I numeri del SIPRI parlano chiaro, l’Europa ha intrapreso con decisione il processo di potenziamento delle proprie strutture di difesa. Nel quinquennio 2021-2025, il volume globale dei trasferimenti internazionali di armi principali è cresciuto del 9,2% rispetto al periodo 2016-2020 — l’aumento più significativo dall’intervallo 2011-2015. Sono le cifre registrate dall’Arms Transfers Database del Stockholm International Peace Research Institute(SIPRI). Ma la statistica aggregata nasconde una trasformazione molto più profonda nella geografia della domanda e dell’offerta militare: il Vecchio Contenente è diventato la prima regione importatrice di armamenti al mondo, con il 33% delle importazioni globali, la quota più alta dagli anni Sessanta. Le importazioni europee sono più che triplicate rispetto al quinquennio precedente, con un incremento del 210%. Dietro questo numero c’è, naturalmente, l’Ucraina, che da sola ha assorbito il 9,7% di tutti i trasferimenti globali di armi principali nel periodo considerato, ma non è la sola. La quasi totalità degli Stati europei ha incrementato la propria domanda militare in risposta alla percezione di una minaccia russa crescente e, sempre più, alle incertezze sulla solidità dell’ombrello americano.
Washington consolida l’egemonia
In questo contesto di riarmo accelerato, gli Stati Uniti hanno ulteriormente cementato il loro ruolo di arsenale del mondo. La quota americana sul totale delle esportazioni globali di armi è passata dal 36% del 2016-2020 al 42% del 2021-2025, con una crescita in volume del 27%. Washington ha esportato armamenti a 99 Stati, e risulta tra i primi tre fornitori per 76 di essi.
Per la prima volta in due decenni, il SIPRI registra come la quota maggiore delle esportazioni americane non sia andata al Medio Oriente ma all’Europa: il 38% del totale, contro il 33% destinato alla regione del Golfo. Le esportazioni USA verso l’Europa sono aumentate del 217%. Un quarto di questi flussi verso il continente è costituito da aiuti militari all’Ucraina, sebbene il rapporto segnali che l’amministrazione Trump abbia ridotto sensibilmente tali trasferimenti nel 2025, con un aumento della segretezza che rende difficile fornire stime precise.
Il dato politicamente più significativo riguarda però i 29 Stati europei membri della NATO: le loro importazioni combinate sono cresciute del 143%, con il 58% proveniente dagli Stati Uniti. Il volume di trasferimenti americani verso gli alleati europei dell’Alleanza Atlantica è più che raddoppiato nel periodo. Segue la Corea del Sud con l’8,6%, Israele con il 7,7% e la Francia con il 7,4%.
Il crollo russo e la dipendenza concentrata
Sul fronte dei fornitori, il dato più clamoroso riguarda la Russia. Mosca era il secondo esportatore mondiale nel 2016-2020, con il 21% del mercato globale. In cinque anni è precipitata al sesto posto con il 6,8%, registrando un calo in volume del 64%, l’unico tra i primi dieci fornitori a segnare un segno negativo. La causa è duplice: il ritiro progressivo di clienti storici come Algeria, Egitto e Cina, e la pressione della guerra in Ucraina sulle capacità produttive e sulle linee di esportazione russe. Tre quarti delle esportazioni militari di Mosca nel quinquennio si sono concentrate su tre soli destinatari: India (48%), Cina (13%) e Bielorussia (13%). Un portafoglio geografico molto ristretto e vulnerabile.
L’Italia sale al sesto posto mondiale
Il capitolo italiano merita un’attenzione particolare, perché i dati SIPRI segnalano un vero cambo di scala. Le esportazioni di armamenti italiani sono cresciute del 157% tra i due quinquenni, portando Roma dalla decima alla sesta posizione tra i fornitori mondiali di armi principali, con una quota del 5,1% sul totale globale. È il secondo maggiore incremento percentuale tra i primi dieci esportatori, dopo il balzo di Israele (+56%).
La destinazione prevalente delle esportazioni italiane è il Medio Oriente, che assorbe il 59% del totale. I principali clienti sono il Qatar (26% delle esportazioni italiane), il Kuwait (17%) e l’Indonesia (12%). Solo il 13% va verso l’Europa. Il Qatar in particolare ha importato dall’Italia, nel quinquennio, 23 aerei da combattimento e cinque navi da guerra maggiori, una fornitura che da sola testimonia la portata industriale e politica del posizionamento italiano. Questo salto nelle classifiche riflette anche la crescita di Fincantieri, Leonardo e del comparto difesa italiano nel suo insieme, che hanno intercettato una domanda internazionale in forte espansione, specie nel segmento navale e aeronautico.
Quale autonomia europea?
Guardando al quadro europeo nel suo complesso, il SIPRI registra che i 27 Stati membri dell’Unione Europea hanno incrementato le proprie esportazioni combinate del 36%, raggiungendo il 28% del mercato globale — due terzi del volume americano, quattro volte quello russo, cinque volte quello cinese. Quattro dei dieci maggiori esportatori mondiali sono europei: Francia (seconda), Germania (quarta), Italia (sesta) e Spagna (decima).
La Francia, con una quota del 9,8% e una crescita del 21%, resta il secondo esportatore mondiale. I suoi principali clienti sono l’India (24%), l’Egitto (11%) e la Grecia (10%). Le esportazioni francesi verso l’Europa sono cresciute del 452%, ma il 79% dei flussi totali è ancora destinato fuori dal continente.
