C’è una scena che racconta meglio di molte analisi accademiche cosa è diventata l’intelligence nell’era digitale. È il febbraio 2022, ore prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Mentre i canali diplomatici dibattono ancora sulla probabilità di un attacco, piattaforme come Bellingcat tracciano in tempo reale i movimenti delle truppe russe usando Google Maps, TikTok e immagini satellitari commerciali. Non agenti sotto copertura, non intercettazioni classificate: dati pubblici, accessibili in linea di principio a chiunque abbia una connessione internet e sappia dove guardare. È quello che gli addetti ai lavori chiamano OSINT, cioè Open Source Intelligence, la disciplina che prevede la raccolta, l’analisi e l’interpretazione di informazioni provenienti da fonti pubbliche e aperte per trasformarle in intelligence utilizzabile.
Quattro anni dopo, la Relazione annuale 2026 sulla politica dell’informazione per la sicurezza — presentata a Roma dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) con il titolo Governare il cambiamento — fotografa una realtà già strutturalmente mutata. Secondo quanto dichiarato dal Direttore del DIS, il prefetto Vittorio Rizzi, nella conferenza stampa di presentazione, le fonti aperte rappresentano oggi circa il 30% delle informazioni sensibili che i servizi di intelligence portano all’attenzione dei decisori. Non un’appendice, non un supplemento: quasi un terzo del flusso informativo che alimenta le scelte di sicurezza nazionale.
Eppure dire che l’informazione è “aperta” non significa che sia accessibile. È qui che si annida il paradosso centrale dell’OSINT nell’era contemporanea.
Il problema è discernere
A questo amalgama di rischi e opportunità si somma il potenziale sovraccarico informativo prodotto dall’enorme quantità di informazioni reperibili online e dalla velocità della loro diffusione, fattori che richiedono all’intelligence un continuo adattamento di processi e strumenti al fine di valorizzare le informazioni rilevanti per la sicurezza nazionale.
È una formulazione burocratica, ma descrive con precisione la sfida. Il mondo produce ogni giorno miliardi di post, video, immagini satellitari, tracce AIS di navi, transponder ADS-B di aerei, thread sui social, dichiarazioni di funzionari, comunicati di gruppi armati. Tutto teoricamente disponibile. Tutto, nella sua mole complessiva, sostanzialmente inaccessibile a un analista umano che voglia davvero orientarsi.
L’OSINT non richiede autorizzazioni o accessi riservati: la sua forza sta nella capacità di collegare dati dispersi, scoprendo pattern, conferme o contraddizioni nascoste in piena vista. Ma “in piena vista” è un’espressione che nasconde una complessità enorme. Vedere non equivale a capire. Raccogliere non equivale ad analizzare. E nell’oceano del rumore digitale, trovare il segnale rilevante richiede strumenti che fino a pochi anni fa non esistevano.
Per questo la Relazione 2026 individua nell’innovazione tecnologica non più un mero supporto all’attività di intelligence, ma il suo motore. L’innovazione tecnologica ridefinisce le modalità di esercizio del potere, modifica la natura delle minacce e condiziona la capacità dello Stato di prevenirle e contrastarle. L’intelligenza artificiale e il computing dei big data diventano la condizione necessaria per sfruttare appieno quel 30% di cui parlava Rizzi. Senza di essi, quella quota di informazioni rimane lettera morta.
L’OSINT democratizzato
La guerra in Ucraina ha rappresentato il banco di prova definitivo. Dall’inizio dell’invasione russa nel 2022, esperti, attivisti e semplici cittadini hanno documentato in tempo reale le fasi della guerra grazie a fonti aperte. I soldati ucraini utilizzano contenuti pubblici per anticipare manovre, monitorare spostamenti, verificare l’efficacia degli attacchi.
Non si tratta solo di giornalismo investigativo. La Russia aveva sostenuto che le immagini di Buča fossero una messinscena, ma gruppi di analisti OSINT hanno recuperato immagini satellitari ad alta risoluzione scattate settimane prima, quando la città era ancora sotto controllo russo, confrontandole con i video realizzati dai droni e dalle forze ucraine al momento della riconquista. È stato un momento di svolta: la fonte aperta, incrociata e verificata con metodo, aveva prodotto una prova che i canali istituzionali avrebbero impiegato mesi a costruire.
Il fronte iraniano non è diverso. Piattaforme social sono diventate i canali primari per le informazioni in tempo reale sui conflitti, con strumenti specializzati per il monitoraggio dei canali locali e per la rilevazione delle narrative emergenti. L’assenza di segnali AIS o ADS-B in una regione può già di per sé indicare attività militare. La traccia di un drone commerciale può rivelare una rotta logistica. Un video geolocalizzato male può, al contrario, trascinare analisti e decisori verso conclusioni false – con conseguenze potenzialmente letali, come ha dimostrato un caso documentato in Yemen in cui un’identificazione errata basata su fonti aperte ha contribuito a un attacco contro civili.
