Le due culture. Gli studi umanistici: una risorsa per il convivere civile

Prosegue, e si avvierà presto a conclusione, il dibattito sulle ‘’due (tre) culture’’ avviato mesi or sono su BeeMagazine da un intervento del professore Mario Capasso ("Cultura umanistica e sostenibilità") seguito da numerosi articoli di docenti provenienti dai versanti della cultura umanistica e di quella scientifica, scrittori, sociologi, filologi, artisti, storici della scienza

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Negli ultimi anni, almeno a partire dal saggio di Martha Nussbaum (Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, trad. it., Bologna, il Mulino, 2011 [2010]), articoli e saggi pro e contro gli studi umanistici sono stati così numerosi, almeno in Italia, che sembra inevitabile non pensare che gli studi umanistici stiano attraversando ormai una crisi epocale. Con punte aberranti, di cui qui non si parlerà, che hanno invocato la chiusura dei corsi di laurea umanistici.

È vero, peraltro, che in certi ambiti, soprattutto quelli biomedici, grazie in particolare ad una nuova sensibilità dovuta in gran parte all’imporsi di una disciplina come la bioetica, è sentita come urgente una più stretta alleanza con le Humanities.

I due fenomeni ― il primo, che potremmo rappresentare come una chiamata in giudizio della tradizione umanistica, è soprattutto un dibattito sul modello educativo scolastico e, quindi, circa il ruolo che per la formazione di un cittadino del XXI secolo possono ancora avere le discipline umanistiche, il secondo invece nasce piuttosto sul duplice terreno della pratica clinica, quello del rapporto medico paziente, e della ricerca biomedica, con le numerose e inedite questioni che essa pone alla coscienza ― sono in buona parte indipendenti, anche se gli sviluppi del secondo potrebbero essere visti già come una risposta, almeno parziale (parziale perché nei due casi gli ambiti umanistici di riferimento non sono del tutto coincidenti), al primo.

D’altro lato, se vediamo le cose ancora in un’altra prospettiva, è incontestabile che una rottura, e non da oggi, si è prodotta all’interno della stessa cultura umanistica, sicché non sarebbe fuori luogo parlare dell’ambito umanistico come di un campo di battaglia mai (e da sempre) del tutto pacificato.

Già nel 1995 Armando Petrucci in un lucido saggio poco letto Leggere per leggere: un avvenire per la lettura, da una prospettiva non difensiva registrava i cambiamenti nelle scelte degli editori e dei lettori, in tutto il mondo, con particolare riferimento agli Stati Uniti, parlando di canone contestato in riferimento alle nuove tendenze di lettura, che anche laddove non fossero solo mere letture di svago o Triviallitteraturrappresentavano comunque una presa di distanza dal paradigma classico della cultura e della biblioteca eurocentrica da Omero a Goethe, a Sartre e Foucault; ricordando due date precise: il 1989, con le prime discariche di libri nel mondo, a Lipsia, e l’anno precedente, nel 1988, con la contestazione nell’università di Stanford delle letture obbligatorie che erano richieste alle matricole e che rappresentavano un concentrato della cultura eurocentrica.

E, come ricordava lo stesso Petrucci, non era la prima volta che un canone di testi scritti venisse contestato e mutato, si pensi solo (riporto gli esempi dello stesso Petrucci) al III-V secolo quando la cultura cristiana sostituì un suo canone a quello degli autori latini e greci (la duplex bibliotheca graeca et latina) e ai secoli XIV-XV quando gli umanisti italiani rifiutarono il canone proprio della cultura universitaria opponendogli un’altra biblioteca che ritornava ai classici e ai padri della Chiesa.

Petrucci parlava della messa in discussione di canoni di testi scritti (il suo saggio appariva in una raccolta di studi sulla storia della lettura), ma non diversamente si potrebbe citare un altro canone, questa volta orale, quello omerico e, quindi, il severo giudizio platonico pronunciato su Omero, come cattivo educatore dell’Ellade, su cui Eric H. Havelock ha fatto luce circa sessant’anni fa.

Ciò che oggi, tuttavia, si presenta con una carica di novità è che ad essere contestato non è solamente un canone, una biblioteca, e ciò non è comunque irrilevante, ma è un’intera tradizione di studi ad essere messa in questione. E la spinta ad affossare gli studi umanistici sembra provenire dalla società stessa: un segnale inequivocabile, in Italia, lo metteva in evidenza già dodici anni fa il compianto Luca Serianni, è la caduta verticale del Liceo Classico nelle scelte delle famiglie italiane.

