Iraq addio. Conclusa la presenza militare italiana

Con il rientro degli ultimi team logistici si concludono ventitré anni di presenza italiana in Iraq. Da Antica Babilonia a Prima Parthica, Roma si allinea alla previsione della Coalizione di lasciare a Baghdad l’onere della propria sicurezza
Italia Iraq

Gli ultimi militari italiani hanno lasciato l’Iraq oggi. Erano i team incaricati di recuperare e trasferire i materiali. Il grosso del contingente era rientrato già a marzo, quando la guerra con l’Iran era arrivata dentro la base di Erbil. Nel comunicato del ministro della Difesa Guido Crosetto, il rientro dei nostri militari avviene “non per una decisione italiana, ma perché entriamo in una fase diversa, concordata con le Autorità irachene e con i Paesi partner, che prevede la piena assunzione di responsabilità da parte delle forze di sicurezza irachene”. Le missioni Inherent Resolve e NATO Mission Iraq continueranno ad operare, ma gestiti da altri Paesi, mentre resta attivo il personale dell’Alleanza attivo per l’Iraq nel Joint Force Command di Napoli. In territorio iracheno restano due carabinieri, inseriti nella missione civile europea EUAM. Il passaggio segue l’intesa tra Baghdad e Washington raggiunta nel settembre 2024 con la quale i due governi hanno fissato a fine settembre 2026 il termine per chiudere la missione della Coalizione contro lo Stato islamico. A gennaio l’Iraq aveva già annunciato il completo sgombero delle basi nel territorio federale, escluso il Kurdistan autonomo. Il governo iracheno celebrerà il 30 settembre come “Giornata della sovranità nazionale”.

Gli attacchi iraniani

Dal 28 febbraio, giorno in cui Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra all’Iran, le basi nel Kurdistan iracheno sono state attaccate con regolarità. Nella notte tra l’11 e il 12 marzo un drone ha colpito Camp Singara, la base italiana dentro l’aeroporto di Erbil. Lo Shahed ha distrutto un mezzo militare e danneggiato alcune infrastrutture. Gli oltre trecento militari erano già nel bunker e nessuno è rimasto ferito. L’attacco è stato rivendicato da milizie sciite irachene filoiraniane. Nelle stesse ore un drone uccideva un soldato francese e ne feriva sei in una base nel governatorato di Erbil. In quella occasione il ministro Crosetto aveva dato i numeri di un ripiegamento già avviato: circa cento militari rientrati in Italia, una quarantina spostati in Giordania e 141 rimasti da far uscire via terra, probabilmente attraverso la Turchia, perché non era possibile mandare un aereo. Nei giorni successivi hanno annunciato il ritiro anche Ungheria e Polonia. Da Baghdad l’allora premier Mohammed Shia al-Sudani aveva spiegato che l’Iraq, d’accordo con gli alleati, avrebbe anticipato la fine della Coalizione.

La presenza italiana in Iraq

Il rientro conclude ventitré anni di presenza del tricolore in Iraq, a partire dall’operazione Antica Babilonia, passando per diverse fasi, diverse missioni e anche momenti drammatici come l’attentato a Nassiriya. Le nostre Forze armate sono entrate la prima volta nel Paese asiatico dal luglio 2003, con l’avvio della missione Antica Babilonia. Oltre tremila militari si schierano nel sud sciita del Paese, con base principale a Nassiriya, capoluogo del Dhi Qar. Nei tre anni e mezzo di missioni si avvicenderanno circa trentamila militari italiani.

Una presenza che vedrà cadere in Iraq quaranta italiani, tra civili e militari. Il 12 novembre 2003 un camion carico di esplosivo viene lanciato contro la base Maestrale. I morti sono 28. Diciannove sono italiani: dodici carabinieri, cinque militari dell’Esercito e due civili. Per le Forze armate è la perdita più pesante dal dopoguerra. Tra aprile e agosto 2004 i bersaglieri combattono a Nassiriya contro l’Esercito del Mahdi per il controllo dei ponti sull’Eufrate. Il 4 marzo 2005 Nicola Calipari, funzionario del Sismi, viene ucciso dal fuoco di soldati americani mentre accompagna all’aeroporto di Baghdad la giornalista liberata Giuliana Sgrena. Poi il governo Prodi chiude la missione. A quel punto gli italiani morti in Iraq sono 39.

Fino al 2011 i carabinieri restano a Baghdad per formare la polizia irachena, nella missione addestrativa della NATO. A dicembre di quell’anno lasciano il Paese anche gli americani. Nel giugno 2014 le divisioni irachene, addestrate ed equipaggiate dall’Occidente, si dissolvono a Mosul davanti a poche migliaia di miliziani dello Stato islamico. Da quel crollo nasce la seconda missione italiana.

Prima Parthica

Ad agosto 2014 l’Aeronautica intraprende le prime missioni di trasporto e consegna di aiuti umanitari alle forze governative che contrastano le formazioni di Daesh. L’operazione vera e propria parte il 14 ottobre, all’interno della Coalizione Inherent Resolve. L’Italia attiva il Kurdistan Training Coordination Center di Erbil e la Police Task Force a Baghdad guidata dall’Arma dei Carabinieri. Le forze speciali della Task Force 44, di base a Kirkuk, addestrano il Counter Terrorism Service iracheno e le unità speciali curde. Dal Kuwait gli aerei dell’Aeronautica fanno ricognizione e rifornimento in volo per la Coalizione.

