Gli occhi del mondo sono stati puntati sugli Stati Uniti, dove sono in corso due avvenimenti di particolare importanza: a New York l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, alle porte di Washington l’incontro tra il presidente americano, Donald Trump, e quello cinese, Xi Jinping. Sul primo appuntamento va detto subito che l’Onu non è nelle condizioni di offrire soluzioni. La situazione internazionale è di particolare tensione, eppure l’organizzazione è bloccata ormai da anni da veti incrociati. Bisogna però osservare che quantomeno questa sede costituisce un importante strumento di confronto tra le posizioni dei vari Paesi, per cui è meglio che ci sia piuttosto che non ci sia nulla.
A paralizzarla è l’esercizio del diritto di veto, uno degli strumenti varati proprio quando l’Onu è stata fondata. In virtù di questo strumento le cinque potenze possono impedire che l’organizzazione prenda decisioni politiche che ritengono contrarie ai propri interessi. Sappiamo anche un’altra cosa: sono falliti tutti i tentativi fatti in questi decenni per riformare l’Onu, cambiando la composizione del Consiglio di sicurezza o con altre iniziative. Anche l’intenzione di dar vita al Board of Peace, annunciato da Trump l’anno scorso, non ha dato i risultati sperati.
Che cosa ci si aspetta, allora, da questi due vertici? Diciamolo pure: un miracolo, e più avanti preciserò in che senso. In passato, almeno per il mondo cristiano, si pensava che un miracolo potesse venire da Lourdes o da altri santuari venerati. Oggi non possiamo che sperare in santuari, diciamo, laici, perché il miracolo della pacificazione e della distensione avvenga. E cioè nelle due sedi di cui abbiamo parlato.
Il messaggio di Guterres
Intanto, una precisazione. Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha aperto i lavori con un messaggio chiaro: le Nazioni Unite non hanno alcuna possibilità di risolvere i problemi aperti senza una convergenza delle maggiori potenze e degli Stati membri, che ormai sono quasi duecento. Guterres ha però mandato anche un messaggio più preciso. Nessuno pensa che si possano risolvere alcuni problemi della comunità internazionale, quelli che coinvolgono l’intero pianeta, senza una collaborazione di carattere generale. In altre parole, per alcuni problemi non esistono soluzioni adeguate che possano venire dai singoli Stati o da qualche grande potenza.
Quali sono questi problemi? La guerra e la pace in Medio Oriente, in Ucraina, in Sudan e in Myanmar. Gaza, con la nascita dei due Stati. L’Ucraina, e lì il segretario generale ha precisato che Putin ha violato la Carta delle Nazioni Unite. Guterres ha parlato anche delle grandi disuguaglianze economiche che esistono nel mondo su cibo, acqua, istruzione e sanità. Ha richiamato l’attenzione sulla crisi ambientale e sul rispetto dei diritti umani. Ha denunciato il potere straordinario e sproporzionato che i grandi gruppi finanziari e le grandi aziende hanno rispetto agli Stati e dentro gli Stati. E ha ricordato che la parità di genere va riscoperta a tutti i livelli.
Di fronte a questo discorso è sembrato, ancora una volta, che le grandi potenze sentano questi messaggi, ma non li ascoltino, e che l’interdipendenza globale non sia adeguatamente compresa. Stiamo vivendo una fase della storia che vede la formazione di blocchi contrapposti e una corsa vertiginosa agli armamenti. Verso gli altri Paesi si usa sempre più un linguaggio ultimativo, e poi c’è la crudeltà delle ritorsioni contro i civili. Siamo arrivati addirittura a una cosa che pensavamo non si sarebbe mai più presentata: la minaccia di ricorrere alle armi di distruzione di massa. Sono quelle che gli eserciti non hanno abitualmente a disposizione, ma che rappresentano un pericolo enorme per intere popolazioni. Parlo delle armi atomiche, chimiche e biologiche. L’attenzione, dunque, si concentra sui grandi.
Ucraina, i nodi sul tavolo
Trump ha parlato all’Assemblea e incontrato Xi Jinping. Soffermiamoci un momento su due aspetti del suo intervento. Sull’Ucraina, il presidente degli Stati Uniti ha detto che la fine della guerra è un auspicio, ma che bisogna anche entrare nell’ordine di idee di risolvere i problemi sul tappeto. Soprattutto, ha detto, Putin deve fermare le operazioni belliche. I problemi sul tappeto li conosciamo. Per la Russia c’è il territorio, c’è il no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato e il sì al suo ingresso nell’Unione europea. Poi ci sono le garanzie da dare all’Ucraina. E c’è il nodo della centrale nucleare di Zaporizhzhia: gli uni e gli altri vorrebbero riservarla a sé, per sfruttarne l’enorme potenziale di produzione energetica. Questo rimane un punto interrogativo. Siamo all’avvio di una trattativa.