In questo venir meno della fiducia nel valore formativo degli studi classici è certo che abbia avuto un peso il tipo di mediazione scolastica e no che ha veicolato quella cultura e quei testi. Sia pure con una certa esagerazione e con un gusto eccessivo per i giudizi taglienti penso che Claudio Giunta abbia ragione quando afferma che “[in] proporzione con i suoi marmi e i suoi affreschi, l’Italia ha ereditato una retorica istupidente, una nozione della cultura classica come qualcosa che nobilita grazie al semplice contatto, come la mano del sovrano nelle superstizioni medievali” (E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica, Bologna, il Mulino, p. 280). In un saggio assai documentato Giovanni Solimine (Senza sapere. Il costo dell’ignoranza oggi in Italia, Roma/Bari, Laterza, 2015), sono passati ormai nove anni, vedeva la stessa situazione da un altro punto di vista laddove affermava, e in realtà si riferiva alla conoscenza in senso ampio, che in Italia, nonostante la sua grande tradizione culturale, intellettuali e ceto politico raramente hanno inciso sull’opinione pubblica e nel promuovere una conoscenza diffusa.

Allora, la contrapposizione non è tanto tra studi umanistici e scientifici (le due culture di Ch. P. Snow), quanto tra competenze umanistiche e scientifiche da un lato e ignoranza dall’altro (come, poi, entrambe le competenze siano complementari e importanti per il cittadino di oggi, che vive nell’età della conoscenza, lo sostengono con validissime argomentazioni gli autori de Le proposte dei Lincei per l’italiano, la matematica, le scienze, Roma, Carocci, 2015).

Non meraviglia allora che così come la società dimostra insofferenza e sfiducia verso la tradizione umanistica questa stessa insofferenza e incomprensione si colga nella classe politica come ha ben messo in evidenza su questo magazine il papirologo Mario Capasso: “Quello che […] deve allarmare noi cultori degli studi umanistici è purtroppo la pericolosa tendenza in atto nel nostro Ministero dell’Università e nelle nostre autorità governative a privilegiare corsi di laurea proiettati su discipline scientifiche e tecnologiche con la motivazione che il mondo dell’industria e la società è di esse che avrebbe bisogno. Spie di questa tendenza sono il dibattito sulla pretesa inutilità o obsolescenza del liceo classico, il tentativo di eliminare la storia dalle prove delle maturità, la semplificazione della traduzione e addirittura la ventilata eliminazione degli scritti in queste stesse prove. C’è il concreto rischio che i corsi di laurea di impianto umanistico diventino la cenerentola della nostra struttura universitaria”.

È necessario se vogliamo contrastare questa tendenza cogliere la vera natura degli studi umanistici. Ebbene, il proprium degli studi umanistici è il testo. Ed è proprio nell’approccio al testo, negli approcci al testo che essi si caratterizzano, che essi rivendicano la loro peculiarità e la loro ragion d’essere.

Una famosa pagina di Nietzsche spesso citata indica la direzione in cui conviene muoversi se si vuole essere fedeli a questo compito.

Nietzsche si riferiva alla filologia e pensava soprattutto alla sua opera, nella fattispecie Aurora, ma ritengo che ciò che dice possa valere con assoluta aderenza per la pratica umanistica in generale: “Filologia […] è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e che non raggiunge nulla se non lo raggiunge lentamente. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un’epoca del ‘lavoro’, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol ‘sbrigare’ immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo; per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e in dietro […] con dita ed occhi delicati… ” (Prefazione ad Aurora).

Qui, si badi bene, è ritratta un’arte dell’attenzione, la lentezza non è mera perdita di tempo o un compiacimento di sfaccendati, è piuttosto un’attitudine alla cura del particolare, ove traspare, come è proprio dell’artigiano (l’orafo), l’amore sì per l’opera finita, ma ancor più per l’atto stesso dell’operare.

Non sarà un caso che in questa nostra epoca gli artigiani siano sempre più rari. E già che parliamo di filologia essa è anche un’arte del mettersi in ascolto, senza pensare al tempo. Chi parla, il testo, ha da poter dire ogni cosa. In una parola, qui è questione di generosità. Si indica un modo di stare al mondo.

Porsi difronte a ogni altro in silenzio, ascoltando le sue ragione, decifrandone le parole. Niente più lontano da quest’arte che la professione del giudice. Anche l’errore ha valore per il filologo. Niente meno pertinente per quest’arte che ascoltare solo il suono delle proprie parole. Il testo va sottratto alla cattura della verità. Qui non è come per i cercatori d’oro che col setaccio separano il prezioso metallo dalla sabbia qui siamo difronte a quella umanissima scienza che vuole ascoltare ogni testo nella sua genuina espressione. La generosità che è, nel punto più alto, capacità di mettersi al posto dell’altro, vive pienamente negli studi umanistici.