La Germania ha invece destinato all’Ucraina il 24% delle proprie esportazioni militari del periodo, consolidandosi come quarto fornitore globale con il 5,7% e superando la Cina. Una svolta significativa per un Paese che fino a pochi anni fa era attraversato da profonde reticenze sul tema della cultura militare e delle esportazioni di armi.
Il fronte asiatico e la partita con Pechino
La Cina rimane ferma al quinto posto con il 5,6%, con una crescita modesta dell’11%. Il 61% delle sue esportazioni è concentrato su un singolo destinatario, il Pakistan. Inoltre, la Cina registra anche un drastico calo delle importazioni (-72%), con Pechino che è uscita per la prima volta dalla top ten degli importatori dal 1991-95. Ma attenzione a non farsi ingannare da questi dati. Il calo della presenza cinese sul mercato è spiegabile in realtà con la crescente maturità della propria industria militare domestica e dalle necessità di potenziamento delle proprie forze armate. Per dirla in breve, Pechino non ha più bisogno di aiuti esteri per rispondere al proprio fabbisogno militare, diventato nel frattempo una priorità rispetto alla conquista di fette di mercato. Il calo delle importazioni cinesi ha prodotto di conseguenza una riduzione complessiva del 20% nelle importazioni regionali, ma nonostante questo l’Asia e l’Oceania restano la seconda area importatrice mondiale con il 31% del totale. Il Giappone, in piena fase di riarmo, ha aumentato le proprie importazioni del 76% e Taiwan del 54%, segnali delle percezioni di minaccia nell’Indo-Pacifico.
Il caso India-Pakistan
Elemento interessante citato dal rapporto SIPRI è il breve conflitto del maggio 2025 tra India e Pakistan, in cui entrambe le parti hanno impiegato armi importate, in particolare i caccia. Secondo valutazioni indipendenti, almeno quattro aerei da combattimento indiani sono stati abbattuti, anche se il Pakistan ne ha dichiarati cinque: tre Rafale (di fabbricazione francese), un MiG-29 e un SU-30MKI (di fabbricazione russa). Secondo quanto riferito, il Dassault Rafale sarebbe stato abbattuto dal Chengdu J-10 di origine cinese. Se confermato, sarebbe la prima volta di un Rafale perso in combattimento. L’Aeronautica militare francese ha “visto prove” dell’abbattimento di tre aerei, tra cui un Rafale, un Mirage 2000 e un Sukhoi russo, mentre per il governo indiano i tre jet sarebbero precipitati per cause sconosciute. In ogni caso, si è trattato di un evento significativo sia per la valutazione delle diverse tecnologie sia per il conflitto combattuto con armi completamente straniere.
Cosa dicono i dati sugli ordini futuri
Il rapporto SIPRI include anche una proiezione basata sugli ordini in corso o in fase avanzata di negoziazione. Il quadro che emerge conferma la supremazia americana nel lungo periodo: 936 aerei da combattimento in ordine per l’export, 254 elicotteri da combattimento, 803 sistemi di artiglieria. Nessun altro fornitore si avvicina a questi numeri. La Francia si distingue per 180 aeromobili da combattimento e 16 navi maggiori in ordine. L’Italia ha 96 veicoli corazzati e tre navi maggiori in pipeline. La Germania, per la prima volta, mostra 34 navi maggiori, un segnale del rilancio dell’industria navale tedesca.
La dipendenza europea: strutturale, non temporanea
Il quadro complessivo che emerge dal rapporto SIPRI descrive una trasformazione strutturale dell’architettura securitaria europea, con tre caratteristiche che meritano attenzione.
La prima è la dipendenza dagli Stati Uniti: il 48% delle importazioni europee totali e il 58% di quelle dei Paesi NATO proviene da Washington. In un momento in cui l’affidabilità americana come garante della sicurezza europea è oggetto di dibattito trasversale, questa dipendenza assume un carattere di vulnerabilità sistemica.
La seconda è la tensione tra mercati interni ed esterni dei grandi esportatori europei: Francia, Germania e Italia continuano a orientare la quota prevalente delle proprie esportazioni verso clienti extra-europei. L’obiettivo dichiarato di rafforzare la base industriale della difesa europea si scontra con questa logica commerciale, e trasferimenti intra-UE rappresentano ancora meno di un quinto delle esportazioni combinate dei ventisette.
La terza è l’emergere di nuovi attori intermedi, Corea del Sud, Israele, Turchia, come fornitori significativi per il mercato europeo, in quello che è a tutti gli effetti un mercato della difesa sempre più multipolare sul lato dell’offerta, anche se ancora dominato dagli Stati Uniti.
Per l’Italia, il messaggio è articolato. Sul piano industriale, i dati confermano una crescita reale e sostanziale dell’export militare, con un posizionamento di vertice a livello mondiale. Sul piano politico, il dato che il 58% delle importazioni NATO venga dagli USA — e che l’Europa resti strutturalmente dipendente da Washington per sistemi critici come gli F-35 e le difese aeree a lungo raggio — dovrebbe animare con urgenza rinnovata il dibattito sull’autonomia strategica, che troppo spesso rimane confinato al livello della retorica istituzionale.