L’avvertimento di Lavrov
C’è però da commentare anche quanto ha detto a margine dei lavori il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Per la Russia, ha ricordato, l’Europa occidentale e in parte gli Stati Uniti sono di fatto in guerra contro Mosca, anche se Mosca non ha reagito. Sostengono l’Ucraina scientificamente, tecnologicamente e con gli armamenti, e così le permettono di resistere e di colpire anche la Russia. Senza questi aiuti, sostiene Lavrov, e giustamente, l’Ucraina sarebbe già capitolata.
Lavrov ha fatto poi due cenni importanti. Il primo riguarda aspetti che l’Europa deve considerare: la guerra ibrida potrebbe estendersi. È quella fatta di interferenze a vari livelli nelle campagne elettorali, di droni sospetti inviati oltre confine, di sconfinamenti negli spazi aerei. L’Europa rifletta su queste possibili conseguenze. Tra l’altro, adesso si parla anche di possibili iniziative russe nel Mediterraneo verso tre Paesi, Spagna, Francia e Italia. Non soltanto, quindi, verso quelli che confinano direttamente con la Russia.
Il secondo cenno i media occidentali non lo hanno ripreso in modo adeguato. Lavrov ha detto che, se la guerra si allargasse fino a diventare generale, sarebbe una guerra breve. Perché ha usato questo aggettivo? Probabilmente perché, come ha lasciato intendere, in quel caso la Russia ricorrerebbe agli armamenti nucleari. La guerra sarebbe rapidamente risolta, in un modo o nell’altro, con mezzi estremi.
Sono messaggi da non dimenticare. Conviene tenerli ben presenti, ricordando quello che hanno sempre detto i diplomatici che hanno lavorato in Russia dall’Ottocento in poi, e anche diversi politici: i russi sono imprevedibili nelle difficoltà e nell’emergenza, ma sempre pericolosi.
Trump nelle sabbie mobili del Medio Oriente
L’altro tema affrontato da Trump è la soluzione del problema mediorientale. Per lui le alternative sono due: o le trattative, o l’annientamento dell’Iran da parte degli americani. Io credo che siano parole vuote, perché al momento gli Stati Uniti sono bloccati in quel teatro. Kennedy, Johnson e Nixon rimasero nel pantano vietnamese finché non riuscirono a chiudere la guerra. Trump invece non è in un pantano, ma nelle sabbie mobili del Medio Oriente.
Il 7 ottobre Hamas ha attaccato Israele, provocando circa 1.200 vittime, e sono seguite le reazioni israeliane. Poi gli Stati Uniti si sono uniti a Israele nell’attacco all’Iran, contro i siti nucleari e contro obiettivi strategici. Puntavano però su un obiettivo fondamentale: la certezza che la popolazione si sarebbe rivoltata e il regime sarebbe caduto. Non è andata così. Teheran ha reagito con una repressione interna brutale, che ha fatto quasi 50mila vittime tra gli oppositori. E ha mobilitato ancora i suoi alleati esterni: Hamas, Hezbollah, le milizie in Iraq e gli Houthi.
L’Iran si è rafforzato militarmente, e le conseguenze erano facili da immaginare: ha portato di fatto alla chiusura dello stretto di Hormuz e anche del Mar Rosso. Nessun armatore di una certa importanza fa viaggiare naviglio a rischio a Hormuz, e neppure nel Mar Rosso. I gruppi collegati all’Iran non possono interrompere del tutto il traffico, ma le loro azioni bastano a impedirne il pieno utilizzo. Teheran non ha dunque una capacità offensiva adeguata. Ha però una capacità difensiva estrema, che le permette di mantenere il controllo del proprio territorio. E ha capacità ritorsive, dirette o attraverso i suoi collegati, nello stretto di Hormuz e nel Mar Rosso.
Cosa chiede Trump a Xi
In questo contesto si inserisce l’altro incontro, lasciando ora da parte l’Onu: quello tra Trump e Xi Jinping. Il vertice vuole porre la possibilità di un’intesa all’attenzione dei due Paesi, ma soprattutto dei rispettivi popoli e di una comunità internazionale in crisi. Vale la pena fermarsi su questo aspetto, perché l’intesa tra Washington e Pechino sarebbe molto particolare, e voglio spiegare perché. In questa occasione, a differenza di altri incontri tra presidenti americani e presidenti russi o cinesi, sono più le cose che Trump deve chiedere di quelle che può offrire.