Il lavoro ecdotico da due secoli a questa parte (la Teubneriana ha iniziato le sue pubblicazioni nel 1823) è stato imponente e non sarà azzardato paragonare questa translatio textuum a ciò che accadde allorché i monaci, nei loro scriptoria, posero in salvo l’Antichità classica e cristiana o quando, in centri traduttivi della Siria prima, di Bagdad poi e successivamente nei centri traduttivi spagnoli e italiani la cultura greca venne trasferita in altre lingue e altre culture o, infine, quando  nella prima età moderna con l’avvento del libro tipografico, i testi antichi e medievali (latini, greci, ma anche ebraici e arabi e volgari) vennero stampati per la prima volta. Di questo si dovrà essere consapevoli, lettori e studiosi, ora che la rivoluzione informatica impone un’altra traslatio, quella digitale, che si annuncia ancor più imponente delle altre.

Consapevoli che ciò che stiamo lasciando alle spalle si colloca all’apice di una lunga tradizione di studi, di abitudini di lavoro e di osservazione; di una tecnica infine, quella tipografica, che ha reso uniformi i testi; di una scienza, la filologia, che, quei testi, li ha fissati. Qui non si tratta, però, di contrapporre il vecchio al nuovo, quanto piuttosto di essere avvertiti, come lettori, che questo passaggio non è del tutto privo di insidie e che, soprattutto, incombe, sul lettore digitale dei nostri giorni, il pericolo di perdere, nell’atomizzazione della consultazione on line, la mirabile grandiosità di queste cattedrali (editoriali), il rischio è di non vederne il disegno, l’insieme, l’architettonica del sapere.

D’altro lato, il filologo digitale potrebbe essere abbagliato dal mito della rapidità, senza pensare, lo diceva con chiarezza il gesuita R. Busa, pioniere dell’applicazione dell’informatica ai testi, che l’informatica umanistica porta piuttosto (e qui sta un suo grande merito) a moltiplicare i controlli, le comparazioni, che il suo guadagno non sta tanto nell’accorciare i tempi quanto invece nell’esaustività dell’indagine, nella possibilità di porre ai testi nuove domande, quindi di analizzarli (anatomizzarli) come mai prima è stato possibile (e neppure pensabile).

Non meno urgente è denunciare e con forza l’insofferenza diffusa al giorno d’oggi per una comprensione storica dell’agire e del pensare. Il testo, anche il testo che ciascuno di noi sempre è, vive necessariamente in un contesto con il quale intesse rapporti di vario genere e dal quale non può prescindere chi sia interessato alla sua comprensione “Purtroppo – ha detto con sapienza pedagogica uno storico italiano – sin dai primi passi dell’itinerario formativo, fin da bambini, si è sollecitati a parlare, ad esprimersi, prima di aver ascoltato e visto, si è invitati a formulare idee piuttosto che a redigere un umile riassunto. Il training verso un narcisismo intellettuale, oltre a qualche irritante traccia di superbia, induce a cancellare l’alterità dei segni e quindi a produrre deformate, insufficienti letture.

L’occhio del ricercatore, al contrario è modesto, docile, curioso. E si intuisce come l’attività dello studio, non soltanto nella fase interpretativa, abbia una dimensione etica” (Vattuono, Come scrivere la storia, in G. Poma (a cura di), Le fonti per la storia antica, (“Itinerari”), Bologna, Il Mulino, 2008, p. 18). Le parole intessute nei nostri discorsi, tessuto delle nostre relazioni, parole che da sempre ci collocano in una dimensione storica (perché da sempre siamo in un flusso di parole), parole buone, parole violente e d’odio, parole difficili, parole che vanno dette e parole taciute, esse sono il segno della nostra umanità.

“[…] se vogliamo fare il mestiere più difficile, – ha detto con forza uno dei nostri maggiori intellettuali, Tullio De Mauro – il mestiere di esseri umani e persone civili, possiamo e dobbiamo trovare, fra le parole della lingua, quelle che fanno viaggiare meglio i sensi che vogliamo esprimere. Come insegnava Giacomo Leopardi, perfino quando il senso da esprimere è oscuro e incerto per noi tutti, possiamo trovare parole chiare per esprimere l’oscurità e l’incertezza che accompagnano tanta parte della nostra esistenza” (De Mauro Guida all’uso delle parole, (“Libri di base”), Roma, Editori Riuniti, 1980, p. 101). Parole, testo, contesto, ascoltare, comprendere, esprimere, argomentare. Proviamo a ripartire da qui per costruire una società civile meno incattivita, meno sfiduciata, più tollerante, più giusta, più autenticamente democratica.

 

Franco A. Meschini – Professore di Storia della Scienza, Università del Salento

 

 

 [1] Riprendo alcune considerazioni con modifiche e aggiunte, svolte nel corso di una tavola rotonda, indetta dall’Università del Salento per la “Giornata mondiale della Terra” (22 aprile, 2021), di cui una prima versione è apparsa nel sito https://associazionedonumvitae.wordpress.com/ . Come in quella circostanza dedico queste riflessione alla memoria del cardinale  Elio Sgreccia, mio primo maestro di studi umanistici.

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