Il caso Addeo ci dimostra che il nostro gemello digitale ha un lato oscuro

Addeo, il professore di Marigliano che ha scritto un post d’odio sulla figlia di Giorgia Meloni, rende ancora una volta esplicito il lato equivoco dell’ambiente digital

La vicenda di Stefano Addeo, il professore di Marigliano che ha scritto un odioso post su Ginevra, la figlia di Giorgia Meloni, ci consegna qualche riflessione su come il mondo digital intervenga nelle nostre vite e su quanto sia pericoloso non solo il cosiddetto “hate speech”, ma anche non mantenere una sensata separazione tra vita digitale e vita reale. Soprattiutto perché la prima tende a invadere la seconda, tipo ravenant, con effetti che vanno molto oltre la causa. Addeo dopo il post si è scusato, ha attribuito la tonalità odiante a Chat Gpt (?), ha scritto una lettera alla Meloni, ha rilasciato qualche intervista desolata,  avrebbe anche tentato il suicidio ingerendo pillole e alcol, con conseguente ricovero in codice rosso. Adesso pare sia fuori pericolo. Ma sospeso dall’insegnamento. 

Stefano Addeo, il professore delle minacce alla figlia di Meloni

Fenomenologia del leone da tastiera

Ora, al di là del caso, con i suoi presupposti e i suoi correlati tutti sgradevoli, ci sarebbe da chiedersi perché e da quando le piattaforme editoriali digitali siano diventate una parte pienamente legittima del mondo fisico, reale. Da quando un’opinione/caso di scuola di hate speech, di cui ci sono milioni di esempi che portano a risultati tragici o drammatici in percentuali in concreto nulle, può essere considerato come un’aggressione vera?  

Non troppo tempo fa esisteva una tendenza a considerare i social come i muri delle toilette dell’autogrill: bacheche visibili a tutti ma, diciamo, non troppo autorevoli. Esisteva l’espressione “leone da tastiera”, a significare l’aggressivo solo a parole. Si diceva “don’t feed the troll”, non dare retta agli odiatori. Chiunque abbia lavorato in una pubblicazione digitale sa perfettamente come valutare le opinioni “social” dei lettori. Quasi sempre, nel bene o nel male, valgono pochissimo. 

L’Information Technology non fa informazione

Anche perché sappiamo bene che le piattaforme fanno informazione (anche), ma non sono affatto costruite per fare informazione. Sono costruite per fare engagement, ché è una cosa completamente diversa, come notava il filosofo Maurizio Ferraris qui. L’informazione è fatta di contenuti, l’engagement serve a trattenere l’utente nel proprio mondo digitale. L’informazione lavora sul capire le cose, l’engagement lavora sul comportamento, sulla seduzione, anche sull’odio. L’engagement può essere fatto anche di notizie false, di odio da tastiera, di piccole radicalizzazioni digitali e proiezioni neurotiche dell’utente. Un utente da “tenere dentro”, senza che si accorga di essere tenuto dentro. Bellezza? Bruttezza? Sono le piattaforme.

Oltre il caso Addeo, quindi, bisognerebbe tenere conto del fatto che il mondo digital è un dispositivo a parte rispetto al mondo reale e che ha regole proprie, non sempre controllabili. Bisognerebbe coltivare un certo distacco critico-politico, non solo nei confronti dei leoni da tastiera, ma nei confronti del mezzo digital. Perché il cosiddetto “gemello digitale”, in moltissimi casi ha un lato oscuro. O semplicemente stronzo. 

Bruno Giurato

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