La difesa cresce sulle Borse e l’Italia pesa sempre di più

Il boom della difesa europea passa anche dalle borse. Mentre Berlino guida la crescita degli investimenti militari, Roma consolida la sua posizione di secondo motore industriale del comparto europeo

Per anni, le azioni del comparto difesa sono state considerate un investimento di nicchia. L’invasione russa dell’Ucraina ha costretto, invece, a un cambio di paradigma, e oggi il settore è tra quelli la cui crescita è registrata tra le più robuste nei listini continentali, spinta dalle necessità di potenziamento delle proprie architetture militari dei Paesi NATO e da una nuova consapevolezza dell’importanza strategica del comparto.

Dalla marginalità alla centralità

Prima del 2022, pochi avrebbero scommesso su sulle aziende delle difesa come titoli leader nel medio periodo. Oggi, un’azienda come la tedesca Rheinmetall vale quasi novanta miliardi di euro in Borsa — venti volte più di tre anni fa — e la francese Thales supera i 55 miliardi, triplicando la capitalizzazione pre-guerra. L’onda lunga degli investimenti militari ha rimesso in moto l’intera filiera continentale, coinvolgendo gran parte dei grandi gruppi del settore europei come Leonardo, BAE Systems, Airbus Defence, ma non solo.

Difesa europea

A spingere questa crescita del comparto nel settore finanziario non ci sono solo le decisioni dei singoli Stati, ma un cambio strutturale nei bilanci europei. Secondo le stime, il budget della difesa nel Vecchio continente (compreso il Regno Unito) crescerà dell’8% annuo fino al 2030, arrivando al 3% del Pil aggregato, ovvero oltre 700 miliardi di euro. A questo si aggiunge l’obiettivo condiviso dai Paesi della Nato di portare le spese per la difesa e la sicurezza al 5% del PIL entro il 2035. A sostegno di tutte queste iniziative, intervengono anche i fondi messi a disposizione dall’Unione europea, che come istituzione ha impresso una decisa accelerazione nel dossier della Difesa comune.

Italia e Germania sul podio

La parte del leone la farà la Germania, che contribuirà per un terzo alla crescita complessiva. Ma subito dopo viene l’Italia, grazie a un’industria con forti competenze integrate nella supply chain continentale, seguita da Spagna e Francia. I grandi integratori come Leonardo e Fincantieri restano il baricentro della capacità tecnologica italiana, con portafogli che vanno dalle orbite all’underwater. La posizione italiana si distingue per la sua flessibilità di alleanze industriali, capace di collaborare con partner americani quando necessario (come nel caso della cooperazione industriale con Lockheed Martin per l’assemblaggio delle sezioni del caccia F-35 a Cameri, in Piemonte, o la presenza di Fincantieri negli Stati Uniti per la realizzazione delle fregate Constellation), ma anche di guidare programmi europei autonomi come Eurofighter, il Global Combat Air Programme (GCAP) e i progetti spaziali coordinati con Airbus e Thales. Un equilibrio complesso che garantisce a Roma un ruolo di ponte tecnologico tra Europa e NATO.

La svolta del “Made in Europe”

Il dato più interessante arriva anche dalle quote di procurement: per la prima volta da decenni, gli Stati europei stanno scegliendo in maggioranza prodotti propri. Se fino a due anni fa il 70% degli ordini andava verso fornitori americani, turchi, israeliani o sudcoreani, oggi il 75% degli ordini recenti è diretto a industrie europee. Un ribaltamento storico, legato non solo alla volontà politica di autonomia strategica, ma anche alla maggiore capacità produttiva sviluppata in tempi record. Per fare degli esempi, le linee per l’artiglieria da 155 mm hanno aumentato la produzione di undici volte; i radar di sorveglianza e difesa aerea, di sei. Numeri che segnalano la nascita di un vero complesso industriale europeo capace di reagire, innovare e consegnare in tempi rapidi.

Le lacune da colmare

Restano tuttavia nodi critici. L’Europa non dispone ancora di una piena capacità di difesa aerea a lungo raggio — un gap che non sarà colmato prima del 2035. Mancano anche competenze consolidate nei sistemi di allerta precoce satellitare, oggi garantiti solo dagli Stati Uniti. La sfida, dunque, non è soltanto investire di più, ma investire meglio, in modo coordinato e sostenibile.

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