Il picco arriva con l’offensiva su Mosul. Nel 2016 i militari in Iraq sono 1.400, per un costo di 334 milioni. Nel 2017 diventano 1.500. Circa cinquecento di loro vengono schierati a protezione del personale della Trevi, impegnata nel risanamento della diga di Mosul. La diga si trova a 38 chilometri dal centro della città, allora ancora in mano al Califfo. A gennaio 2017 sono circa settemila i peshmerga addestrati dagli italiani, sui circa 18mila formati dal centro di Erbil. Il lavoro è andato avanti anche dopo e dall’inizio della missione il totale fra iracheni e curdi addestrati dai nostri militari arriva a decine di migliaia.

La sconfitta territoriale di Daesh non fa diminuire la pericolosità dello schieramento e il 10 novembre 2019 un ordigno ferisce cinque militari delle forze speciali: due del 9° Col Moschin e tre incursori del Comsubin. Lo Stato islamico rivendica l’attacco attraverso Amaq. A gennaio 2020, dopo l’uccisione di Qassem Soleimani, i missili iraniani su Erbil costringono il contingente nei rifugi. In dodici anni Prima Parthica non ha avuto caduti per azione ostile. Un sottufficiale della Marina è morto per un malore improvviso a Baghdad nel 2019.

Tra maggio 2022 e maggio 2023 l’Italia ha guidato la NATO Mission Iraq. Ha coordinato 26 Paesi alleati e due partner, contribuendo fra l’altro alla difesa cibernetica irachena.

Il conto

Dal 2003 l’Italia ha speso in Iraq ben oltre i quattro miliardi di euro. Antica Babilonia da sola è costata 1,75 miliardi. Nel rapporto del 2017, sui primi quattordici anni, alla spesa militare di oltre 2,6 miliardi corrispondevano 360 milioni per la cooperazione e l’assistenza civile. Per il 2025 la Camera indica un fabbisogno di 272,8 milioni.

Che Iraq lasciamo

Dopo il voto di novembre 2025 l’Iraq è rimasto per mesi senza governo. Lo stallo si è sbloccato solo dopo l’intervento di Donald Trump contro Nouri al-Maliki: il presidente americano aveva minacciato di sospendere ogni sostegno all’Iraq in caso di un suo ritorno. L’11 aprile il parlamento ha eletto presidente Nizar Amedi. Il premier Ali al-Zaidi è un quarantenne senza esperienze politiche o di governo. Ha giurato con una squadra incompleta, priva fra l’altro dei ministri dell’Interno e della Difesa.

Il 21 marzo il conflitto scatenato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha impattato anche l’Iraq, con gli attacchi lanciati da Teheran contro 27 basi americane nella regione in ventiquattro ore. A giugno il governo aveva fissato al 30 settembre il termine per il disarmo delle fazioni filoiraniane, facendolo coincidere con l’uscita della Coalizione. Hanno aderito diverse milizie filo-iraniane tra cui l’erede dell’Esercito del Mahdi, contro cui hanno combattuto i nostri bersaglieri nel 2004. Cinque gruppi hanno detto no. Ad agosto il consigliere per la sicurezza nazionale Qasim al-Araji ha separato le due scadenze: il 30 settembre vale per la partenza della Coalizione, non per la consegna delle armi. La milizia Kataib Sayyid al-Shuhada ha posto dieci condizioni, fra cui il ritiro delle truppe americane e turche. Secondo il piano, le armi dovrebbero essere registrate e custodite dalle Forze di mobilitazione popolare, e i miliziani entrarvi a titolo individuale.

A Erbil la Coalizione è ormai presente solo all’aeroporto e i curdi temono di restare senza protezione contro i droni che hanno colpito ripetutamente la regione. Con il ritiro gli Stati Uniti porteranno via anche i sistemi di difesa aerea. Dopo il 30 settembre cesseranno gli stipendi diretti ai peshmerga, sostituiti da un sostegno tecnico e logistico. Il 17 agosto droni hanno colpito l’ufficio del primo ministro della regione.

La nuova fase, sulla carta

Al netto del rientro, Roma intende continuare a cooperare con Baghdad. Il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, e l’omologo iracheno, generale Abdul Amir Yarallah, hanno confermato l’intenzione di proseguire i programmi di formazione e sviluppo delle capacità. Dopo il Comitato militare NATO di Copenaghen, lo Stato maggiore ha reso nota la candidatura italiana al comando della NATO Mission Iraq nel 2027. L’incarico non è ancora stato assegnato. Il 14 maggio il Consiglio dei ministri ha deliberato una nuova missione bilaterale in Iraq, oggi all’esame delle Camere. Prevede 196 militari, cinque mezzi aerei e circa 9,5 milioni di euro. Il mandato comprende il rafforzamento delle capacità irachene in polizia, sminamento e intelligence, con attenzione al terrorismo residuo e al controllo delle frontiere. A questo si aggiungono il supporto alla cybersecurity e una componente di cooperazione civile e umanitaria.

Foto: Difesa

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