Oh santi Lumi! Il buon senso di Salvini ai “raggi X” di una filologa

Quanto poco esprit de finesse nel noioso blaterare dei nostri oratori di piazza, anzi di tavoli da bar e ristoranti, di palchi intesi come pulpiti da cui urlare idolatrie insopportabili per le orecchie del XXI secolo!

Politica

Ci risiamo. Torna il buon senso.

Dopo una pausa, accompagnata dall’indicibile sollievo di tutti, riecheggia l’espressione più abusata e de-semantizzata degli ultimi anni e io, tra lo stupore e l’umiliazione di dover riascoltare questo mantra, non posso fare a meno di tornare a scriverne.

Si consuma nel caldo torrido dell’estate la nuova kermesse pre-elettorale che fa scendere in campo non tanto personalità di rilievo con programmi più o meno condivisibili, quanto piuttosto la solita, consunta retorica pubblica che ricorre sistematicamente alle iperboli temporali e cronologiche, alle metafore calcistiche, alle prosopopee grottesche…

Domina sempre però il richiamo pedissequo – di chi ormai fa l’imitazione di se stesso- al famoso buonsenso  (lo scrivo in forma monorematica perché ho idea che così venga pensato..).

Il lessico della politica italiana attuale, oltre al vizio di presentarsi come un derby e di sollecitare un tifo da stadio, piuttosto che stimolare la riflessione sui problemi collettivi, riporta in campo (mi adeguo al lessico calcistico) la favola del buon senso, quasi fosse una formula magica, il grimaldello capace di aprire le porte delle menti intorpidite degli italiani.

Un principio etico, morale, esistenziale, sociale: il buon senson- tanto frequentato dallo sproloquiare politico contemporaneo – dovrebbe giustificare, anzi dissimulare, tutto il non senso dei contenuti.

Ma quando l’italiano medio ascolta quest’espressione, ch’ è si cara a chi la usa, di quale sostanza la riempie, come dovrebbe “connotare” quello che rischia di essere un contenitore vuoto, generico, un’espressione dequalificata rispetto alla sua storia?

E poi vuoto per vuoto, perché questi commessi della politica non usano mai  l’espressione “ci vuole un poco di genio, basta il semplice genio”? Entrambi i concetti, infatti, bon sens e génie– nell’accezione moderna sono partoriti dalla stessa cultura, dallo stesso clima di pensiero: quello che attraversa il secolo dei Lumi.

Ma rispetto all’uso alto e nobilitato dai filosofi e moralisti di quei tempi, il primo ha subito un abbassamento, un evidente degrado di  SENSO ( mi scuso per la parziale tautologia dei significanti): si può tranquillamente dire che si è svuotato totalmente del suo valore originale, per essere evocato come una tiritera stordente e noiosa.

Il sensus communis, variante colta del buon senso nostrano, anzi padano, a parte l’accezione classica che fa da sfondo a tutta la cultura del Settecento, agli esordi del secolo dei Lumi si evidenzia come uno dei concetti-chiave presenti negli scritti e nella riflessione morale di grandi pensatori.

Ad esempio in quelli di Anthony Ashley – Cooper, III conte di Shaftesbury. In un saggio-lettera del 1709 l’autore collega il sensus communis al valore morale e sociale dell’ironia, cioè al più acuto strumento intellettuale contro il fanatismo e l’idolatria: antidoto efficace contro le opinioni non adeguatamente sottoposte a critica, non opportunamente “saggiate”.

A tenere insieme il senso comune e la verità è infatti il ridicolo, ossia “quel criterio di prova grazie al quale individuiamo in ciascun argomento ciò che si deve sottoporre a una giusta ironia.[..] Il ridicolo va rivolto contro l’ingordigia, l’avarizia, la codardia”.

Dunque la luce della ricerca della verità e la forza dell’entusiasmo temperato dalla ragione e dalla sottigliezza dell’arguzia appaiono come valori di riferimento di un pensatore che prepara la strada a Rousseau, Voltaire e allo stesso Kant.

L’ottimismo di autori civili come il filosofo Shaftesbury e la sua teoria delle virtù servivano ad orientare al bene comune, ad allargare lo spettro dei valori morali in un’interazione proficua di natura e ragione, coniugata con la socievolezza, con il sereno, libero dibattito, con l’intento di contemperare l’istanza razionale, l’ossequio alla forza del giudizio con l’inevitabile e naturale presenza di elementi casuali, imprevedibili  e suggestivi.

Gusto, genio, buon senso, ispirazione, immaginazione: tutti questi termini/concetti convivevano nel pensiero dei Lumi in una nuova, modernissima ricerca di armonia umana e sociale.

La versione che ne dà il buon(!) Salvini è la banalizzazione/ volgarizzazione della ragionevolezza, che nel pensiero dei Lumi porta sempre con sé il valore della tolleranza, a lui non altrettanto cara.

Dall’altra parte il termine “ragionevolezza” affiora spesso sulle labbra del buon (!) Di Maio, ma con un certo sussiego, una specie di finta bonomia che la trasforma da concetto nobile e nobilitante l’humana societas, in una finta virtù, fluida, inconsistente e insignificante.

Manca a queste sbandierate qualità il supporto di qualsivoglia solidità teorico-pratica, riferibile a precisi comportamenti individuali e collettivi. Dietro le parole-bastone (così le chiamerebbe Eugenio Scalfari!) nessun fondamento morale.

Per carità di patria, poi, si dovrebbe ricordare al leader della Lega- che si fa immortalare su uno sfondo di santi, madonne, rosari ed ex-voto- che il buon senso è il titolo di un pamphlet contro la religione e “il bisogno di dio” scritto da P.H.T. d’Holbach, il più radicale e aggressivo rappresentante del materialismo settecentesco, ispiratore del nostro Leopardi.

Il senso comune, il più universale buon senso, secondo il famoso filosofo, è sufficiente a confutare ogni religione, l’idea stessa che ci possa essere una qualunque relazione tra uomo e dio. Torniamo allora all’accezione “politica” che si dovrebbe dare al buonsenso nel contesto in cui così diffusamente vi si ricorre: pragmatismo spicciolo, ragion di calcolo, semplificazione dei problemi?

In una realtà complessa come quella contemporanea non mi sembra un gran suggerimento, senza contare poi che la politica, come molte aree dell’attività umana, anzi più delle altre, richiede inventiva, immaginazione, capacità anche un poco visionaria, acutezza di sguardo sulle cose e sulla loro fenomenologia.

Infine, anche semplicemente sul piano della retorica dovrebbe servire da monito quanto scrive Montesquieu alla voce Gusto dell’Enciclopedia: “Il giro di frase sempre uguale e monotono non piace affatto; il perpetuo contrasto diventa simmetria, e l’opposizione sempre ricercata diventa monotonia. La mente vi trova così poca varietà, che quando avete letto (NdR  nel nostro caso ascoltato) la prima parte della frase, indovinate sempre il seguito: vedete parole opposte, ma opposte nello stesso modo; osservate un certo giro di frase, ma sempre il medesimo”.

Quanto poco esprit de finesse nel noioso blaterare dei nostri oratori di piazza, anzi di tavoli da bar e ristoranti, di palchi intesi come pulpiti da cui urlare idolatrie insopportabili per le orecchie del XXI secolo!

Per difenderci da questo tsunami appena iniziato allora sì che potremmo ricorrere all’adagio del buonsenso popolare: in mancanza di argomenti abbiate il buonsenso di tacere!

 

Caterina Valchera – Filologa e saggista

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