasiosa mitologia, essa – sebbene in genere rappresentata folkloristicamente nei suoi aspetti romantici – di romantico aveva assai poco nel costume siciliano di un passato che oggi, per fortuna, appare lontano. Il più delle volte era un espediente, tutto siculo, per consacrare col matrimonio unioni alle quali non si poteva, nell’ipocrisia delle convenzioni sociali, porre un consenso esplicito e preventivo: per l’età dei futuri sposi o per le loro condizioni economiche (con la “fuitina” si evitavano le spese, non sostenibili dalle famiglie povere, delle feste nuziali). Si trattava, perciò, quasi sempre di una finzione, di una sceneggiata che

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Tutto in Pirandello fu pirandelliano. Persino l’amore. Il legame complesso e tormentato con Marta Abba

L’amore fu fonte delle sofferenze feroci generate dalla convivenza con la follia, nel legame con Antonietta Portulano; fu sublimazione della bellezza e intrusione della letteratura nella vita, nella relazione con Marta Abba, anch’essa attraversata più dal dolore che da flebili squarci di gioia, comunque illusori. Nel 1925 Luigi Pirandello dirige il Teatro d’Arte di Roma che ha sede presso il palazzo Odescalchi, ha 58 anni, un matrimonio alle spalle chiuso da anni (dal 1919) con il ricovero in una casa di cura della fragile Antonietta Portulano, e, letterato agli allori (vana consolazione), declina verso la vecchiaia nella più spoglia solitudine. Nell’inverno di quell’anno il critico teatrale Marco Praga gli suggerisce di scritturare per la sua Compagnia una giovane e assai promettente attrice, Marta Abba. Praga l’aveva vista calcare le scene al teatro Manzoni di Milano per la Compagnia del capocomico Virgilio Talli. In particolare, era rimasto entusiasta del come era riuscita a calarsi nei panni di Nina nel capolavoro di Cechov Il gabbiano, tanto da scrivere: «C’è una tempra di attrice in questa giovane e, aggiungo, di primattrice. La sua bella figura scenica, la sua maschera, la sua voce ch’è di timbro dolcissimo e insieme delle più calde, l’intelligenza di cui ha dato prova in questa parte del dramma cecoviano, la sua sicurezza e la sua disinvoltura, la dimostrano nata per la scena, e subitamente matura per affrontare il gran ruolo». Pirandello, contagiato dal fervore di Praga, decide di accoglierla nella sua Compagnia, malgrado le esorbitanti richieste economiche. Il suo assistente Guido Salvini la va a trovare a Milano per farle stipulare il contratto con il Teatro d’Arte romano. Marta Abba viene scritturata come prima attrice con una paga giornaliera superiore a quella del primo attore della Compagnia, Lamberto Picasso. L’attende una novità teatrale di Massimo Bontempelli, Nostra dea, che

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Emiciclo

Sciascia giornalista

Cominciò la sua attività di giornalista culturale non su un giornale siciliano ma sulla Gazzetta di Parma. Poi l’approdo sul Corriere della Sera. Ma L’Ora di Palermo restò sempre il suo giornale. Tra i temi della sua attività pubblicistica: Il garantismo coerente, certe posizioni controcorrente da illuminista eretico (è famosa l’invettiva contro l’uso strumentale dell’antimafia) gli attirarono critiche anche feroci. L’omaggio di Montanelli: “L’ultimo a cui si convenga il titolo di grande; l’intellettuale più disorganico che io abbia mai conosciuto”

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