Iran, tra rivolta e intervento il rischio è il caos. Parla Micalessin

La repressione ha svuotato le piazze iraniane, ma non ha chiuso la crisi. Mentre gli Stati Uniti rafforzano la loro presenza militare nel Golfo, l’ipotesi di un intervento resta sul tavolo. Un cambio di leadership interno appare poco credibile: senza un indebolimento degli apparati repressivi e senza una guida riconosciuta dell’opposizione, il rischio è che la fine del regime apra la strada al caos

La crisi iraniana entra in una fase decisiva, tra repressione interna, pressione internazionale e il rischio crescente di un intervento militare americano nel Golfo. La domanda che attraversa le cancellerie occidentali è se il regime di Teheran possa reggere ancora a lungo o se si stia aprendo uno scenario di cambio di regime, con tutte le incognite che questo comporta. Per analizzare i segnali che arrivano dagli Stati Uniti, le dinamiche del potere iraniano e i rischi di destabilizzazione regionale, ne abbiamo parlato con Gian Micalessin, giornalista, documentarista e autore televisivo.

Che clima si respira oggi a Teheran?

In queste ore l’Iran vive una fase di profonda ansia e di attesa. La repressione, durissima, con il suo carico di lutti e terrore, ha raggiunto l’obiettivo immediato di svuotare le piazze. Il regime, tuttavia, rischia ora di dover fare i conti con una possibile risposta americana.

Washington si sta preparando davvero a un’escalation?

La decisione della Casa Bianca di sospendere per il momento un intervento diretto sembra infatti legata più all’insufficienza degli assetti militari statunitensi già presenti nella regione che non – come ha lasciato intendere Donald Trump – alla presunta scelta del regime iraniano di interrompere le impiccagioni degli oppositori. Anche perché sull’apparato di potere di Teheran continua a pesare l’accusa di aver massacrato migliaia di manifestanti.

A conferma di ciò, in queste ore la portaerei americana USS Abraham Lincoln e il suo gruppo navale stanno facendo rotta verso il Golfo Persico. Parallelamente, nelle basi statunitensi dell’area affluiscono decine di cacciabombardieri F-15, mentre vengono installate batterie supplementari di difesa antiaerea Patriot e THAAD.

Questi sistemi risultano indispensabili per contenere un’eventuale rappresaglia missilistica dell’Iran, che potrebbe colpire Israele o i Paesi arabi alleati degli Stati Uniti, come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania. L’incognita principale resta dunque la possibilità di un attacco americano in risposta alle migliaia di vittime causate dalla repressione.

Quale potrebbe essere la reazione di Teheran?

In questo contesto, alcuni osservatori ipotizzano che il potere iraniano possa tentare di disinnescare il rischio di un intervento esterno imponendo un passo indietro alla Suprema Guida, Ali Khamenei, e avviando una transizione solo apparente verso un sistema di potere più “morbido”. Una simile mossa, però, risulterebbe scarsamente credibile. Il regime dell’Iran è caratterizzato da una struttura di potere articolata ma al tempo stesso solida, compatta e fortemente motivata. In questo quadro, nessuno degli uomini al vertice può vantare reali attenuanti, né presentarsi come un moderato o un riformatore credibile agli occhi della comunità internazionale. Non esistono quindi, all’interno del sistema, figure in grado di raccogliere l’eredità di Khamenei con un consenso esterno significativo.

Queste caratteristiche del regime, e il suo sostanziale carattere non riformabile, finiscono per condizionare anche le eventuali modalità di un intervento statunitense. Se non esiste una soluzione interna, un’operazione chirurgica mirata alla sola eliminazione della Suprema Guida non sarebbe sufficiente. Sarebbe invece necessario progettare un’azione capace di catalizzare un vero cambio di regime, gestito dalle forze dell’opposizione.

Quali sarebbero allora gli obiettivi  di una operazione Usa?

Il primo obiettivo dovrebbe dunque essere l’eliminazione o il forte ridimensionamento dei principali apparati repressivi: i Guardiani della Rivoluzione e le milizie dei Basiji. Questo passaggio è indispensabile per garantire due condizioni irrinunciabili: il ritorno dei manifestanti nelle piazze e, in parallelo, la possibile defezione di settori dell’esercito e delle forze di polizia meno ideologizzati, pronti a schierarsi con l’opposizione.

A queste condizioni se ne aggiunge una terza, altrettanto decisiva: l’emergere di un leader in grado di unificare i rivoltosi e di gestire una transizione ordinata, evitando scontri interni. Finora l’unica figura capace di esercitare una certa attrazione sulle piazze e, al tempo stesso, di fungere da catalizzatore per una frattura negli apparati di sicurezza sembra essere Reza Pahlavi, figlio dello scià. Non a caso il suo nome è riecheggiato più volte durante le proteste. Tuttavia, né Israele né gli Stati Uniti – i due Paesi che negli ultimi anni ne hanno in parte favorito la crescita politica – sembrano al momento pronti a scommettere apertamente su di lui.

Il ribaltamento del regime in Iran si presenta quindi come un’equazione estremamente complessa e carica di rischi. Il principale è quello di trascinare un Paese di novanta milioni di abitanti dalla dittatura direttamente nel caos.

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