Di che cosa ha bisogno Trump? Anzitutto che la Cina lo aiuti a uscire dalle sabbie mobili del Medio Oriente. Non va dimenticato che la Cina importa circa il 90% del greggio esportato dall’Iran. È quindi un grande finanziatore di Teheran e può esercitare un peso notevole su quel governo. Poi Trump ha bisogno di poter contare sulle terre rare, su cui la Cina ha un quasi monopolio. E deve trovare un’intesa per limitare la corsa all’intelligenza artificiale. Molti gruppi americani hanno speso e investito cifre enormi in questo settore, e ora hanno bisogno anche di una pausa per rientrare da queste esposizioni.
Da parte sua, Trump è senz’altro in condizione di offrire a Pechino forniture sostitutive di gas e petrolio, almeno in parte. Può poi allentare il blocco commerciale. E può offrire alla Cina la possibilità di costruire negli Stati Uniti impianti per le auto elettriche. È un dossier complesso.
Taiwan, chip e dazi: le richieste di Xi
E il presidente cinese, che cosa ha da chiedere agli Stati Uniti? La richiesta fondamentale è politica: non fare alcun passo per facilitare o accogliere un’eventuale dichiarazione di indipendenza di Taiwan. L’isola, come sappiamo, è indipendente di fatto, ma non ha mai proclamato formalmente questa condizione. Pechino, del resto, considera Taiwan una provincia ribelle. Nella storia dell’impero cinese e della Cina sono state tante le occasioni in cui territori periferici o isole hanno vissuto una situazione del genere.
Tra l’altro, non si deve dimenticare quello che fece Nixon negli anni Settanta, quando riaprì le relazioni con la Cina dopo un lungo periodo di gelo. Nella famosa dichiarazione congiunta sino-statunitense riconobbe l’esistenza di una sola Cina, quella di Pechino, pur mantenendo la difesa strategica dell’isola di Formosa.
Su questo piano, che cosa chiede Xi? Il Congresso americano ha già deliberato un pacchetto da 14 miliardi di dollari per Taipei, e Xi chiede che Trump ne mantenga il blocco, cioè che non lo attivi. Poi punta a ottenere semiconduttori avanzati, che gli servono molto per lo sviluppo tecnologico e per l’intelligenza artificiale. Chiede infine, come ho già detto, l’allentamento dei dazi su molti prodotti che interessano alla Cina.
Un’ammissione di parità strategica
Come si vede, sono più le richieste da parte di Trump, e maggiori le sue difficoltà. Xi, invece, ottiene subito una cosa di straordinaria importanza, che Trump di fatto gli ha già riconosciuto: il rango di grande potenza mondiale, in dialogo diretto con gli Stati Uniti. Trump lo ha messo sullo stesso piano degli Stati Uniti. Lo ha fatto passare dalla posizione di rivale, diciamolo pure, strategico, a quella di possibile partner nella conduzione degli affari internazionali. È un’ammissione di parità strategica.
Senza un accordo di questo tipo, oggi è difficile pensare di mettere ordine nel disordine mondiale. Se questa politica avrà sviluppi, potrebbe addirittura aprire le porte a una fase di distensione. Sarebbe una fase analoga a quella che, durante la Guerra fredda, seguì i primi anni di duro scontro tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Dico di più. In questi mesi le due diplomazie hanno discusso anche di attivare una linea rossa telefonica tra Pechino e Washington, per evitare errori di valutazione e crisi non previste o non volute. Sarebbe una linea come quella realizzata tra Mosca e Washington dopo la crisi dei missili.
Si affacciano dunque due superpotenze, ciascuna con il proprio seguito e con le proprie alleanze e amicizie, ben note: sono i blocchi che si vanno costituendo. Questo incontro, però, potrebbe formalizzare un mutamento sostanziale. L’accettazione e l’avvio, speriamo, di una distensione, prima tra loro e poi tra i rispettivi blocchi, può rappresentare un passaggio importante. Certo, non significa cooperazione, e non significa nemmeno una distensione piena. Ne sarebbe però la premessa.
È, in fondo, il miracolo di cui parlavo all’inizio. Non può venire dai lavori delle Nazioni Unite, perché è impensabile che i problemi denunciati dal segretario generale, o le tensioni in atto, possano svanire da un momento all’altro. Da questo incontro, però, potrebbe prendere avvio una corresponsabilità sino-statunitense per il futuro del mondo. E questo sarebbe davvero un grande miracolo.