Il problema, insomma, non è la scarsità dell’informazione. È la sua abbondanza, e la difficoltà di distinguere il vero dal verosimile dal falso.
La guerra cognitiva e il “model collapse”
Qui si innesta una delle analisi più originali della Relazione 2026. L’utilizzo sfrenato dell’intelligenza artificiale nei dataset di addestramento dei modelli linguistici potrebbe comportare un abbassamento della qualità e della fedeltà delle informazioni – quello che i ricercatori chiamano “model collapse”. In questo modo, quanto realizzato dall’uomo passerebbe in secondo piano in una progressiva erosione epistemica. La società avrà più difficoltà a distinguere il vero dal falso, e le fake news potrebbero circolare ancora più velocemente.
Il paradosso è dunque completo: l’IA è lo strumento indispensabile per processare le fonti aperte, ma è al tempo stesso il principale vettore con cui quelle fonti vengono inquinate. Siamo già nella guerra cognitiva, ovvero quella operazione che si prefigge di cambiare la percezione della realtà agendo direttamente sui processi decisionali. Per contrastarla, i servizi italiani guardano a tecnologie decentralizzate capaci di autenticare i contenuti e garantire la loro immutabilità.
La disinformazione non è più un sottoprodotto accidentale della comunicazione online, ma un ecosistema complesso, dove la competenza critica e l’attenzione alla provenienza dei contenuti diventano strumenti essenziali per distinguere tra realtà, manipolazione e narrazione artificiale. L’analista OSINT del futuro deve saper fare tutto questo, e farlo in tempo reale, mentre il flusso di dati continua a scorrere senza sosta.
Analisti OSINT cercasi
Non è un problema solo tecnologico. È anche — forse soprattutto — un problema di capitale umano. Lo stesso Rizzi ha ammesso che il DIS sta lavorando con un approccio che definisce “antropocentrico”: la tecnologia serve l’analista, non lo sostituisce. E per farlo efficacemente, servono profili nuovi. Attualmente l’intelligence italiana conta già settantacinque tipologie di profilo professionale diverso al proprio interno. Un numero che fotografa l’eterogeneità già raggiunta, ma che non copre ancora tutto ciò che il nuovo scenario richiede.
Non è un caso che i servizi abbiano avviato una nuova ricerca di professionalità con specifiche competenze nel campo delle tecnologie avanzate, sicurezza digitale, terrorismo, OSINT e analisi economico-finanziaria. Il bando, con scadenza a fine marzo, segnala che la transizione non è più solo teorica: si cerca chi sa districarsi nell’universo delle fonti aperte con gli strumenti dell’IA, chi sa distinguere un’informazione autentica da un deepfake, chi conosce le piattaforme dove i movimenti estremisti comunicano e reclutano.
Su questo fronte, la Relazione sottolinea un rischio specifico per la sicurezza interna. Nella conferenza stampa, il Direttore dell’AISI Bruno Valensise ha richiamato la necessità di monitorare le prossime manifestazioni di piazza, con un’attenzione particolare alla possibile saldatura tra ambienti anarchici e radicalismo islamico. È esattamente il tipo di minaccia che l’OSINT può intercettare con anticipo, se si sa dove guardare, e con quali strumenti interpretare ciò che si trova. Canali social, forum online, gruppi di coordinamento digitali: tutto è tecnicamente aperto, tutto richiede competenze specifiche per essere letto.
Intelligence previsionale nell’epoca del rumore
La sintesi che emerge dalla Relazione 2026 è quella di un’intelligence che deve diventare sempre più previsionale – capace di anticipare le minacce prima che si manifestino – in un contesto in cui i segnali rilevanti sono dispersi in un oceano di rumore digitale, e in cui gli stessi strumenti che aiutano l’analisi vengono sistematicamente usati per inquinarla.
Dal punto di vista dell’intelligence, la raccolta e l’analisi delle informazioni è solo una parte del lavoro. I servizi dovranno anticipare il tipo di tecnologia che emergerà, come si diffonderà, chi c’è dietro e in che modo potrebbe cambiare gli equilibri geopolitici. Nel mondo in cui viviamo non è più possibile dividere tra minacce fisiche e digitali: ormai sono un tutt’uno.
L’OSINT, in questo quadro, non è una moda né un’alternativa all’HUMINT o alla SIGINT. È il terzo pilastro di un sistema che deve imparare a integrare fonti radicalmente diverse: l’agente umano sul campo, l’intercettazione tecnica, l’analisi del flusso pubblico, in un’unica immagine coerente della realtà. Una realtà che, nell’epoca del digitale, si riscrive ogni ora. E che nessun analista, per quanto preparato, può seguire da solo.




